L’UMANITÀ TERRIBILE IN “RHYTHM 0”

È il 1974 e ci si trova allo studio Morra di Napoli quando, allo scoccare delle 20:00, comincia la performance “Rhythm 0” di Marina Abramović, artista serba nata a Belgrado nel 1946 e insegnante all’Accademia di Belle Arti di Novi Sad.

Sul tavolo ci sono 72 oggetti che possono essere usati a piacimento su di me. Io sono l’oggetto. Durante questo intervallo di tempo mi assumo ogni responsabilità.

Questo è l’avviso posto davanti a lei sopra un tavolo contenete 72 oggetti, appunto, capaci di provocare sia dolore (rasoio, punta metallica, pistola carica) che piacere (piuma, profumo, rosa).                                                            

Durante le sei ore prestabilite, le persone possono stare vicino all’artista immobile e silenziosa, del tutto vulnerabile e agire su di lei senza ottenere alcuna reazione. E se all’inizio la rappresentazione lascia tutti fermi e interdetti in quanto assurda e diversa da qualsiasi forma d’arte mai vista, con lo scorrere dei minuti la curiosità si fa padrona dei presenti e sono molti coloro che cominciano ad avvicinarsi. La osservano, la accarezzano, le porgono la rosa gentilmente, mantenendo addosso la veste quotidiana di attori sociali integrati.

Ma il tempo è rilevatore e l’essere indifesi pure, perciò, con lo scorrere delle ore, le dinamiche si modificano e tendono alla violenza. La spingono, la trasportano, le tagliano i vestiti, le conficcano le spine del fiore nella pancia procurandole dei tagli e le succhiano il sangue. Decidono poi di sfiorare il limite, di porle la pistola carica tra le mani e di puntargliela alla gola, ma il gallerista interviene gettando l’arma fuori dalla finestra prima dell’irrimediabile.

Terminata questa prima fase d’interazione, l’artista in lacrime comincia a camminare per la sala, ad andare incontro proprio a coloro che l’hanno molestata e maltrattata. Nessuno dei presenti riesce a incrociarne lo sguardo, né i colpevoli, né i silenziosi complici. Alcuni non si scusano in quanto legittimati in partenza, altri telefonano al gallerista il giorno dopo incapaci di credere alle proprie azioni. Ciò che lei ha voluto mettere in luce, però, è proprio questo:

Questo lavoro ha svelato qualcosa di terribile riguardo l’umanità. Ha dimostrato che in circostanze favorevoli, le persone non esitano a farti del male. Ha mostrato quanto sia facile disumanizzare una persona che non si difende e quanto sia alta la probabilità che anche le persone più normali possano diventare tremendamente violente.

La performance è stata molto criticata proprio per via del confine assente tra artista e pubblico, per la mancanza di freni inibitori della stessa Marina Abramović definita “disturbante” in ogni sua scelta artistica in generale. E sì, le immagini che ci presenta sono forti e provocatorie proprio perché il suo corpo e la sua mente ne diventano l’oggetto, ma questo per lei è il modo più funzionale per superare i suoi limiti nonostante il dolore e la sofferenza, per concretizzare al meglio i messaggi da lasciare al prossimo.

E il messaggio, in questo caso, è di base machiavellico: definisce la natura umana come meschina e pronta a prevaricare sul prossimo indifeso senza farsi scrupoli. Del resto, le dinamiche di potere sia passate che presenti ci hanno dimostrato e continuano a dimostrarci quanto tutto questo sia veritiero.

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