MERITOCRAZIA: da Young alla disuguaglianza sociale

 Il termine meritocrazia viene coniato dal sociologo inglese laburista Michael Young agli inizi degli anni ’50 nel libro The rise of the Meritocracy. Il suo saggio critico-satirico, letto in chiave distopica, sostiene l’assurdità di una società in cui ricchezze e potere vengono distribuiti sulla base del q.i. creando così una classe dirigente ancora più chiusa, indipendente ed escludente. Muove questa critica partendo da una denuncia del sistema dell’istruzione pubblica britannica, un modello quanto più attuale che finanzia la creazione di poli di eccellenza ed elitari limitando e marginalizzando ciò che viene considerato mediocrità, un modello oggi chiamato Harvard Here. In questo senso la prima vittima della meritocrazia come intesa da Young è la stessa democrazia, ma oggi sembriamo averlo dimenticato.

Il merito di cui tanto amano riempirsi la bocca i politici ha un significato diverso da quello pensato dal sociologo. Oggi con questa parola vogliamo intendere la richiesta di un giudizio attraverso il quale attribuire a un soggetto un qualsiasi bene in base a una caratteristica ‘personale’. 

È dunque obbligatorio e doveroso chiedersi che cosa costituisce un merito, o meglio ancora che cosa costituisce la caratteristica. A differenza di come sembra essere definito, infatti, il merito non è un concetto assoluto, ma è inevitabilmente relativo all’obiettivo da realizzare e una gamma di valori, negando così il mito dell’oggettività nella valutazione . Lo stesso Young esprime questo concetto attraverso una metafora quanto più calzante: il merito non è un coperchio buono per tutte le pentole.  Come è evidente il monito del pensatore inglese non è stato capito, o forse ascoltato. Fu il sociologo stesso in un’intervista sul Guardian del 2001 a mostrarsi amareggiato per il percorso e interpretazione preso dal termine da lui coniato:

«Sono stato tristemente deluso dal mio libro del 1958, The Rise of the Meritocracy. Ho coniato una parola che si è diffusa ampiamente, specie negli Stati Uniti, e di recente ha trovato un posto di primo piano nei discorsi di Mr Blair. Il libro era una satira che intendeva essere un avvertimento (che, inutile dirlo, non ha avuto seguito) per mettere in guardia per ciò che sarebbe potuto accadere in Gran Bretagna tra il 1958 e l’immaginaria rivolta finale contro la meritocrazia nel 2033

Venuto a mancare nel 2002 sarebbe oggi deluso nel vedere un sistema educativo che si limita a fotografare e riproporre la differenza di classe attraverso sistemi di selezione prematuri e totalmente indifferenti alle condizioni di partenza degli studenti. Nella stessa intervista sottolinea come le nuove generazioni vedano l’istruzione ormai solo come luogo di formazione professionale dove apprendere le cosiddette skill, dimenticando inevitabilmente il ruolo centrale dell’istruzione che prima di tutto promuove ed educa alla comune appartenenza a una società politica. La nostra generazione vive infatti il quasi più totale disinteresse per la società politica della quale fa parte senza quasi saperlo, e così Young sosteneva 20 anni fa: nessuna sotto-classe è mai stata lasciata così nuda dal punto di vista morale. 

Come sostiene anche il filosofo politico John Rawls nel A theory of justice, la vita delle persone è fortemente influenzata dalle contingenze familiari, sociali e -come lui stesso definisce- dalla lotteria sociale, intendendo tutti i fattori assolutamente arbitrari. Nessuno può scegliere se nascere uomo o donna, ricco o povero, in America o in Somalia. Per diventare metro di giustizia il merito dovrebbe muoversi all’interno di un’equa uguaglianza di opportunità: occorre che chiunque abbia la possibilità di sviluppare quei meriti allo stesso, partendo da un piano di uguaglianza. 

In realtà è la stessa costituzione italiana ad affermare un concetto molto simile. L’articolo 34 infatti sancisce: i capaci e meritevoli anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. Affermando in questo senso non tanto che i gradi più alti di livello di istruzione siano raggiungibili dai meritevoli, ma piuttosto l’intento sembra essere quello di abbattere gli ostacoli di ordine economico che impediscono pari opportunità nel raggiungere tali traguardi. Diventa necessario puntualizzare che gli stessi talenti e capacità intellettive ancora una volta non sono scelte, ma ci appartengono per quella che Rawls chiama lotteria naturale. Per quanto l’esercizio e la pratica siano strumenti necessari per il perfezionamento è inevitabile considerare come questi dipendano da punti di partenza mossi dal caso.  Si va così delineando una nuova forma di classismo, forse già esistente ma che si manifestava in maniera differente, basata sul concetto di merito associato in maniera fuorviante di meritocrazia. 

Il merito dentro l’università

All’interno dell’Università la logica meritocratica non è solo presente, ma addirittura predominante. La retorica dell’eccellenza che porta il merito dentro gli atenei si contrappone al reale malessere e disagio psicologico di studenti che vivono una crisi pedagogica e di prospettive. Un’università che esalta individualismo, competizione e il più totale disimpegno per la comunità ha come strumento il merito,  tramite il quale si colpevolizza il fallimento e giustifica il sacrificio fino a limiti infiniti.  Troppe volte la risoluzione di questo percorso è l’abbandono degli studi o costanti born-out  ( termine inglese che letteralmente significa bruciato, esaurito scoppiato. Riconosciuto dall’OMS nel 2019 come sindrome di un fenomeno occupazionale è ancora solo limitato all’ambito lavorativo e non è quindi in grado di quantificare e comprendere il problema dentro la realtà universitaria).  Questa retorica ha come drammatica conclusione l’esaltazione da parte dei mass media per chi riesce a finire gli studi precocemente, contrapposta a notizie come quella dell’8 ottobre di un ragazzo di 29 anni che si è tolto la vita il giorno in cui la famiglia pensava si sarebbe laureato. Questa retorica ha infatti la tendenza ad individuare le colpe degli individui, a scaricare sul singolo tutte le contraddizioni proprie del contesto universitario. Le persone finiscono per sentirsi in colpa se fuori corso, finiscono discriminati se studenti-lavoratori e quindi non frequentanti, finiscono per avere danni psico-fisici a causa di ritmi di esami forti e di assenza di contenuti culturali dentro l’università. 

Anche dentro l’Università, come nel mondo del lavoro, ci insegnano una competizione spietata non tra idee scientifiche come dovrebbe essere, ma tra vicini e studenti come noi. Il raggiungimento del successo in questi termini arriva quasi di pari passo con la prevaricazione dei nostri colleghi. Forzati ad un isolamento belligerante -caratteristica maggiormente esaltata durante la pandemia- viviamo l’Università come carriera universitaria puntando a un’eccellenza che arriva grazie al merito individuale. 

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