“I SAW THE AIR FLY”

“I saw the air fly” è il titolo di un libro in cui sono state raccolte un centinaio di foto scattate da alcuni bambini a Mardin, città turca al confine con la Siria.

Il progetto di base si chiama “Sirkhane Darkroom”, è nato nel 2017 ed è stato ideato da Serbest Salih, fotografo originario di Kobane laureatosi all’università di Aleppo, che ha deciso di fuggire dalla Siria nel 2014 per via della guerra e di spostarsi in Turchia.

L’idea si è concretizzata in principio nel distretto di Istasyon dove alcuni bambini e ragazzi dai 7 anni in su hanno cominciato ad apprendere insieme a lui le basi della fotografia: i vari tipi di macchine fotografiche, la scelta del soggetto e della cornice e il processo di sviluppo attraverso la camera oscura. Dopo aver terminato la formazione, Salih sottolinea che gli scatti delle macchine analogiche sono piuttosto limitati perciò invita i suoi allievi a realizzarne di nuovi solo quando sono davvero certi delle loro creazioni. Ed è stato lui stesso a dire che i loro risultati, alla fine:

“…Non sono le fotografie che gli adulti si aspetterebbero di vedere da bambini cresciuti circondati dai conflitti; non sono fotografie di traumi o tristezza. Sono una testimonianza della resilienza dell’immaginazione infantile…”

Raccontano infatti storie come quella di Ceylan, una bimba di Qamishlo che ora vive a Mardin proprio per via della guerra e che per buona parte della sua permanenza ha avuto difficoltà a fare amicizia. Quando ha assistito per la prima volta al processo di sviluppo ha chiesto se si trattasse di magia, ha voluto imparare e ciò le ha permesso di diventare sempre più consapevole di sé stessa e del suo talento. Portandola anche a instaurare, quindi, nuovi legami. La sua storia non è un caso: il progetto sta aiutando molte piccole giovani donne ad affermarsi tant’è che alcune famiglie, prima piuttosto restie, hanno cominciato a supportarle e a chiedere a loro per le foto degli eventi in famiglia.

Ciò che Salih sta facendo è quindi molto chiaro: fornire a ragazzi circondati dalla guerra un mezzo per affermarsi, appunto, e per esprimere loro stessi sulla scia del concetto:

“Io fotografo, quindi esisto e esisterò per sempre.”

Le loro foto ora raggiungono tutto il mondo e sono la testimonianza della tenera età, dell’innocenza e della leggerezza che noi non vediamo, ma che persistono anche quando la realtà circostante non se ne cura. Anche quando gli uomini, annebbiati dalla smania di potere e di rivincita, scordano di essere stati, in tempi lontani, come i soggetti e i fautori degli scatti. Con la stessa voglia di conoscere il mondo, ma senza l’obbiettivo di impadronirsene a spese altrui.

“I bambini vedono il mondo in un modo diverso, (…) sono più disposti a mostrare la loro vita a casa, la loro vita privata, così come la percepiscono. Motivo per cui dico sempre che guardano il mondo con il cuore e lo catturano con i gli occhi.”

Salih spera inoltre di riuscire a coinvolgere un numero sempre maggiore di giovani tant’è che dal 2019 ha reso il suo progetto mobile e ha cominciato a spostarsi lungo il confine. Gli piacerebbe in particolare comprare un camper per facilitare lo spostamento all’interno del quale creare una camera oscura apposita.

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