Cambiamento climatico: l’azione umana come determinante per il pianeta

Quando si parla di danni al pianeta Terra, citando come primo fra tutti il cambiamento climatico, c’è ancora poca consapevolezza nel riconoscere il problema e molto spesso si tende a sottovalutarne le conseguenze. Tuttavia la scoperta di quanto l’azione umana possa essere determinante per l’ecosistema non è recente, anzi si iniziò a parlarne già agli inizi degli anni ’70. Ciò che dovrebbe preoccupare non è la gravità in sè di ciò che sta accadendo, ma i decenni persi a sottostimare il problema, che avremmo invece potuto sfruttare per trovare delle soluzioni.

Prime osservazioni

Era il 1968 quando un gruppo di scienziati, economisti, funzionari nazionali e internazionali, umanisti ed educatori provenienti da 10 Paesi decisero di riunirsi a Roma, per questo incontro organizzato da un dirigente industriale ed economista italiano, Aurelio Peccei, per valutare una tematica di grande importanza: la situazione attuale e futura dell’uomo.

Da questo primo incontro nasce il Club di Roma, un’organizzazione priva di ideologia e posizione politica che ha come scopo solo quello di illustrare le conseguenze della crescita degli anni ’70: il trattato scientifico viene poi discusso a Berna, in Svizzera, e a Cambridge, nel Massachussets.

Dal lavoro finale di questo grande gruppo di studiosi nascerà poi un libro: The limits to growth.

I limiti

Il loro lavoro si basa su 5 variabili – popolazione mondiale, industrializzazione, inquinamento, produzione alimentare e consumo di risorse – che seguono un accrescimento di tipo esponenziale, ossia senza limiti. In particolare, questa crescita riguarda soprattutto le nazioni industrializzate e già ricche, dove la popolazione – ma soprattutto la natalità –  è minore rispetto ai Paesi meno industrializzati.

La conclusione di questo lungo trattato, in modo estremamente riassuntivo, è che le risorse del pianeta, al contrario del modello di sviluppo umano degli ultimi decenni, non sono illimitate e quindi se lo sviluppo delle 5 variabili citate precedentemente continuasse inalterato, i limiti saranno raggiunti in un momento imprecisato nei prossimi cento anni. A questo punto, inizierebbe un improvviso e incontrollabile declino della popolazione e della capacità industriale.

Per evitare tutto questo bisognerebbe modificare i tassi di sviluppo in modo che ogni persona sul pianeta abbia uguali opportunità di realizzare il proprio potenziale umano.

Nel 1992 si comunicava che era già stata raggiunta la capacità portante del pianeta. Nel 2004, il trattato è stato ulteriormente ampliato spostando l’attenzione non solo sull’esaurimento delle risorse ma anche sulla degradazione ambientale (l’inquinamento).

Le cause

La maggiore causa quindi di tutto questo è la visione antropocentrica del pianeta e uno sviluppo legato ad essa. Quando l’uomo ha iniziato a vedere il pianeta non più come una realtà con cui convivere in modo pacifico e opportuno, ma come una risorsa da sfruttare per raggiungere i propri interessi, la situazione è iniziata a peggiorare.

Se per esempio esaminiamo l’effetto serra, la principale causa del cambiamento climatico, solo una piccola percentuale dei gas presenti nell’atmosfera terrestre sono presenti in natura, gli altri invece sono aumentati a causa dell’attività umana: la concentrazione di CO2 nell’ atmosfera prodotta dalle attività umane nel 2020 superava del 48% il livello preindustriale (prima del 1750). Altri gas come il metano e l’ossido di azoto vengono emessi in quantità inferiori dall’uomo, ma hanno comunque un impatto rilevante perché il metano è un gas a effetto serra più potente dell’anidride carbonica (anche se meno longevo), mentre l’ossido di azoto si accumula nell’atmosfera per decenni e anche secoli.

Le cause dell’aumento di emissione di questi gas sono da ritrovare nello sviluppo dell’allevamento di bestiame, dell’agricoltura e delle industrie – tutte attività umane.

(fonte: https://ec.europa.eu/clima/climate-change/causes-climate-change_it)

Le conseguenze

Ad oggi, le conseguenze associate al cambiamento climatico sono molteplici. Prima di tutto l’aumento della temperatura globale media del pianeta di 1,09 gradi nel decennio 2011-2020 rispetto a quella del periodo 1850-1900, con un riscaldamento più accentuato sulle terre emerse rispetto all’oceano. Secondo gli scienziati, nei prossimi anni, essa continuerà ad aumentare superando la soglia critica dell’1,5, provocando stagioni calde più lunghe e stagioni fredde più brevi. Se dovesse arrivare alla soglia di aumento di 2 gradi, gli estremi di calore raggiungerebbero più spesso soglie di tolleranza critiche per l’agricoltura e la salute.

  • Lo scioglimento dei ghiacciai

Abbiamo perso negli ultimi 20 anni 267 miliardi di tonnellate di ghiaccio all’anno, con un’impennata del 130% tra il 2000 e il 2019.

Uno studio pubblicato su Nature guidato dall’Università di Tolosa ha dimostrato, grazie a delle nuove misurazioni che hanno permesso di valutare più ghiacciai possibili e non solo quelli più facilmente accessibili, come ad oggi provando a limitare l’innalzamento delle temperatura lo sforzo non sarebbe sufficiente per ripristinare le condizioni dei ghiacciai a prima dello scioglimento. (fonte:https://www.nature.com/articles/s41586-021-03436-z)

Lo scioglimento dei ghiacciai, oltre a rappresentare una grave perdita come risorsa idrica globale, è un pericolo anche per la biodiversità e per la salute mondiale, in quanto permetterebbe ai batteri permafrost (batteri primordiali rimasti “intrappolati” nel ghiaccio perenne) di tornare in circolazione.

  • Le guerre per le risorse
Guerra e pace: quante sono oggi le guerre nel mondo?

Quando le risorse iniziano a scarseggiare, i primi Paesi a risentirne sono quelli più poveri dove il benessere legato al capitale economico scarseggia. L’unico capitale di loro possesso è quello naturale, una volta danneggiato questo essi non hanno più niente. Le Nazioni Unite stimano, infatti, che almeno il 40% dei conflitti interni scoppiati negli ultimi 60 anni è collegato allo sfruttamento delle risorse naturali (fonte: “From Conflict to Peacebuilding: The Role of Natural Resources and the Environment, Unep”) , sia quelle di alto valore – legname, diamanti, oro e petrolio – sia quelle come terra fertile e acqua. Si stima inoltre che i conflitti che coinvolgono risorse naturali abbiano una probabilità doppia di scoppiare una seconda volta.

  • L’ alterazione degli habitat

L’aumento della temperatura ha favorito anche l’alterazione di alcuni habitat, portando nel peggiore dei casi allo scoppio di incendi naturali o alla propagazione di quelli di origine antropica. Tutto ciò ha portato alla riduzione se non estinzione di alcune specie, necessarie all’ecosistema, o alla migrazione di gruppi di altre da una zona a un’altra.

Per esempio, uno studio del Dipartimento di Zoologia dell’Università di Cambridge sostiene che l’aumento delle temperature globali, avvenuto negli ultimi 100 anni, ha contribuito a creare un ambiente che ha spinto diverse specie di pipistrelli portatori di virus nella Cina meridionale. Lo scoppio della pandemia SARS-Cov-2 potrebbe essere correlata a questo.

(fonte: https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0048969721004812)

L’opinione pubblica

Benché siano anni ormai che si parla di questa problematica, la gente comune tende a sottovalutare il pericolo e a non comprendere l’emergenza. Per spiegare questo, uno studio recente di un team di ricercatori dell’University of Southern California ha dimostrato che l’emergenza climatica è sottostimata principalmente a causa dell’incomprensione dei termini usati dalla comunità scientifica (fonte:https://www.sciencedaily.com/releases/2021/08/210826170208.htm) . Basta solo pensare all’interesse crescente suscitato recentemente dalla giovane Greta Thunberg, attivista svedese degli ultimi anni, capace di utilizzare un linguaggio comprensibile ai molti e dalla retorica ostile ai potenti.

Perciò, per far sì che ognuno riesca a comprendere quanto importante sia la sua collaborazione al fine di limitare la crisi climatica, bisognerebbe usare una retorica più semplice e vicina alla collettività. Nonostante i danni siano tanti e preoccupanti, non è vero che non esista una soluzione.

A cura di Miriana Di Gloria

Pubblicato da Miriana Di Gloria

Frequento il secondo anno di Scienze Biologiche all'Università degli Studi di Ferrara. Ho maturato la mia passione per la scrittura a 10 anni, ma per il giornalismo solo da qualche anno. Ora cerco di coinciliare le mie due passioni scrivendo articoli, di solito scientifici, per l'Ariosteo Magazine.

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