Sempre più connessi, sempre meno critici

La rivoluzione rappresentata dai social media ha portato a diversi cambiamenti in numerosi aspetti della nostra vita, dalla gestione ed esperienza delle relazioni sociali al modo di utilizzare il tempo libero fino all’informazione quotidiana ed all’apprendimento. Basta inserire un paio di parole chiavi nella barra di ricerca per avere accesso ad un vasto novero di fonti. Anni di ricerca e discussioni condensati in portali, documenti, blog, video, tutti a portata di click, tutti accessibili da qualunque dispositivo, in qualunque momento.
I pionieri di questa realtà ne compresero le potenzialità, i benefici che le società democratiche ne avrebbero potuto trarre, il potenziale e benefico innalzamento del livello medio di istruzione, la fine dell’élitarismo nella cultura.
Eppure, la realtà odierna fatta di tweets, posts, reels e stories diverge da quanto auspicato: gli spazi social, più che un luogo di scambio sembrano divenuti un fattore di polarizzazione e parcellizzazione del dibattito pubblico, più che un oceano dove correnti opposte si incontrano e si fondono generando onde essi hanno creato un sistema di arcipelaghi isolati fra loro.

Le c.d. “filter bubbles“

Se quando inserite un argomento di vostro interesse nella barra di ricerca di Google vi aspettate di trovare i migliori risultati sulla base di rilevanza, pertinenza, affidabilità, forse dovreste riconsiderare la vostra concezione del World Wide Web. Difatti, il motore di ricerca non agisce in modo neutro, ma ordina i risultati anche in base alle preferenze ed agli interessi precedentemente mostrati dall’utente (sia tramite ricerche passate che links a cui si è fatto accesso e pagine visitate). Questo indipendentemente dall’attivazione ed utilizzo di un account personale.
Il risultato è quello della creazione di una bolla di informazione, creata “su misura” per l’utente, funzionale a offrire contenuti che continueranno a stimolare l’attenzione ed il coinvolgimento dell’utilizzatore. Queste osservazioni sono frutto della ricerca dell’attivista Eli Pariser, sintetizzata nel libro The Filter Bubble: What the Internet is hiding from you.
In concreto questa dinamica comporta la soppressione o quantomeno la posposizione di articoli, siti, contenuti che vanno contro le nostre tendenze, le nostre idee, proponendocene invece altri che alimentano e confermano le nostre convinzioni. Ciò previene l’esposizione ad informazioni che potremmo trovare “fastidiose” o “indesiderate”, ma si tratta di un fenomeno malsano che frustra il pensiero critico e “falsa” la concorrenza fra idee sulla quale invece la democrazia si fonda.

Se non lo vedo, non esiste

Il fenomeno delle “filter bubbles” interessa anche e sopratutto i socials come Facebook e Instagram, ma questi ultimi sono interessanti anche per un ulteriore aspetto, ossia per come noi utenti reagiamo ad esternazioni di altri soggetti per le quali proviamo totale dissenso, se non rigetto. Difatti, le piattaforme offrono una funzionalità originariamente progettata per permetterci di proteggerci da importunanti, ma che costituisce anche una sirenica soluzione all’insistenza ed all’ insolenza dell’ avversario politico: il blocco o l’unfollow, a seconda dei casi.
L’opinione che si colloca troppo lontano rispetto alle nostre coordinate turba la nostra quiete e sicurezza intellettuale, un’offesa che non può che essere frutto di ignoranza o malizia, e che quindi va taciuta, soppressa, sradicata dal nostro paesaggio virtuale. La discordia genera anche astio personale, dato che oggigiorno bloccare qualcuno sui social equivale ad una damnatio memoriae.

“Se accarezza il pelo della doxa, basta mettere un like. Se va controcorrente, lo si massacra. Se costringe a pensare, meglio ignorarlo”

Citazione tratta da un articolo della serie “Uscita di sicurezza” di Pierluigi Battista, HuffPost

Alla base di questo atteggiamento v’è una perdita dello spirito dialettico nella società contemporanea. Invece che essere maneggiate come parti del proprio corpo da proteggere da ogni offesa, le idee dovrebbero essere concepite come concorrenti di un torneo di MMA, formulate per confrontarsi con altre tesi avverse per poi magari vincere o perdere. In realtà un confronto (ed uno scontro) di questo tipo giova a tutti, perché permette di misurare la solidità delle nostre posizioni, eventualmente cogliere spunti per migliorarle, sfumarle o abbandonarle.

Inoltre, il secco rifiuto di ascoltare le tesi avversarie potrebbe anche nascondere un senso di insicurezza dell’utente, che, essendo abituato ad ascoltare fino all’esaurimento solo ed esclusivamente la voce dei propri beniamini, si trova a disagio al dover maneggiare quella stessa idea che tanto afferma di appoggiare. Semplicemente non saprebbe farlo. Questo perché siamo diventati consumatori anche di idee ed abbiamo invece smesso di esserne amplificatori. Ci limitiamo a recepire in modo passivo e compiacente ciò a cui siamo abituati.

Piccole città – Stato del web

Più che descrivere i social come una grande piazza potremmo immaginarceli come una piana costellata di fortezze di varie dimensioni. Ciascuna fortezza rappresenta metaforicamente una pagina di un esponente politico, influencer o checchessia popolata dai suoi ”seguaci”. Ciascuna di esse è immersa nella baraonda provocata dal vocione del capo fazione, intento a perorare la sua tesi, e dai membri che invece lo inneggiano. Oh Capitano, mio Capitano! Ovviamente nessuno sente niente di quello che si dice dall’altra parte della piana, ma se accade (e accade, perché non siamo solo di fronte a capi-fazione, ma anche a teatranti, che quindi sanno quanto è importante l’acustica) ha come solo effetto quello di far montare la bava alla bocca a chi ascolta. “Avete sentito cosa dicono? Ma siamo pazzi?!”.
Ma siamo pure di fronte ad una forma di civiltà, no? Ed ecco quindi che le nostre “tribù” si sono dotate anche di un meccanismo per espellere chi si macchia di lesa maestà: l’ostracismo… il ban dalla pagina per i dissidenti, insomma. Per chi invece osa spostarsi da un campo all’altro per provare a trattare, mostrando cosa non abbia senso nel ragionamento degli abitanti, il linciaggio è garantito. Per la prima volta nella storia ambasciator porta pena.

Quanto espresso di sopra, nonostante la battute e le allusioni, è indirizzato in realtà a qualunque schieramento politico, culturale, ideologico. Si tratta di un deficit di confronto e di capacità di argomentazione che tocca tutti noi. Quando ignoriamo i post di qualcuno che non condivide le nostre idee, quando cambiamo canale quando un ospite che troviamo fastidioso prende la parola, quando ignoriamo un articolo perché pubblicato da una certa testata piuttosto che da un’altra. Andare oltre questi automatismi richiede grande sforzo e presuppone di essere pronti anche a sentirsi a disagio vedendo le propre idee contestate, ma è il solo modo per andare oltre le tifoserie e costruire davvero uno società democratica e pluralista.

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