Universalismo e particolarismo dei diritti umani

Oggigiorno il rispetto dei diritti umani, il loro sviluppo e la loro effettività sono diventati veri e propri indicatori del benessere e, soprattutto, della democraticità di un Paese. Essi sono divenuti dei parametri di valutazione del livello di civiltà raggiunto così come i tradizionali indici economici testimoniano la vitalità e l’operosità di uno Stato. E così accanto al rapporto Doing Business si possono trovare esamine dei Paesi stilate in base allo stato di avanzamento ed alla tutela garantita ai diritti dell’uomo (ad esempio i rapporti annuali dello Human Rights Watch). I diritti umani possiedono infatti intrinsecamente un potenziale “modernizzatore” in quanto rappresentano la fonte ed allo stesso tempo il prodotto di una sana società liberale fondata sui valori della dignità e dell’uguaglianza. Ma l’acrobazia che abbiamo sempre cercato e cerchiamo tuttora di performare è insita in una contraddizione che sta alla base del concetto stesso di diritti umani: la pretesa di attribuire universalità ad una nozione, o meglio, una speranza, nata e sviluppatasi nel cuore dell’Occidente.

Le prime gemme che anticiparono la fioritura dei diritti umani comparvero infatti in dei testi fondamentali, delle Dichiarazioni che segnavano una netta cesura con un passato di oppressione ed arbitrio. L’esempio, a ragione, più richiamato è quello della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino del 1789, redatta nel fermento della Francia rivoluzionaria. L’importanza di questo testo, per quanto può interessarci in questa sede, sta nella sintesi che offre del concetto di diritti dell’uomo e del suo fondamento ontologico: “I Rappresentanti del Popolo Francese […] hanno deciso di esporre, in una Dichiarazione solenne, i diritti naturali, inalienabili e sacri dell’Uomo” ed articolo 1 “Gli uomini nascono e restano liberi ed uguali nei loro diritti”. Cos’è se non la traduzione in legge dei precetti del giusnaturalismo?
Ma la vera esplosione di questo tema pionieristico risale al secondo dopoguerra. Le condizioni erano “ideali” (i diritti, si sa, vengono sempre consacrati dopo la loro violazione…) e lo spirito di rinascita e di rifondazione della comunità internazionale su nuove e solide basi ha trovato dei validi messaggeri nei giuristi che hanno contribuito alla redazione della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948.
Questa enuncia, fra le altre cose, che

Considerato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo […] L’ASSEMBLEA GENERALE proclama la presente dichiarazione universale dei diritti umani come ideale comune da raggiungersi da tutti i popoli e da tutte le Nazioni, […]. Articolo 1: Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.”

Eleanor Roosevelt, first lady durante il mandato del presidente statunitense Franklin Delano Roosevelt, fu un’importante attivista nell’ambito dei diritti civili. Presiedette inoltre la Commissione incaricata di redigere la Dichiarazione del 1948


Questo atto internazionale non ha che inaugurato una stagione all’insegna della promozione e dello sviluppo dei diritti umani, un impegno collettivo dell’umanità che ha trovato espressione in ulteriori trattati a livello “regionale”, fra tutte la Convenzione Interamericana dei diritti dell’uomo, la Carta Africana dei Diritti dell’Uomo e dei Popoli e la Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (nota comunemente come Convenzione europea dei diritti dell’uomo). In particolare, la corte americana e la CEDU hanno sviluppato una propria giurisprudenza via via più corposa e matura, innescando così un processo che ha portato gli Stati a garantire tutele sempre più cospicue a chiunque si trovi sotto la propria giurisdizione.

Quando universalismo ed universalità non coincidono

Eppure il concetto di diritti umani per come lo intendiamo oggi sottintende una profonda contraddizione che potenzialmente ne mina le stesse fondamenta: si tratta di un’idea occidentale, che da un lato viene formalizzata in testi, come quello delle Nazioni Unite, elaborati principalmente sotto l’influenza di giuristi legati ai valori dell’individualismo e della laicità, sviluppatisi e diffusisi soprattutto in Europa e in America, ma che contemporaneamente ha una pretesa universalistica. La quasi unanimità all’approvazione del testo nasconde invece profonde perplessità e malcontento, la sensazione, cioè, di trovarsi di fronte al tentativo di imporre un’egemonia ideologica a trazione occidentale a discapito della specialità ed unicità delle singole esperienze storiche e culturali. Già de Maistre, antirivoluzionario nella Francia di fine XVIII° secolo, si scagliò contro la Dichiarazione del 1789 affermando di non conoscere nessun “uomo” nel mondo, semmai individui di nazionalità e culture diverse e che perciò l’idea stessa di attribuire dei diritti ad un modello “atemporale” e “aspaziale” di essere umano era semplicemente assurda. Successivamente si sarebbero aggiunte le critiche di matrice marxista, le quali denunciavano l’ipocrisia di testi che non avrebbero fatto altro che celebrare i privilegi della borghesia, la proprietà in primis, ignorando invece che un’altra componente della popolazione era di fatto estromessa dal godimento delle libertà e dei diritti proclamati, costretta a vivere nell’indigenza. E se i diritti dell’uomo vengono attaccati e criticati così duramente nel luogo stesso dove nacquero, che attitudine pensiamo possano avere popolazioni la cui cultura e sensibilità distano dalle nostre quanto i nostri Paesi su un piano geografico?

Per delineare nel modo più conciso e chiaro la questione è sufficiente citare le osservazioni di un antropologo francese, Louis Dumont, che osservava come una delle differenze sostanziali fra Occidente ed Oriente risiedesse nella contrapposizione fra olismo ed individualismo, ossia da un lato “un’ideologia che valorizza la totalità sociale e ignora o relega in secondo piano l’individuo”, dall’altro “un’ideologia che valorizza l’individuo e ignora o relega in secondo piano la totalità sociale”. Evidentemente due posizioni asimmetriche, e possiamo toccare con mano questa “sensibilità occidentale” scorrendo qualsiasi trattato, legge, codice laddove enuncia un diritto: prima lo si consacra in tutta la sua sacralità e successivamente ne vengono indicati limiti e contrappesi. Un altro tema di scontro è il fondamento stesso dei diritti umani, che per la tradizione occidentale risiede nella ragione stessa comune a tutti gli uomini, mentre la cultura araba, ad esempio, li ha sempre associati alla volontà divina. Inevitabilmente questo assunto collide con il principio di laicità, ma soprattutto porta ad un pericoloso fraintendimento circa la determinazione del contenuto stesso dei diritti umani (una vignetta satirica raffigurante una divinità potrebbe essere “ardita” per un europeo e “blasfema” per un musulmano, eppure dovrebbe sempre trattarsi di una forma di libertà di espressione).

Le molteplici “vie” dei diritti dell’uomo

Quello della concezione dei diritti umani è uno dei tanti terreni di tensione fra l’Occidente ed i suoi nuovi concorrenti e non si può escludere che alcuni comportamenti in questo senso siano puramente strumentali ad alimentare la diffidenza reciproca ed a rivendicare un proprio ruolo di autonomia (si pensi alla Turchia). Tuttavia, non possiamo ignorare come in diversi parti del mondo vi siano stati e vi siano tuttora delle riflessioni o delle vere e proprie prese di posizione volte a costruire una propria “versione” dei diritti umani: un esempio risalente è quello della Carta Africana, la quale insiste particolarmente sul diritto dei popoli ad autodeterminarsi e sulla sovranità sulle proprie risorse naturali. Un altro esempio importante è la Dichiarazione dei diritti dell’uomo nell’Islam del 1990, la quale pone l’accento sul fondamento divino degli stessi, ma soprattutto sulla superiorità della legge islamica. Infine, più recentemente, il capo di Stato cinese nei suoi discorsi al Partito ha spesso ribadito l’importanza delle “caratteristiche cinesi” da infondere nel socialismo, ma anche nei diritti dell’uomo.

Il presidente cinese Xi Jinping e la Guida Suprema dell’Iran Ali Khamenei sono solo due degli interlocutori con i quali i Paesi occidentali devono confrontarsi sui temi oggigiorno più scottanti e delicati, rispetto dei diritti umani incluso. Altre figure di spicco rilevanti in questa sede potrebbero essere il presidente russo Vladimir Putin e quello turco Recep Tayyip Erdogan, entrambi a capo di Paesi spesso condannati dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

Ci si chiederà che senso abbia parlare di “diritti dell’uomo” se il risultato è un regionalismo dei diritti, variabili a secondo del luogo in cui ci si trova o magari addirittura a seconda dell’individuo nei confronti dei quali vengono applicati (potremmo figurarci uno scenario in cui ciascuno ne invochi l’applicazione, ma conformemente alla propria “versione”). Lungi dall’offrire una soluzione esaustiva ed immediatamente applicabile, il giurista Danièle Lochak propone di riconoscere nei diritti dell’uomo una sorta di “nucleo” necessariamente comune, il cui contenuto non potrà mai essere oggetto di variazioni e la cui violazione non potrà in alcun modo essere giustificata (tortura, schiavitù, in generale gravi lesioni alla dignità ed integrità dell’uomo, ripartizioni della società su basi discriminatorie, per far alcune esempi), ed un’altra componente “particolare”, la cui determinazione sarebbe rimessa alla sensibilità dei popoli.
Per concludere, dovrebbe ormai apparirci evidente come anche categorie nate per essere universali in realtà nascondono istanze storiche: le Dichiarazione del 1789 fu la vittoria della borghesia, la CEDU del 1950 aveva anche la funzione di tracciare l’ennesimo confine fra gli Stati liberali (e liberisti) e l’URSS e così via. Certamente, la protezione dei diritti dell’uomo ha avuto esiti ammirevoli e risponde ancora oggi, come all’inizio, all’esigenza di proteggerci contro le prevaricazioni dello Stato e di altri individui. Ciò li rende uno strumento utile, foriero di progresso e benessere. Teniamoceli stretti.

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