IL CRIMINE DELLA LIBERTÀ

Per le donne la sessualità ha sempre rappresentato un argomento di discussione che spesso vede come sentenza sociale la loro condanna.

È irrilevante che si metta a nudo e si contesti l’intimità di un’altra persona, soprattutto se questa persona è una donna. Ciò che conta è tracciare la linea tra giusto e sbagliato, farla rispettare, poco importa se il confine è tracciato tenendo in mente una ed una sola necessità: far sì che gli uomini continuino a dettare le condizioni entro cui una donna può vivere, lavorare, divertirsi ecc.

Per troppo tempo gli uomini si sono arrogati il diritto di prendere decisioni al posto delle donne, che sia nella loro vita sociale, lavorativa o sentimentale e sessuale. Nonostante i passi compiuti che ci fanno avvicinare anno dopo anno, conquista dopo conquista, all’obiettivo, siamo ancora lontani dal poter dire di aver raggiunto la tanto ambita parità di genere. Prendiamo brevemente in considerazione i femminicidi, una realtà di cui al momento si parla molto ma che è sempre esistita ed è sempre stata preoccupante. Alcune persone si interrogano su come sia possibile che un uomo uccida una donna solo perché donna. In realtà non ci si dovrebbe stupire. Nella società in cui viviamo oggi, che inneggia nei grandi o nei piccoli gesti quotidiani al patriarcato, non è un caso che nel momento in cui donna decide di usare quel potere di cui ogni essere umano dispone fin dal primo vagito, la libertà di scegliere cosa fare della propria vita e del proprio corpo, essa stessa possa essere vittima di soprusi.

Una parte importante nell’orrido spettacolo che è un femminicidio è affidata alla tv e ai giornali, che spesso minimizzano o distorcono in maniera subdola, quasi invisibile, la realtà dei fatti: il patriarcato non solo esiste ancora ma è normalizzato. Nel momento in cui si associa il comportamento della vittima, la sua decisione di esercitare la propria volontà all’interno della relazione, con il gesto compiuto dall’aguzzino, ecco che si mette in atto il processo di normalizzazione della violenza sulle donne.

Di conseguenza, avviene la delegittimazione della voce delle donne, che viene ridotta ad un rumore di fondo. È così che la donna viene incoraggiata a sperimentare emozioni contrastanti riguardo la sua libertà come donna, è così che viene spronata a provare paura. Paura di ripercussioni, fisiche o psicologiche, da un compagno, un conoscente, uno sconosciuto.

Paura di perdere la propria vita.

È una decisione, questa, che le donne prendono costantemente. Scegliere tra la libertà di essere se stesse e la propria incolumità. Può presentarsi sotto forma di uno specchio, lo sguardo che fa avanti e indietro tra una gonna corta rispetto ad una più lunga. È una scelta che una donna prende, o comunque considera, quando, dopo una serata fuori con gli amici, vaglia i pro e i contro di prendere un taxi. O magari ne tiene conto già prima di uscire: può succedere che non c’è nessuno che aspetta il messaggio “sono tornata”, non che serva granché se c’è comunque una probabilità che sotto il portone di casa una donna venga presa e stuprata o uccisa.

E allora forse è meglio non uscire quella sera, se non si ha qualcuno di cui ci si fida che può accompagnarti a casa.

Magari anche la sera dopo.

E quella dopo ancora.

Nonostante tutto, le donne si sentono in dovere di prendere sempre tutte le precauzioni del caso, non possono fare alcun errore nel gioco spietato che è la loro vita e la loro battaglia nel riprendersi le libertà a loro negate per tanto, troppo tempo. Sono condizionate a riconoscersi come bersagli della società patriarcale da cui sono obbligate a proteggersi attuando tutta una serie di comportamenti che in fin dei conti rendono quasi un’illusione le libertà acquistate, un contentino con cui può controbattere chi dice che le donne non subiscono discriminazioni.

A volte però accade l’inevitabile: un incontro maledetto, il posto sbagliato al momento sbagliato. Gli esseri umani non hanno la capacità di vedere il futuro, ci si può affidare solo all’istinto. E seppure affinato nei tanti anni in cui ne ha avuto bisogno, l’istinto di una donna a volte può avere una voce più debole. Un po’ come le difese del sistema immunitario, che possono abbassarsi durante alcuni periodi particolari dell’anno. Il privilegio degli uomini, di cui molti non si rendono conto di possedere, è proprio questo: avere le difese abbassate per un uomo può significare nella maggior parte dei casi poco o nulla, ma per una donna può essere mortale.

La questione è semplice, quasi banale: le donne non dovrebbero essere costrette a scegliere tra la propria vita e la libertà.

Le donne non dovrebbero essere costrette a controllare costantemente come sono vestite, con chi uscire, a che orario tornare.

Non dovrebbero provare angoscia quando prendono in considerazione come tornare a casa la notte.

Non dovrebbero avere paura quando dicono “no” ad uno sconosciuto o al proprio ragazzo quando le attenzioni ricevute sono indesiderate.

Non dovrebbero avere timore di lasciarsi andare, magari ubriacarsi in discoteca, perché non si sa poi chi potrebbe approfittarne.

Le donne non dovrebbero essere condannate per il modo in cui vivono la loro sessualità.

Soprattutto, le donne non dovrebbero subire la normalizzazione della violenza sessuale.

La cultura dello stupro è ghiotta di colpevolizzazione della vittima e di slut shaming, una mentalità che presuppone che debba essere l’uomo a decidere i termini entro cui si può parlare di stupro, di violenza sessuale e di molestia sessuale nei confronti delle donne, e che condanna i comportamenti e i desideri sessuali di queste ultime, ritenendoli provocanti.

È un altro strumento a disposizione dell’uomo per castigare la donna, le sue parole, i suoi sentimenti, la sua sessualità.

Un esempio? Quante volte ci si relaziona con una ragazza urlandole “puttana!”, poco importa la causa o la sua più totale assenza, e no, il fatto che non voleva le attenzioni di un uomo non è un motivo.

Nella mente di molti uomini ancora oggi è giustificato l’utilizzo a proprio vantaggio della libertà sessuale di una donna per cercare di farla sentire inadeguata, nel torto o semplicemente per privarla della propria dignità, sia che lo si faccia in un contesto prettamente sessuale che in uno assolutamente estraneo a quest’ultimo.

La mentalità patriarcale odierna, difatti, si è solo evoluta e sfrutta tecnologie e social media per ricordare a donne, uomini, bambine e bambini che la donna deve adempiere senza eccezioni al ruolo di preda, obbligandola a sentirsi come tale, ma contemporaneamente pretende di svolgere il compito di giudice nel determinare la validità delle emozioni, delle parole e dei comportamenti delle donne.

In parole povere la rape culture fa parte di quel sistema sociale, culturale e ideologico che fa del consenso il suo nemico numero uno e che afferma che debba essere l’uomo a dover elencare i tratti per cui una donna può essere considerata o meno vittima di violenza sessuale, senza ovviamente nessun rispetto per la survivor.

È un sistema che si avverte quando si inneggia e si incoraggia alla violenza e alla mascolinità tossica, quando si complimenta un uomo per la sua forza e aggressività, quando si dice che le donne vanno protette perché deboli, quando si scherza sul cat-calling e la si vuole far passare per satira, quando si associano le donne alla gentilezza e alle emozioni, quando si chiede come una donna fosse vestita quando è stata stuprata o perché si trovasse in discoteca, quando un “no” detto da una donna non viene preso seriamente, quando si chiede perché non si è denunciato prima lo stupro…quando…quando…quando…

La cultura dello stupro si traduce in diffidenza e pregiudizio perché mette in dubbio la testimonianza di una donna solo perché donna, mentre dall’altra parte tende a proteggere l’aggressore e a minimizzare l’accaduto.

Quando si parla di denuncia di uno stupro si dovrebbe tener conto non solo del coraggio con cui una donna deve affrontare l’intero processo, macchiato della paura di non essere creduta, ma anche del percorso che ha dovuto percorrere per realizzare di essere una vittima e survivor. Poiché la società distorce la percezione dello stupro, nega gli strumenti per riconoscerlo e a volte nega la validità della testimonianza della donna. La vittima di stupro può impiegare mesi, anche anni prima di rendersi conto di avere subito una violenza. A questo periodo bisogna aggiungere il tempo necessario affinché la survivor possa prendersi cura della sua salute mentale. Il percorso di guarigione è soggettivo, alcune persone impiegano anni, ma una cosa li accomuna tutti: è un tempo costellato di battaglie, di attacchi di panico, di sedute terapeutiche per rimparare ad amare se stessi e il proprio corpo, giorni in cui anche solo pensare di respirare è doloroso.

Eppure, l’articolo 609 septies c. p. prevede che lo stupro e altra violenza sessuale siano perseguiti solo dopo che la vittima abbia presentato querela di parte. Per presentare la querela, la vittima ha solo 12 mesi dalla data del reato. Oltre la scadenza dei 12 mesi, il reato non è perseguibile.

Altre parole, un’altra discriminazione, un’altra ingiustizia.

Le donne non vanno protette, vanno ascoltate.

Gli uomini e le donne vanno educati al rispetto dell’Altro.

Il peso dato alle parole delle donne deve essere lo stesso di quello assegnato alle parole degli uomini.

Finché ci saranno personaggi pubblici, come il recente caso del cofondatore del Movimento 5 Stelle Beppe Grillo, che sfrutteranno il loro potere per perpetrare la cultura dello stupro, non si potrà parlare di parità di genere e di rispetto nei confronti delle donne.

Rispetto perché le donne, prima di essere donne, sono esseri umani.

Chiara Casalanguida

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