LA NASCITA DEL MITO DI GARIBALDI

Se il Risorgimento italiano dovesse indossare un volto, la scelta molto probabilmente cadrebbe su quello di Giuseppe Garibaldi. Definito dalla storia come l’italiano più famoso dell’Ottocento, Garibaldi, nato a Nizza il 4 luglio 1807 e morto nell’isola di Caprera il 2 giugno 1882, può essere considerato il simbolo dell’Italia risorgimentale: un cantiere a cielo aperto intento a costruire la sua identità nazionale.

Senza ombra di dubbio “la spedizione dei Mille” fu l’impresa per la quale è maggiormente ricordato tutt’oggi, poiché il suo successo, oltre ad abbattere il Regno delle Due Sicilie, rappresentò la spinta decisiva per il processo di unificazione nazionale. Ma la fama di Garibaldi ebbe le luci molto tempo prima, nelle lontane terre esotiche del Sudamerica dove essa cominciò a tessere il suo filo attorno al nome del comandante. Lì, in quel luogo lontano, nacque l’Eroe dei Due Mondi.

Era il 15 aprile del ’48 quando la “Speranza“, la nave che ricondusse l’Eroe in patria, levò l’ancora e spiegò le vele al vento, e mai nome fu più appropriato. Difatti, nel mito popolare essa trasportava un esercito d’invincibili alla cui testa vi era un Achille senza tallone, il quale navigava incontro alle speranze e alle attese di un popolo. E fu soprattutto da quell’attesa che la leggenda di Garibaldi nacque, alla quale l’uomo ha saputo rispondere con le gesta più adatte.

L’INIZIO

Forse più con l’intento di badare solo a se stesso e a costruirsi una vita nuova, Garibaldi, tra la fine del ’35 e gli inizi del ’36, approdò a Rio. Laggiù, con due compaesani, Picasso e Rossetti, provò infatti a lanciarsi in un’impresa di trasporti, che però dopo poco fallì. “Il motivo proviene dalla nostra fiducia in gente che credemmo amica e che non incontrammo niente meno che ladra” scrisse in un lettera al vecchio compagno Cuneo, che intanto si era traferito a Montevideo.
A riportare il nizzardo alla sua vera vocazione ci pensò la politica locale, nella quale si trovò coinvolto grazie ad un altro esule italiano, ovverosia l’idealista ed avventuriero Tito Livio Zambeccari. Egli era un Conte bolognese che, dopo aver partecipato a tutti i trambusti italiani, si era arruolato tra i rivoluzionari in Spagna, e di lì finalmente era approdato a Porto Alegre, capitale della provincia brasiliana di Rio Grande do Sul. Qui era diventato amico di Bento Gonçalves, potente capataz di quella regione.
In quel periodo il Brasile era un impero sul cui trono sedeva il giovane Dom Pedro II, il quale diede l’indipendenza al Paese dal Portogallo, di cui fin lì era stato colonia.
Ricchissimo latifondista, Bento godeva di un largo prestigio in tutta la provincia e lo usava per tenerla in subbuglio contro il potere centrale. Si diceva che avesse più smania di potere che idee, e quest’ultime gliele forniva appunto Zambeccari traducendo in portoghese quelle repubblicane e democratiche di Mazzini.

Giuseppe Garibaldi da giovane (Wikipedia)

La rivolta scoppiò nel ’35, e la prima ripresa si concluse con la sconfitta dei ribelli e la deportazione di Bento e Zambeccari in una prigione di Rio. Lì Zambeccari ricevette sia la visita di Rossetti che di Garibaldi, cui propose di mettersi al servizio del governo rivoluzionario riograndense. Garibaldi esitò, ma non per paura. Abbracciando la causa di Bento gli sembrava di disertare quella italiana, e in più a farlo desistere vi era lo scrupolo di legittimità, caratteristico del suo temperamento. Garibaldi era sì un capo, ma sul campo di battaglia. Su quello politico cercava sempre qualcuno che coprisse le sue responsabilità. Ciò che chiedeva erano delle “lettere di marca”, ma non per sottrarsi ai rischi o attenuarli, le chiedeva perché era un soldato, e come tale voleva sentirsi “al servizio”.
A vincere le sue perplessità ci pensò Zambeccari, non solo procurandogli le “lettere di marca” firmate da Bento, ma dicendogli che i princìpi per cui si battevano i ribelli riograndensi erano quelli per i quali si battevano i rivoluzionari italiani, che la vittoria degli uni era quindi la vittoria anche degli altri. Tutto questo a Garibaldi bastò, e da quel momento la sua vita si trasformò in un autentico romanzo di cappa e spada.

L’AVVENTURA

Al comando di una lancia sequestrò un cargo austriaco, vi trasferì la sua ciurma di dodici uomini e mise la rotta sul porto uruguaiano di Maldonado, sicuro di trovarvi buona accoglienza poiché l’Uruguay in quel momento era alleato dei riograndensi. Ma durante il viaggio il governo cambiò, e quello nuovo cambiò politica. Garibaldi, precipitosamente, dovette rimettere la prua verso Nord, e nello scontro con un lancione ebbe la peggio riportando una grave ferita e perdendo i sensi. Fu salvato per caso, mentre la sua imbarcazione andava alla deriva, da una goletta argentina che lo sbarcò e lo condusse a Gualeguay, dove oltre la visita medica ricevette anche quella della polizia. Fu internato, ma comunque lasciato a piede libero.

Garibaldi torturato nelle carceri di Gualeguay sputa in faccia al comandante Leonardo Millan (anno 1837)


Dopo un primo tentativo di fuga andato male, nel quale alla cattura seguì la tortura, riuscì alla fine ad ottenere la sua libertà e a raggiungere Montevideo, dove Cuneo e Rossetti lo avevano preceduto. Di lì partì alla volta di Rio Grande, dove lo aspettava Bento, evaso anche lui dal carcere e di nuovo in lotta contro Dom Pedro.
Nominato da Bento Grande Ammiraglio di una flotta che si riduceva a due barconi, Garibaldi si ritrovò imbottigliato in uno stagno dalla squadra portoghese. Il comandante improvvisò un cantiere per costruirvi altre lance, le caricò su enormi carri trainati da buoi, le varò alle spalle degli assedianti, scampò ad un naufragio nel quale perse tutta la sua flottiglia e gran parte degli equipaggi, quindi coi superstiti, a piedi, raggiunse Laguna, dove trovò altre barche catturate ai governanti, e Anita.
Anita era la moglie di un calzolaio che in quel momento militava con gli imperiali. Non si è mai saputo come nacque l’idillio tra lei e Garibaldi. Si sa soltanto che a un certo punto questi la condusse a bordo, e fu qui ch’essi trascorsero, vegliati dalla ciurma, la loro luna di miele. Ma il dolce dondolio del mare fu interrotto dalle cannonate della squadra brasiliana.
Non potendo difendere le sue navi, Garibaldi le incendiò, e alla testa dei suoi uomini raggiunse via terra il grosso dei ribelli aprendosi la strada a suon di schioppettate, con Anita, incinta, che lo seguiva.
Il primogenito, Menotti Garibaldi, nacque durante una sosta di quella “lunga marcia” nell’interno del Paese e la sua culla fu la sella. Ma Garibaldi si rese conto che continuare era insensato, anche perché la sorte dei ribelli era segnata. Bento gli concesse il congedo e, a mo’ di liquidazione, gli regalò un migliaio di bovini. Garibaldi ridiscese verso Sud spingendosi avanti quella mandria muggente, che però si assottigliava giorno dopo giorno. I troperos ch’egli aveva assoldato ne vendevano i capi e lui non se ne accorgeva. Quando arrivò alla frontiera uruguaiana, dei mille capi gli erano rimaste trecento pelli che svendette per pochi ducati.

Monumento a Garibaldi, Montevideo

A Montevideo regolarizzò con un matrimonio la sua relazione con Anita, facendo passare per morto il marito calzolaio che forse era ancora vivo, trovò una sistemazione abitativa, prese delle rappresentanze di commercio e brigò persino un posto d’insegnante di matematica e geografia nelle scuole locali. Era diventato un buon padre di famiglia, come in fondo Anita avrebbe forse sempre voluto.
Il campo di battaglia pareva però invocare la sua presenza, e fu Anzani, come Ermes per gli dei, a portargli il messaggio. Il momento per l’Uruguay era drammatico. L’Argentina gli aveva dichiarato guerra, e con una flotta teneva imbottigliata la sua capitale. Tutti gli stranieri di Montevideo avevano formato delle legioni per contribuire alla difesa del Paese. Anzani disse a Garibaldi che un corpo di volontari italiani allenati al combattimento poteva venir buono domani per la causa nazionale. Il nizzardo affidò all’amico il compito di organizzare una legione, e assunse il comando della squadra navale che il governo gli offriva.
Il compito affidatogli sembrava disperato e suicida. Si trattava di forzare il blocco e di risalire il fiume Paranà per recare aiuto agli argentini della città di Corrientes, insorti contro il governo. Le sue forze erano in un rapporto di uno a tre rispetto a quelle argentine, comandate per di più da un ammiraglio inglese, Brown.
Garibaldi, temerariamente, riuscì ad eludere la vigilanza dell’inglese e a raggiungere il suo obiettivo. Quando Brown gli fu addosso i ribelli avevano già ricevuto i rifornimenti che aspettavano. Bloccato in un’ansa del fiume, l’Eroe si difese con i denti e rifece quello che aveva già fatto a Laguna, ossia ordinò ai suoi uomini di annaffiare le tolde con l’acquavite e di appiccarvi il fuoco. Solo che in questo caso, insieme alle tolde, le indisciplinate ciurme annaffiarono le gole e, ubriache, si rifiutarono di obbedire all’ordine di sbarco. Garibaldi decise allora di abbandonarle alla loro sorte. Fu una delle poche volte, nella sua lunga vita di guerriero, in cui diede prova di fredda spietatezza, e forse fu una rivelazione anche per lui. Uccidere non gli piaceva, neanche quando si trattava del nemico, e non vi era nel suo eccezionale coraggio ombra di sadismo. Brown disse di lui: “È il più generoso dei pirati che abbia mai incontrato”.
A Montevideo il giornale dell’amico Cuneo aveva magnificato le imprese di Garibaldi e la riuscita missione di Corrientes come una grande vittoria lodando le sue gesta, anche se di vittoria non si poteva parlare poiché il nizzardo vi aveva perduto la sua piccola flotta. Ma fu comunque accolto come un trionfatore, e la città, al suo rientro a piedi dopo una lunga anabasi, gli rese tali omaggi che l’eco arrivò anche in Italia; e fu così che il nome di Garibaldi cominciò a circolare nel sottosuolo della cospirazione.

Mappa di Montevideo durante l’assedio del 1843 – 1851 (Wikipedia)

Incalzata anche per via terra, la capitale sembrava alla vigilia della capitolazione. Ma la notizia più amara per Garibaldi fu quella che gli diede Anzani: la legione italiana si era sbandata al primo fuoco dando di se stessa uno spettacolo che giustificava in pieno gli scherni di tutti, in primis dei francesi. Garibaldi si rivolse allora ai volontari in maniera dura e decisa, ma soprattutto ebbe una trovata geniale, destinata a contribuire non poco alla sua leggenda: la camicia rossa.

Innumerevoli romanzi furono ricamati su questa camicia, ma la sua storia è molto più semplice, e soprattutto priva di quei sottintesi significati ideologici che le sono state attribuite. Una divisa non basta per trasformare un soldato in un buon combattente, e questo Garibaldi lo sapeva bene, però ci vuole. Il caso volle che in quel momento una fabbrica di Montevideo, che produceva grembiuli destinati ai saladeros, ossia ai macellai argentini, non potendole più smerciare per via delle ostilità tra i due Paesi si ritrovò a doverli svendere. Garibaldi ne approfittò e ne prese una cospicua partita. E fu così, per pure ragioni economiche, che nacque la sua famosa uniforme.
Una volta rivestiti i suoi uomini li riportò in linea, e sotto il suo comando gli ex-fuggiaschi combatterono come leoni.
Anche di questo episodio, maggiorato ancora di più dalla prosa trionfalistica di Cuneo, si parlò in Italia, e all’eco del suo nome cominciava ad affiancarsi quello di “Eroe dei Due Mondi”, come già lo si iniziava a chiamare.

IL RICHIAMO DEL MONDO LASCIATO

Nemmeno in tutti quegli anni di lontananza e continuo guerreggiare Garibaldi dimenticò la patria. Anche se il tempo trascorso lontano da essa era diventato assai, il suo sentimento di riscatto non smise mai di ardere nel suo cuore. E dal momento in cui la patria si accorse di lui, lui non penso più che ad essa e al proprio ritorno.

Il governo di Montevideo gli affidò il comando di tutte le forze armate, ma lui non lo tenne che per un paio di mesi circa, anche perché oramai le operazioni languivano e il Paese poteva considerarsi salvo. Ricevette anche allettanti proposte di sistemazione da parte del ministro della guerra Pacheco, ma Garibaldi le lascio cadere. L’unica cosa per cui spasimava era una nave che lo riportasse in Italia, donde giungevano notizie che rendevano la sua ansia ancor più fremente.
Pio IX aveva concesso l’amnistia ai condannati politici e teneva tali discorsi che ricevette anche una lettera di omaggio e di applauso da Mazzini. Carlo Alberto dichiarava che non vedeva l’ora di lanciare il grido dell’indipendenza nazionale. E Garibaldi non capiva come tutto questo fosse potuto avvenire, ma aveva paura che si compisse senza di lui.
Desideroso più che mai di partire, decise di rivolgersi direttamente al Nunzio Apostolico a Rio con una lettera nella quale faceva al Papa offerta di se stesso e dei suoi legionari. Il Nunzio diede però una risposta evasiva in untuoso stile prelatizio. Allora Mazzini, per ricucire i rapporti con lui e prevenire qualche altra sua incauta mossa, gli mandò come consigliere politico un suo fiduciario, Giacomo Medici.

Una stampa dei primi del ‘900 che ritrae Garibaldi e i suoi improvvisare la bandiera tricolore sula nave Speranza verso Nizza, 15 aprile 1848

Niente però poteva ormai più trattenere Garibaldi, che aveva già indetto una sottoscrizione per il noleggio di un piroscafo e spedito a Nizza Anita e i tre bambini, i quali frattanto erano nati. La sottoscrizione andò a gonfie e vele. Ma al momento della partenza si accorsero che erano in molti di meno rispetto a quelli che si erano messi in lista. Il loro numero esatto non si è mai saputo: c’è chi dice settanta e c’è chi dice sessanta. Fra di essi figurano anche due stranieri: l’uruguayano Ignacio Bueno, e Andrea Aguyar, detto “il Moro di Garibaldi” per via della carnagione nera: un bonario gigante dotato di una smisurata fedeltà e dedizione, che era solito combattere con una lancia e una fune per prendere i nemici al laccio, come i cavalli.
Medici era già partito in avanscoperta per predisporre lo sbarco nel vecchio mondo.

Salutata dalla banda e da un frenetico sventolio di bandiere e fazzoletti, il 15 aprile del 1848 la “Speranza” levò finalmente l’ancora e sciolse le vele al vento.
L’Eroe di un mondo partiva alla conquista di un altro mondo.

di Moisés Chiarelli

Fonti:
https://www.150anni.it/webi/index.php?s=20&wid=22
https://www.paginatre.it/online/a-pio-ix-pontefice-massimo-di-giuseppe-mazzini/
https://it.wikipedia.org/wiki/Assedio_di_Montevideo_(1843-1851)
https://www.maremagnum.com/stampe/giuseppe-garibaldi-nel-15-aprile-1848-sulla-nave-speranza/131136064
http://www.risorgimento.it/shades/htm/dettaglioCartellaRic.php?idCARTELLA=188139
http://storiagiornalismo.com/giuseppe-garibaldi.html
https://archive.org/details/memorieautobiogr00gari/page/n9/mode/2up

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