GLI ANNI DELL’ASSEMBLEA COSTITUENTE

“Io ero ministro degli esteri a Palazzo Chigi durante gli anni della Costituente. De Gasperi mi avvertì che Nenni aspettava notizie di una delle sue figlie, che, essendo stata deportata in un campo di concentramento, voleva sapere se ancora viva. Io avevo una rete diplomatica molto modesta, iniziale, e quindi tramite il Vaticano e la Croce Rossa iniziai le ricerche, ma la notizia non veniva. Un mattino mi fecero sapere che avevano trovato il cadavere della figlia di Nenni, a Mauthausen mi pare. De Gasperi telefonò a Nenni e anziché dirgli “L’hanno trovata” gli disse “Vengo da te”. Nenni capì che c’era una notizia, e che era triste. De Gasperi mi raccontò che nel breve tratto che lo separava dalla casa di Nenni, pensò a cosa un padre poteva dire ad un altro padre e non gli venne in mente nulla. Pensò a principi religiosi, ma Nenni non aveva questa sensibilità, anche se aveva un grandissimo rispetto verso le religioni e i religiosi. Mi disse che una volta arrivato da Nenni, si abbracciarono e piansero insieme. Io in quel momento ebbi la certezza delle radici profonde della Costituzione che stavamo scrivendo: la centralità in essa della persona umana.”

Oscar Luigi Scalfaro, deputato alla Costituente per la DC

Si trattava di ricostruire materialmente la nazione e dare nuove basi, questa volta democratiche, allo Stato Italiano. La decisione di eleggere un’assemblea costituente è del 21 aprile 1944. L’Italia era divisa in due dalla guerra: mentre Roma era ancora in mano ai nazisti, a Salerno nasceva il primo governo di unità nazionale con presidente il maresciallo Pietro Badoglio. La missione del nuovo governo consisteva in primo luogo nel liberare ogni lembo di terra italiana dal dominio nazista e in seguito, una volta vinta la guerra, chiamare gli italiani a scegliere fra monarchia e repubblica, oltre ad eleggere un’assemblea costituente.

La nascita del governo presieduto da Badoglio assicurava molteplici linee politiche: l’opposizione al nazifascismo sarebbe stata una soltanto.

“Ricordo che sentii il discorso di Togliatti appena rientrato in Italia. Sbloccò la situazione in cui si stagnava dall’epoca del congresso dei CNL [Comitato Nazionale di Liberazione] fatto a Brindisi: rimasi molto colpita dal fatto che un partito antifascista proponesse una tregua nella contesa sul discorso monarchia o repubblica e che invece mettesse al primo posto la collaborazione di tutti gli italiani e di tutti le forze politiche per cacciare i tedeschi e liberare l’Italia dal fascismo. Un grande fatto morale.”

                                                                              Nilde Iotti

“L’atmosfera era quella di un paese distrutto dalla guerra. Mangiavamo di tutto. Ancora mangiavamo le cremette che ci mandavano gli americani con le navi. La pasta non si mangiava da anni, non c’era verdura non c’era carne. Si assaporava soltanto una cosa: la libertà di parola. “

                                                                                       Lello Bersani, Giornalista Rai alla Costituente

Con la Repubblica non ci fu quel salto nel buio che molti paventavano, non ci furono quei contraccolpi che alcuni prevedevano. L’ Assemblea Costituente era il luogo dove il neonato potere democratico prendeva forma. La prima seduta si ebbe il 25 giugno del 1946, presieduta dal decano dell’assemblea Vittorio Emanuele Orlando, un grande giurista. Si procedette quindi all’elezione per la nomina del presidente: venne designato il socialista Saragat con 401 voti su 468. Tra i 468 membri della Costituente vi erano, per la prima volta, anche 21 donne.

Il governo dichiarò che le funzioni del Quirinale in via provvisoria venivano trasferite nelle mani del presidente del consiglio De Gasperi, evitando in questo modo la creazione di vuoti di potere. Gli sconfitti del Referendum urlarono al colpo di stato, ma Umberto di Savoia, detto il re di Maggio per il suo brevissimo governo, lasciò l’Italia: scese nel cortile del Quirinale , dove i corazzieri fecero per l’ultima volta il “saluto sovrano”. Enrico de Nicola, giurista napoletano, fu eletto il 27 giugno 1946 capo provvisorio dello Stato, nei primi anni Venti era stato presidente della camera. Fu un’elezione molto controversa, poiché la figura che si sarebbe scelta doveva rispettare alcune caratteristiche: doveva essere un meridionale (i meridionali infatti avevano soprattutto votato per la monarchia), doveva essere una personalità di tale rigore morale da rassicurare la parte repubblicana del paese ed infine doveva essere un uomo gradito ai tre grandi partiti di massa dell’epoca. Si parlò inizialmente di Benedetto Croce e Vittorio Emanuele Orlando, scartando il nome di De Nicola poiché si pensava non accettasse.

Ma quali basi scegliere per uno stato mutato nel suo aspetto istituzionale e nelle sue finalità? Nessuno aveva un progetto chiaro, né il governo né i partiti. Piero Calamandrei in suo intervento affermò: “Questo progetto di costituzione non è il prodotto di una rivoluzione già fatta, ma ne è il preludio, l’introduzione, l’annuncio di una rivoluzione, nel senso giuridico ed egualitario, ancora da fare”. Una rivoluzione, insomma da fare con la legge. Il giovane Aldo Moro confermò tale pensiero “Fare una costituzione vuol dire cristallizzare le idee dominanti di una civiltà, significa esprimere una formula di convivenza”. Per Giorgio la Pira, la Costituzione italiana doveva rappresentare una novità rispetto a quelle degli altri paesi “Scusate, vi domando: e il mondo del lavoro? Dov’è nelle carte costituzionali del 1789 e seguenti. Dov’è? Non esiste!”

Per preparare la bozza della Costituzione, il presidente Saragat nominò una commissione di 75 costituenti con presidente Meuccio Ruini. Questa a sua volta si divise in altre tre sottocommissioni: la prima per i diritti dei cittadini, presieduta del democristiano Tupini; la seconda per l’ordinamento dello Stato, presieduta dal comunista Terracini, la terza per i temi economico sociali, presieduta da Ghedini prima socialista e poi socialdemocratico.

Tra le diverse generazioni presenti all’assemblea Costituente vi erano diverse concezioni dello Stato e ciò caratterizzò il dibattito sia in Commissione sia nell’aula di Montecitorio. Il testo costituzionale è il risultato di tale dialettica.

“L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.

Il percorso per la scrittura dell’articolo uno fu lungo e faticoso. Nel marzo del 1947 Togliatti, Nenni, Basso, Targetti, Gullo e De Michelis proposero come primo comma dell’articolo uno tale formula: “L’Italia è una Repubblica democratica di lavoratori”. I Social democratici, gli azionisti, i laburisti accettarono la proposta della sinistra. Ma alla fine la votazione si risolse con 229 voti favorevoli contro 239 contrari. Fu Amintore Fanfani, democristiano, a presentare l’espressione che conosciamo. Tali parole dimostravano che la nuova repubblica non si sarebbe fondata sul privilegio, su una nobiltà ereditaria, sulla fatica altrui. Togliatti aderì subito a questa proposta, così come i socialisti.

Si ebbe una direzione con più polso e i lavori si velocizzarono con l’elezione del comunista Terracini a nuovo presidente della Costituente l’8 febbraio del 1947. In Russia, prima della guerra, Terracini ebbe un pesante scontro dialettico con lo stesso Lenin, per poi passare per 16 anni di prigione ed esilio in quanto antifascista.

Il lunghissimo elenco dei diritti che segue il primo articolo era pensato su un unico concetto: la posizione dell’uomo nel mondo. Bisognava quindi stilare i diritti naturali ed inalienabili che l’uomo ha nelle varie situazioni in cui si viene a trovare durante il corso della sua vita: comunità familiare, religiosa, di lavoro, cittadina, nazionale e internazionale. A questi andavano aggiunti i diritti sociali, in virtù anche degli eventi storici che si erano verificati nel XX secolo, come la Rivoluzione d’ottobre, le due Guerre Mondiali, la Crisi del ’29.  

In calce alla Costituzione vi sono tre firme: quella del capo dello Stato Enrico De Nicola, quella di Alcide de Gasperi, leader della DC e quella di Umberto Terracini, comunista e presidente della Costituente. La firma della Costituzione avvenne senza molte solennità nella casa di Enrico De Nicola  il 27 dicembre 1947, dopo essere stata approvate dall’assemblea il 22 dello stesso mese.

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