Il privilegio di tornare a casa

Tornare a casa la sera: qualcosa che per gli uomini risulta scontato,ma per le donne non lo è. L’omicidio di Sarah Everard, trentenne inglese, non è che il pretesto per portare alla luce quelle difficoltà che ogni donna deve affrontare vivendo all’interno di questa società dove la parità di genere deve ancora fare enormi passi avanti.

Prima di leggere questo articolo, vorremmo che vi prendeste due secondi per pensare a tutte le volte in cui siete uscite/i per visitare un’amica o amico, andare a scuola o al lavoro, svolgendo la routine che seguiamo ogni giorno per poi tornare a casa.  Attraversiamo sempre le stesse strade, camminiamo sugli stessi marciapiedi, incontriamo le stesse persone, a volte al mattino, altre al pomeriggio o alla sera dopo cena, alla fine della giornata abbiamo il privilegio di riuscire a varcare la porta di casa e possiamo metterci a dormire tranquillamente. Si parla di privilegio di tornare a casa, perché è qualcosa che molte donne non hanno avuto e che noi stesse non sappiamo fino a quando avremo.

Ogni giorno migliaia di donne nel mondo escono di casa, senza sapere che non torneranno più o, a volte, quelle che riescono a tornare non sono più le stesse di prima. L’aggressore si può trovare su quelle strade, su quei marciapiedi, a qualunque ora del giorno. Può essere la stessa persona che si incontra spesso e con un sorriso ci augura una buona giornata, quella che si incrocia solo una volta e con cui ci si scambia un paio di sguardi o quella che si deve cercare se non ci sentiamo sicure, perché il suo lavoro è quello di proteggere, ma finisce per fare l’esatto opposto, come è successo a Sarah Everard. 

Sarah è scomparsa il 3 marzo mentre tornava a casa da una cena con amici, le investigazioni da parte della polizia sono cominciate il 5 marzo. La vicenda ha portato migliaia di donne a parlare attraverso i  social media delle loro esperienze nelle strade e alle misure che adottano nel caso si dovessero difendere. Nel mentre le investigazioni portano il 9 marzo all’arresto di Wayne Couzens agente della polizia metropolitana di Londra, che qualche giorno prima era già stato denunciato per atti osceni in un ristorante. Il corpo senza vita di Sarah è stato ritrovato il giorno seguente ad Ashford nella provincia del Kent. 

Sarah Everard

Sarah aveva scelto di tornare a casa seguendo il percorso più lungo, trafficato e illuminato, perché é quello che viene suggerito alle donne di fare se si vuole evitare un’aggressione. Tutto questo non è servito a niente, perché non é stato il posto, l’ora o il fatto che ogni metro di quella strada fosse illuminata a uccidere Sarah, ma la voglia di qualcuno di sentirsi onnipotente.

In onore di Sarah e per sensibilizzare sui pericoli che le donne affrontano ogni giorno per strada, sono state organizzate diverse veglie in tutto il paese. La riunione più grande ha avuto luogo nel parco di Clapham Common al sud di Londra, qui in serata la polizia è intervenuta in maniera violenta. I presenti alla manifestazione erano lì per protestare per il diritto di ognuno a “camminare per strada senza paura” come afferma Patsy Stevenson, divenuta simbolo della protesta, a causa della violenza con cui è stata arrestata dalla polizia.

People hold signs during a vigil to reflect on the murder of 33 year old marketing executive, Sarah Everard, in London, Monday, March 15, 2021. The British government is under pressure to do more to protect women and ensure the right to protest as Parliament prepares to debate a sweeping crime bill amid anger over the way police broke up a vigil for a young murder victim abducted on the streets of London. (AP Photo/Matt Dunham)

I movimenti che hanno mostrato solidarietà sono numerosi, e qualcuno è nato proprio da questi eventi, come Reclaim These Streets, tradotto “Riprendiamoci queste strade”, che ha organizzato diverse manifestazioni di solidarietà in tutta la Gran Bretagna. Il movimento in particolare sottolinea che le forze dell’ordine chiedono sacrifici alle donne e non un cambiamento nel comportamento dei potenziali aggressori. Ogni volta le donne sono vittime, ma anche “colpevoli” o “poco attente”, indistintamente in tutto il mondo. Viviano in un costante limbo interiore tra quello che vorremmo fare e quello che è giusto per salvaguardare la nostra persona. La nostra vita è un continuo calcolare e soppesare ciò che sembra meno pericoloso, ed è purtroppo una cosa così radicata, forse anche a causa dell’educazione che riceviamo, sia bambini che bambine, che talvolta neanche ce ne rendiamo conto.

Il Guardian riporta alcuni dati sulla situazione delle donne in Gran Bretagna (https://www.theguardian.com/society/2021/mar/14/cases-like-everards-not-incredibly-rare-police-must-admit-it):

Donne uccise
da uno
sconosciuto
Donne violentate
ogni anno
Stupri denunciati che
finiscono
in tribunale
8%85.000
(il 90% conosce il proprio
stupratore)
1 su 25

In Inghilterra quel che fa indignare maggiormente è il fatto che non si può sempre contare sul sistema giudiziario e sulla polizia: una super denuncia guidata dal Center for Women’s Justice, un’associazione nata per tutelare le donne vittime di abusi dall’ingiustizia, presentata nel marzo 2020, documenta 666 segnalazioni in tre anni di episodi di abusi domestici e altri tipi di reati da parte di ufficiali di supporto per la comunità e altro personale delle forze di polizia dell’Inghilterra e del Galles.

Così l’omicidio di Sarah Everard non è altro che la goccia che fa traboccare il vaso di un sistema marcio, che parte da lontano e contro il quale in questi anni si sono organizzate manifestazioni intitolate “what i was wearing?” (“come ero vestita?”), in onore della poesia di Mary Simmerling (https://sapec.ku.edu/what-i-was-wearing-poem-mary-simmerling), che ha come tema proprio la violenza sulle donne. Un altro movimento che recentemente è stato al centro delle cronache è “Mee Too” , nato nell’ambiente del cinema e dello spettacolo americano, dopo le accuse di violenza contro Harvey Weinstein nel 2017. Attualmente coinvolge tutte le donne vittime di molestie nell’ambiente lavorativo.

In Italia la situazione non è più tranquilla, questi i dati riportati dall’ISTAT:

Fonte: ISTAT

La situazione pandemica ha incrementato questo fenomeno, costringendo molte donne a chiudersi in casa con il proprio carnefice, o talvolta il fenomeno della violenza si è sviluppato proprio a causa dello stare nelle stesse quattro mura sempre insieme. Le autorità hanno attivato un numero di emergenza anti-violenza, il 1522: solo durante il primo lockdown le richieste di aiuto sono state 5.031 , il 73% in più sullo stesso periodo del 2019.

Nel frattempo, l’8 marzo è stata la Giornata internazionale della donna, che ha destato molte polemiche, soprattutto per la denominazione: “Festa della donna”. Non è una festa, non c’è nulla da festeggiare in una simile giornata, che ci rinfaccia solo che un anno dopo l’ultimo 8 marzo la situazione non è migliorata. Purtroppo con la situazione pandemica attuale la condizione femminile è peggiorata drasticamente: sono aumentate le violenze, sono aumentati i gap economici e la crisi finanziaria ha colpito soprattutto le lavoratrici. L’8 marzo è un giorno per ricordare quanti passi avanti dobbiamo fare ancora prima di raggiungere una seria parità.

Certamente i cambiamenti devono venire dall’alto, l’eliminazione della tampon tax, già avvenuta in molti paesi, da tempo richiesta in Italia, è ancora considerata un provvedimento “non urgente”, nonostante l’IVA sugli assorbenti sia al 22% al pari di un bene di lusso. “Avere il ciclo non è una scelta!” affermano molti movimenti femministi, in un momento già economicamente difficile per tutti, ma ancora di più su coloro che spendono ogni anno tra i 200 e i 300 euro in prodotti legati al ciclo. Questo è solo un esempio ,meno grave, per sottolineare come, per certi versi, le autorità siano indietro rispetto alle esigenze di un’ intera categoria sociale.

Ma d’altra parte c’è ancora molto da fare anche a livello basilare; sicuramente un passo avanti sarebbe quello di cambiare l’educazione dei più piccoli, in modo tale da eliminare la cultura patriarcale che regna sovrana nella nostra società. Ma non basta l’impegno nell’ educazione, poiché i frutti di questa si vedranno solo in un futuro.

Bisogna cambiare anche il nostro presente, cosi che ogni donna di qualsiasi età, possa avere il privilegio di tornare a casa. Il modo migliore per farlo é portare questa e altre problematiche al centro del dibattito pubblico, cosi che una maggiore consapevolezza di queste, le sue conseguenze e quello che si puo fare, raggiungano un pubblico più vasto e il cambiamento abbia luogo in ogni ambito della nostra società.

Articolo a cura di Eduarda Delgado e Maria Luigia Buccolieri

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