Il futuro della nostra generazione

Navigando fra i vari contenuti, pregevoli e meno, che ormai si possono trovare sui social network, può capitare di incappare in nobili tentativi da parte di alcuni utenti di creare piccoli spazi di riflessione. Forse sarà successo a qualcuno di imbattersi in un breve video raffigurante una sequenza di eventi chiave degli ultimi 20 anni accompagnata dalla voce di un ragazzo che spiega concisamente perché secondo lui la generazione Z sarebbe la più provata emotivamente e psicologicamente e tendenzialmente la meno edonistica. Sostanzialmente ogni tappa della nostra vita fino ad oggi sarebbe stata segnata da uno stato perpetuo di crisi, sia esso dovuto alla minaccia terroristica comparsa per la prima volta nel 2001, alla crisi economica esplosa negli Stati Uniti nel 2008, all’emergenza migratoria, a quella climatica o ancora, forse la più importante e segnante, quella sanitaria. Questo avvicendamento così a stretto giro di tali calamità avrebbe segnato la mentalità di una generazione, la nostra, negli anni della crescita e dello sviluppo, ossia la fase durante la quale ciascuno di noi sviluppa una propria percezione e concezione del mondo. Il risultato? Un cocktail di pessimismo mascherato da umorismo o sarcasmo, insicurezza, incertezza, ansia, sfiducia, ma anche una tendenziale maggior diligenza e senso del dovere. Addirittura, secondo uno studio americano(Pew Research Center), essa si appresterebbe ad essere la generazione ad oggi più istruita.

Ora, il web è il luogo di ogni cosa e del suo contrario, perciò è solo questione di tempo (o di swips!) prima di imbattersi in un altro contributo volto a sminuire ironicamente la gravità del messaggio, parodiandolo. Questa volta inscenando un possibile scorcio di vita quotidiana di un ragazzino di 10 anni: il suono ovattato ed indistinguibile di un telegiornale al quale si sovrappone il rumore di un’altra TV collegata ad una console surriscaldata a causa dell’utilizzo di un instancabile giovane, il quale probabilmente non sa neanche cosa sia una “recessione”. Ecco che allora ci si sente forse anche un po’ sciocchi per essere rimasti colpiti dal contenuto del primo video. “Ma sì, non esageriamo dai!”.

Oggi, dopo l'”inaugurazione” dell’ennesimo lockdown volto a contrastare la “terza ondata” (a me pare piuttosto un’ alta marea da Novembre) anche i più solitari ed amanti della propria compagnia mostrano evidenti segni di cedimento. E la ragione non è solo legata alla logorante quotidianità del nulla fra le nostre quattro mura di casa, ma anche alla vista di un “non-orizzonte“. La strada non è spianata, piuttosto è un vicolo che a pochi passi da noi affoga nella nebbia più fitta. Una volta superata questa interminabile parentesi pandemica sarà la volta della “ricostruzione”, economica e sociale, per la quale ancora non ci sono nemmeno i mattoni. Lo sforzo dell’Unione Europea per la stesura di un meccanismo come quello del Recovery Fund è stato sicuramente immane e rivoluzionario, ma per quanto concerne l’attuazione a livello nazionale di quelle “riforme strutturali” di cui tanti esponenti si riempiono la bocca? Nessuna notizia rilevante.
Quel che è peggio è che tutto ciò si innesta in una fase di trasformazione delicata, ma allo stesso tempo stordente: se il XX° secolo ha conosciuto più avanzamenti tecnologici che l’intero secondo millennio, questa prima metà del XXI° secolo potrebbe battere ogni record. Ogni cambiamento porta con sé benefici, certo, ma anche spaesamento, diffidenza o vero e proprio rifiuto. Le trasformazioni sono anche brutali talvolta: non tutti arriveranno illesi alla fine, non tutti ne beneficeranno ugualmente. Verga rappresentava questo concetto tramite la metafora della fiumana umana: grandiosa e maestosa nella sua interezza, ma pervasa di sofferenza e perdite nei suoi dettagli

Il cammino fatale, incessante, spesso faticoso e febbrile che segue l’umanità per raggiungere la conquista del progresso, è grandioso nel suo risultato, visto nell’insieme, da lontano. […] Solo l’osservatore, travolto anch’esso dalla fiumana, guardandosi intorno, ha il diritto di interessarsi ai deboli che restano per via, ai fiacchi che si lasciano sorpassare dall’onda per finire più presto, ai vinti che levano le braccia disperate, e piegano il capo sotto il piede brutale dei sovravvegnenti, i vincitori d’oggi, affrettati anch’essi, avidi anch’essi d’arrivare, e che saranno sorpassati domani.

Prefaziona de I Malavoglia, Giovanni Verga

Il Dio Progresso esige un cospicuo sacrificio per la sua incarnazione.

Dal nostro punto di vista si tratta semplicemente di constatare la tortuosità della ricerca di un futuro lavoro alla luce del tasso di disoccupazione giovanile (forse la stessa scomparsa del “posto fisso” in favore di un modello fondato sulle precarietà e la flessibilità), l’instillamento di un’etica della competitività che mira a fare terra bruciata dei propri coetanei secondo l’adagio del “mors tua vita mea”, una progressiva diffidenza se non aperta ostilità nei confronti delle generazioni precedenti, insomma, l’impressione che ci venga consegnato un mondo a pezzi, martoriato dalla leggerezza e miopia delle politiche degli ultimi decenni ed in procinto di entrare in un periodo profondamente turbolento dal punto di vista politico e sociale. Tutto ciò, la consapevolezza di questo peso incombente, può portare (e sta già portando) ad un progressivo logoramento psicologico. Potremmo non sentirci pronti ad essere l’Atlante del XXI° secolo, a ricevere il fardello del mondo sulle nostre spalle.

Eppure tutto ciò ha un non so che di galvanizzante.

V’è una frase che mi tornò spontaneamente in mente nei mesi del primo lockdown e che da allora tengo stretta. “Tempi avversi creano uomini forti, uomini forti creano tempi tranquilli”. E’ un messaggio di rivincita su tutti i sacrifici sopportati e le negligenze di cui siamo stati oggetto, un monito del fatto che presto o tardi dovrà esserci un cambio di guardia nella classe dirigente, che arriverà quindi il nostro turno di gestire la cosa pubblica, una prospettiva di cui abbiamo disperatamente bisogno per farci carico delle sfide che ci attendono, per dare un senso e soprattutto un fine ai nostri sforzi quotidiani.
La nostra generazione ha già dato prova della sua caparbietà e determinazione, del suo spirito inflessibile: lo ha fatto con il movimento Fridays for Future, con quello di Black Lives Matter, con l’appoggio trasversale ad altre sfide culturali e sociali (uguaglianza di genere, promozione dei diritti delle minoranze), lo fa quotidianamente con la sua lotta per il diritto all’istruzione, lo fa nei Paesi dove la democrazia stenta a decollare o viene messa in pericolo. Non posso non rivolgere un pensiero ai nostri coetanei in Myanmar, scesi in piazza per lottare, anche a rischio della propria vita, contro un governo militare impostosi a seguito d’un colpo di Stato. Questi esempi dimostrano che non siamo una specie in via di estinzione, non abbiamo bisogno di viscide pratiche di paternalismo elettorale, bensì di canali di espressione, di margini di manovra per dimostrare la nostra sensibilità alle tematiche attuali e la nostra visione del mondo che verrà.

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