L’eroe dal carcere dell’antifascismo: Antonio Gramsci

I 160 anni di storia italiana sono pregni di battaglie ideologiche: ancor prima del 1861, vi era un acceso dibattito culturale sul futuro assetto dell’Italia unita: Repubblica, Monarchia, Confederazione? Nel corso dell’Ottocento l’affermarsi e il diffondersi della dottrina marxista ha creato un nuovo fronte, quello del socialismo, da cui si sentivano minacciati i liberali, ormai da decenni al potere.

La nascita del Partito Socialista

La nascita del Partito Socialista cambiò completamente l’assetto della politica italiana. Fondato nel 1892 dal milanese Filippo Turati, si presenta come il primo partito di massa e il primo partito organizzato che poteva contare sul sostegno di una base sociale. In questo modo la popolazione, anche delle zone più periferiche, poteva contare su un sistema organizzato basato sui sindacati, le camere del lavoro e diversi enti assistenziali.

I liberali d’altro canto erano intimoriti dallo “spettro che si aggirava per l’Europa”, soprattutto a causa del pericolo di una rivoluzione indirizzata all’instaurazione di una “dittatura del proletariato”. Il timore cresce nel momento in cui nel 1917 scoppia in Russia la Rivoluzione Bolscevica, che porta al crollo del regime zarista e alla nascita dell’URSS, di stampo marxista. In Italia le ripercussioni di questa rivoluzione non si fecero attendere: il partito socialista era sempre più diviso all’interno tra i socialisti riformisti guidati da Turati, i socialisti massimalisti, che sostenevano l’idea di una rivoluzione radicale il cui leader era G.M. Serrati, e infine i comunisti.

La scissione di Livorno

Questi ultimi, nel Congresso di Livorno nel gennaio 1921, si scindono, fondando il Partito Comunista d’Italia (PCd’I), che si presenta come un distaccamento italiano del Comintern, di cui ricordiamo tra i maggiori esponenti Amedeo Bordiga, Palmiro Togliatti e Antonio Gramsci, che si distinsero anche per l’accesa opposizione al regime fascista che portarono avanti negli anni del regime.

Antonio Gramsci

In particolare, figura emblematica è Antonio Gramsci, politico, intellettuale e antifascista che ha segnato la storia e la letteratura del nostro Paese. Nato in Sardegna in una famiglia molto povera, fu fin da bambino caratterizzato da una salute cagionevole. Dopo gli studi liceali, si trasferì a Torino per gli studi universitari e qui, nel fervente clima culturale di uno dei maggiori poli industriali, si avvicinò alle idee socialiste e rivoluzionarie.

Dopo aver lavorato per l’Avanti e per Grido del Popolo, nel 1919 in occasione dell’occupazione delle fabbriche di quell’anno fondò l’Ordine Nuovo, settimanale di cultura socialista diretto soprattutto alla classe operaia, che sosteneva l’adesione del Partito socialista all’Internazionale comunista e a sostegno del movimento dei consigli di fabbrica. Nel gennaio 1921, vicino a Bordiga fu uno dei fondatori del PCd’I, nato dopo le controversie con i riformatori proprio a proposito dell’adesione al Comintern; e nel 1924 fondò L’Unità, una tra le maggiori testate ancora esistenti, voce del partito, diventandone nello stesso anno segretario.

Il carcere e i Quaderni

Nel 1926, durante il regime fascista fu arrestato e condannato a venti anni di carcere per attività cospirativa. Non chiese la grazia per non dare un segnale di resa, e nel carcere di Turi restò rinchiuso quasi fino al resto della sua vita. Qui, come racconta ironicamente nelle sue lettere, spesso i compagni di cella non lo riconoscono, e non riescono a credergli quando si presenta come il leader del partito comunista: “Antonio Gramsci deve essere un gigante non un uomo così piccolo” gli veniva spesso detto, riferendosi al suo fisico gracile.

Dalla sua prigionia scaturisce l’opera matura del suo pensiero, i Quaderni, o Lettere dal Carcere, considerata una delle opere più significative e acute del XX secolo. Egli imposta una riflessione di ampio respiro che coinvolge la storia, la filosofia, la politica confrontandosi con la realtà al di fuori delle sbarre; discute e confronta il suo pensiero con quello di altri intellettuali del periodo, come Benedetto Croce.

Riflessione sul fascismo

Cruciale, anche se secondario nella trama di temi portati avanti nei suoi scritti, è la riflessione sui totalitarismi e sul fascismo: egli non ne dà mai una fotografia del momento, ma lo analizza nel suo “dinamismo” comprendendo sia il suo passato, i momenti che hanno determinato la sua crescita e la sua affermazione, ma anche il possibile assetto futuro.

Il fascismo corrisponde al discioglimento dello stato borghese, e quindi le considerazione su di esso corrisponde ad una più ampia riflessione sulla borghesia, ma non solo, il consolidarsi del regime come dittatura, permette a Gramsci di capire che la riflessione non può solo basarsi sulla dicotomia borghesia-proletariato, come aveva cercato di fare fino ad allora. Egli, nella cosiddetta fase matura, amplia l’orizzonte, analizzando e ragionando sulle dinamiche sociali storiche, ma anche contemporanee, dandone una spiegazione illuminante e tra le più brillanti del secolo, individuando i legami con la nuova società capitalista e in generale occidentale, i punti di forza e di debolezza del regime con grande scaltrezza.

Sul risorgimento

Morto nel 1937 a causa delle condizione di salute, ormai da tempo precarie, ci lascia in eredità un’altra riflessione che in questo contesto dedicato ai 160 anni dall’Unità, è importante ricordare. Nel saggio intitolato Sul Risorgimento, Gramsci ci offre una visione diversa dell’evento storico delegittimando la “gloriosa” spedizione garibaldina ed evidenziando che non fu altro che una grande mistificazione storica. Egli, quindi, definisce “rivoluzione passiva” o “rivoluzione-restaurazione” l’impresa dei Mille, in cui il popolo, in realtà, ebbe un ruolo marginale, e che si configura piuttosto come una conquista regia, e nemmeno come creazione di una nazione, perché la coscienza nazionale era per lo più inesistente.

Gramsci attribuisce ai politici sabaudi la colpa di aver modellato il processo di unificazione a propria convenienza e piacimento, rispondendo direttamente agli interessi del Nord e trascurando le esigenze delle masse di contadini che popolavano il Meridione e le isole. Questo atteggiamento di ostilità nei confronti del Sud da parte dei sabaudi è riscontrabile, per Gramsci, nei numerosi eccidi, ricordati come lotta al brigantaggio ma che aveva i connotati di una vera e propria guerra civile.

Nel 1920, in un suo articolo su Ordine Nuovo così scrisse:

“Lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole squartando, fucilando e seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare chiamandoli briganti”.

Fonti: https://www.lavocedinewyork.com/arts/2015/03/04/il-risorgimento-nel-sud-fu-vera-gloria-gramsci-nutriva-molti-dubbi-2/ ; https://journals.openedition.org/laboratoireitalien/1062?lang=it ; https://www.treccani.it/ ; La storia del comunismo in 50 ritratti, Paolo Mieli, 2018, Centauria

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