E TU CHE DEPRESSIONE SEI?

Questo articolo è uscito come numero di Autarkeia, la newsletter settimanale di filosofia, attualità e consigli.

Categorie della tristezza: la costante lotta tra chi sei e chi vorresti essere

Che cosa significa depressione?

Nel momento in cui ci soffermiamo a esaminare la parola, il significato che siamo soliti darle diviene strano. De-pressione letteralmente indica qualcosa di abbassato, spinto a un livello più basso, premuto in giù: infatti parliamo di depressione geologica quando un avvallamento di terra si trova sotto il livello del mare. La parola deriva dal verbo latino deprimere, da cui a sua volta vengono il nome depressio, e l’aggettivo depressus. L’uso che gli antichi facevano di questa parola è illuminante: per il verbo, vi è deprimere fossam, scavare una fossa; per l’aggettivo, depressa domus, dove ad essere depressa è una casa, poiché posta in basso; il nome è usato molto raramente. Si noti che vi è anche un senso figurato, quasi esclusivamente verbale: il verbo viene usato a volte anche col senso di screditare, avvilire, ma l’esempio è deprimere vocem, abbassare la voce. Dopo una rapida riflessione si evince la mancanza di qualcosa: non vi è traccia del riflessivo deprimersi. Effettivamente, questa idea che a noi sembra ovvia e familiare, è del tutto controintuitiva. Qual è il senso di spingere se stessi in basso? Come il soggetto si auto-abbassi di livello, l’auto-premersi in giù? In questo senso, l’assenza di un uso diffuso del riflessivo nel verbo latino appare comprensibile.
Tuttavia, nella lingua comune di oggi parlare di depressione tendenzialmente significa parlare di una persona che “si deprime”, e quindi che spinge sé stesso in basso, e che è quindi depressa. Tratteremo proprio l’interpretazione riflessiva.

Campo di grano con volo di corvi, 1890, di Vincent Van Gogh. Una delle più potenti rappresentazioni
artistiche dei tormenti dell’animo umano.

Prendendola apparentemente alla larga parlando di identità.
Osservandoci sembra semplice constatare che il nostro io sia uno e definito. Ad aiutarci in questa autodefinizione accorre il nostro nome proprio: appiccicato addosso come un’etichetta, il mio nome permette di dare maggiore consistenza alla mia identità. É più facile definirmi, avendo un nome:
io sono A, A è ciò che sono, ciò che sono stato e ciò che sarò. E su questo non ho dubbi. In più, in quanto essere umano, so di essere A, so che sarò A e so che sono stato A: e questo perché l’io di ogni persona è un io cosciente. E in quanto cosciente di se stessa, ogni persona può prevedere quello che sarà e immaginare quello che potrebbe essere. Questa capacità umana di previsione e di immaginazione di mondi possibili, e quindi di identità differenti da quella corrente, è un concetto su cui vale la pena soffermarsi. Perché è proprio questa capacità che causa in noi una moltiplicazione e una frammentazione dell’io: davanti all’identità concreta e reale, nelle nostre menti si distendono innumerevoli identità possibili con cui, inevitabilmente, ci confrontiamo. A confronto con ciò che sono, mi appare ciò che vorrei essere e ciò che dovrei essere, ma anche ciò che sarò in futuro e ciò che sono stato in passato; e, in ultimo, ciò che penso appaia di me agli occhi degli altri. Questi io possibili spesso hanno funzione positiva: spronano a muoversi nella direzione giusta, quella direzione che può portare a costruirsi nella maniera più consona a ciò che sei. Tuttavia il nostro io effettivo e presente è in un perenne e dinamico confronto con ciò che potrebbe essere: ed è proprio da qui che sorge un’ampia categoria umana, quella dei “grandi scontenti di sé”.

La maggior parte degli uomini devono conquistarla, la fede in se stessi: tutto quel che di buono, di
rimarchevole e di grande essi fanno è in primo luogo un argomento contro lo scettico che alberga
in loro: è necessario convincere o persuadere costui, e per fare questo occorre quasi del genio.
Sono i grandi scontenti di sé. Nietzsche

Il confronto costante con ciò che potrei essere, ma che non sono, rischia di dissolvere la mia identità,

 La reproduction interdite di René Magritte, 1937.

impedendomi di guardarmi in faccia: proprio come nel quadro di Magritte. Tornando alle domandi iniziali: come mai le persone si auto-abbassano di livello? Perchè ci si auto-preme in giù, ci si deprime? Quel confronto con gli io possibili ci sfinisce. Veniamo schiacciati da ciò che potremmo essere: ci sembra sempre di non fare abbastanza, di non essere abbastanza, non ci sentiamo sufficientemente belli, intelligenti o simpatici. Sorge in noi un costante svilimento del sé, che non fa che spingerci in basso, in giù. Non c’è alcuna nemesi malvagia che ci odia, tutto questo lo facciamo da soli: ci auto-sabotiamo. Smettiamo di apprezzare in noi la benché minima qualità, e ci arrendiamo. Si spiega così il significato della parola depressione: ci si è arrende a rimanere nella fossa in cui ci si è nascosti. “Non sono al livello di ciò che vorrei e dovrei essere”, e allora mi deprimo: mi abbasso.   

 Come uscire da questa situazione? Aristotele sosteneva che una virtù fosse una qualità posta in mezzo a due vizi opposti, un equilibrio virtuoso tra due modi ingiusti di essere. Per capire, facciamo un esempio: che cos’è il coraggio? Prendiamo i due vizi opposti. Il vile eccede nella paura mentre il temerario eccede nell’ardimento. Entrambi sono vizi, e, come detto, la virtù sta nel mezzo tra i due: il coraggioso è allora colui che prova paura e ardimento in giusta misura e secondo un corretto uso della ragione, colui che sta nel mezzo tra il vile e il temerario. In questo discorso una delle virtù trattate da Aristotele è la sincerità su se stessi. Essa, come tutte le virtù, sta nel mezzo tra due vizi: da un lato la vanità e la millanteria, cioè il vizio di chi si attribuisce più valore di quel che ha realmente. Aristotele sottolinea fortemente che il dipingersi come peggiori di quello che si è in realtà è un difetto pari a quello opposto. Non vi è alcuna virtù nello sminuirsi. Non è qualcosa di positivo credersi e mostrarsi di meno di quel che si é: la virtù sta nella sincerità su se stessi, non in altro. Questo non vuol dire che non bisogna essere umili. L’umiltà è il saper riconoscere i propri limiti, non porcene di nuovi per auto-sabotarsi. Essere umili significa essere sinceri, non de-primersi, spingersi in basso. Infatti bisogna essere sinceri, guardarsi in faccia: riconoscere onestamente il proprio valore, senza farsi seppellire da ciò che si potrebbe essere, ma non si è. Essere orgogliosi e consci del bello che vi è in noi, e quindi delle nostre qualità, è una virtù. Non vi è nulla da nascondere, da auto-celarsi. E tutto questo non per esporre se stessi come trofei, ma per acquisire consapevolezza, per costruire una solidità nella quotidianità: per dare sostanza a quel fragile nucleo che è la nostra identità. Riconoscendo i propri valori, e smettendo di volere essere qualcosa che non si è, ci si riesce ad innalzare dalla fossa in cui ci si era spinti: in questo modo si può uscire sulle proprie gambe da quel buio in cui ci si era nascosti. Si può risalire con gli stessi strumenti con cui si era discesi da quella
depressione in cui ci eravamo seppelliti.

A cura di Daniele Bondioli

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