TRENT’ANNI DI SCELLERATE RIFORME SULL’ISTRUZIONE

Per analizzare la difficile situazione dei giovani in Italia partiremo dall’istituzione scolastica, e in particolar modo da quella universitaria, la quale sembra oggi completamente subordinata alle logiche di mercato per cui competere è meglio che collaborare. Sempre più dequalificate e smantellate le università vivono oggi uno dei periodi più bui della storia e siamo tutti noi studenti, e futuri professionisti, a pagarne le conseguenze. É nostro dovere in quanto universitari capire il sistema di cui facciamo parte, e per farlo, per analizzare il sistema formativo, per comprendere come siamo arrivati a questa crisi è opportuno dare un prospetto storico di quelle che sono state le principali riforme del sistema scolastico.

LA LEGGE RUBERTI 1990

La legge prende il nome dell’allora ministro dell’università col sesto governo Andreotti e membro del partito socialista: Antonio Ruberti. Sarà proprio questa legge a dare il via al processo di aziendalizzazione del sistema scolastico. Il grande cambiamento apportato da questa legge consiste nell’introdurre collaborazioni esterne con enti sia pubblici sia privati, per realizzare corsi di studio o attività culturali e formative. È un momento storico per le università italiane: da questo momento in poi non si tornerà mai più indietro, si andrà anzi a rafforzare la presenza dei privati all’interno delle istituzioni universitarie. Da qui l’istruzione come sapere scientifico e critico cede gradualmente alle necessità di mercato: vengono creati corsi di studio più brevi e molto circoscritti. Il movimento studentesco ‘La Pantera‘ nacque proprio in risposta a questo meccanismo, fiutando con lungimiranza il rischio di compromettere seriamente la libertà del sapere. Agli atenei viene riconosciuta maggiore autonomia statuaria, amministrativa, finanziaria e didattica producendo così maggiore competitività tra i poli. Questo purtroppo non ha come risultato solo quello di migliorare l’offerta formativa, il che rappresenta di per sé una conquista, ma si traduce di fatto nella polarizzazione tra atenei di Serie A e di Serie B. Totalmente in linea con la progressiva attuazione dell’autonomia universitaria vengono introdotti i crediti scolastici, scelti in maniera totalmente arbitraria. L’importante è sottolineare come il sistema dei crediti sia stato introdotto anche in stage e tirocini, occultando così la loro natura di lavori veri e propri. Questo ovviamente porta ad un’offerta di personale specializzato a costo zero.

LA BOZZA MARTINOTTI 1997

La bozza martinotti è un’anticipazione della legge Zecchino-Berlinguer del ’99. Si tratta infatti di un rapporto scritto del professore della Bicocca di Milano, Guido Martinotti. se l’obiettivo di questa legge è condivisibile in quanto si propone di aumentare il numero dei laureati gli strumenti indicati nascondono della ambiguità. La caratteristica innovativa di questa bozza riguarda il rapporto contrattuale tra studente e ateneo. Viene esplicitata in maniera inconfondibile la nuova funzione dell’università: negato il ruolo di servizio pubblico fornito dall’università, sarà lo studente a scegliere di investire personalmente sulla propria formazione, rapportandosi con l’università come si fa con un’azienda, e come tale lo Stato non se ne occupa. Nello statuto degli studenti si differenziano ufficialmente studenti part-time e full-time. Questo cambiamento nell’immediato non apporta grandi modifiche, ma dal 2014/15 in poi gli studi hanno dimostrato come i lavoratori-studenti collezionano meno crediti e quindi sono sottoposti a costi maggiori per l’iscrizione. Ovviamente questo porta a ricreare le disuguaglianze sociali all’interno dell’università.

LEGGE ZECCHINO-BERLINGUER 1999

Questa legge prende il nome dal ministro dell’Università sotto la presidenza D’alema, Zecchino, e anche dal suo predecessore Berlinguer del quale prosegue il progetto. Questa nuova legge si basa su tre pilastri: autonomia scolastica, “competenze di base” e rafforzare il numero programmato nelle facoltà. Uscendo dal circoscritto mondo dell’istruzione queste competenze di base valutano il saper o il non saper fare. Le competenze di base si discostano dunque dalla conoscenza critica e razionale, non si tratta di nozioni dell’ambito pedagogico, così come sono state presentate sembrano più appartenere all’ambito lavorativo. Non è però chiaro cosa, come e in quanto tempo si deve “saper fare”. Questo disordine e flessibilità applicata all’educazione ha come unico risultato concreto l’abbassamento della qualità di formazione, spingendo sempre più a subordinare il sistema d’istruzione a un sistema di formazione professionale. Per quanto riguarda la maggior autonomia scolastica non apporta grandi cambiamenti, si limita a rafforzare i provvedimenti già in atto. L’altra grande novità introdotta con questa riforma è il numero programmato nelle università. Camuffato come un provvedimento per ridurre la dispersione scolastica e l’alto numero di studenti fuoricorso, in realtà non aiuta in minima parte gli studenti, anzi li sottopone alla fretta di dare esami, all’ansia o alla ripetitività. Il primo obiettivo dello studente non è più capire ciò che studia e arricchire il proprio bagaglio culturale, ma dare in fretta gli esami, scendendo anche a compromessi con i voti, così da rimanere in corso e magari evitare le tasse aggiuntive, o poter ottenere la borsa di studio.

LA LEGGE MORATTI 2003/4

Questa legge emanata sotto il governo Berlusconi interessa non tanto per l’impatto sull’Università, quanto più sulle importanti riforme nei confronti delle scuole di secondo grado. Per quanto riguarda il sistema universitario le modifiche apportante non sono così significative: vengono comunque accentuati alcuni aspetti di consolidamento tra percorso formativo e mercato del lavoro. Per quanto riguarda la scuola di secondo grado vengono apportati due cambiamenti talmente importanti da dover essere necessariamente citati: l’introduzione dell’alternanza scuola lavoro e le prove invalsi. In linea con la costante dequalificazione dell’istruzione viene introdotta l’alternanza scuola lavoro nelle scuole professionali. Questo provvedimento muove da idee anche capaci di aiutare gli studenti nel proprio processo di formazione, ma il risultato è poi uno sfruttamento di ragazzi dai 15 anni in su in mansioni che nessuno ricopre nel mercato del lavoro. Vengono introdotte anche le INVALSI, grande strumento di monitoraggio sia degli apprendimenti, ma anche del servizio scolastico e di conseguenza degli insegnanti. Difficile credere che questo TEST possa promuovere l’uguaglianza, quanto proposto in testo di legge. È invece evidente l’idea anti-pedagogica di trovare uno studente standard da prendere come modello e da inserire all’interno dell’arena di una brutale competizione già dai 7 anni. In più anche il lavoro del docente viene sminuito e modificato con l’introduzione di questi test: questi mirano infatti a valutare l’assimilazione di un metodo più che di contenuti e conoscenze, così da costringere i docenti a una forzata rivisitazione del proprio metodo scolastico.

LA LEGGE GELMINI 2010

Sotto il quarto governo Berlusconi sarà il ministro dell’istruzione Gelmini (oggi ministra per gli affari regionali e le autonomie sotto il governo Draghi) a stilare questa riforma dell’Università. Questa legge esaspera alcuni principi già presenti nelle precedenti apportando significative modifiche a tutto il mondo della formazione, modificano quasi la natura stessa dell’istruzione. Il primo grande cambiamento fu il drastico taglio al Fondo di Finanziamento Ordinario, l’unica entrata statale per le università, costringendo quest’ultima ad alzare le tasse agli studenti e attingere maggiormente alle contribuzioni private. Inoltre viene anche modificato il sistema di distribuzione dei fondi statali, suddivisi in due quote: quella base (calcolata su spesa storia) e quella di riequilibrio (calcolata in base a criteri decretati dal Ministero). Attraverso il lavoro dell’Anvur (agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca) vengono elargiti i fondi premiali, che hanno come ovvia conseguenza la maggiore competizione e quindi differenziazione tra gli atenei che ogni anno riescono ad accaparrarsi i fondi più alti e quelli che non riescono ad assicurarsene così da abbassare sempre più la propria offerta didattica. La ovvia conseguenza è una maggior intromissione di enti privati nella vita politica universitaria: da questo momento in poi infatti potranno accedere al consiglio di amministrazione dell’università anche esterni privati, acquistando così potere decisionale sull’ateneo ( da questo momento in poi possono decidere, ad esempio, di tagliare un corso dando solo giustificazioni finanziarie e non formative). Questo sistema entrerà anche nel mondo dei ricercatori universitari: eliminando completamente i contratti a tempo indeterminato, offrendo la possibilità di lavoro da 1 a 3 anni.

LA BUONA SCUOLA DI RENZI 2015

Entra in vigore nel 2015 la legge che sembra in diretta continuazione con la legge Berlinguer. Con questa riforma viene imposta l’alternanza scuola lavoro a tutti i tipi di scuola superiore, oltre a un rafforzamento della precarietà per i lavoratori scolastici. Si raggiunge così la nuova frontiera dello sfruttamento: un gigantesco regalo di manodopera gratuita alle imprese, costringendo giovani studenti a ricoprire gratuitamente lavori non inerenti con il proprio percorso di formazione. Tutti conosciamo le conseguenze: numerose sono stante anche in questo caso le proteste vedendo studenti dei licei costretti a servire patatine al McDonald o fare fotocopie presso le segreterie e il tutto, ovviamente senza essere pagati.

Nonostante la deriva del sistema formativo dovuta alle riforme e politiche sopracitate, si può ancora cambiare, NOI possiamo ancora difendere il nostro diritto allo studio.

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