LA VERA STORIA DELLE GUERRE PERSIANE, DI LEONIDA E DELLE TERMOPILI

[In risposta agli efori, che gli facevano notare che portava con sé pochi uomini alle Termopili] 

“Anche troppi, per l’impresa che ci aspetta.”

Leonida I di Sparta

[In risposta ad un tale che diceva che non si riusciva neanche a vedere il sole a causa delle fittissime frecce dei Persiani]

 “Meglio così: potremo combattere all’ombra, in Grecia fa caldo.”

Leonida I di Sparta

[In risposta ad un’altra lettera di Serse, che gli intimava di consegnare le armi]

                                                                                                                                    “ Vieni a prenderle.”

                                                                                                                                   Μολὼν λαβέ.

Leonida I di Sparta

E’ possibile che un impero sconfinato come quello persiano del 500 a.C., venga sconfitto da singole città stato di una Grecia politicamente inesistente , unitesi solamente per necessità di sopravvivenza ma senza avere una vera e propria coscienza di unità politica? Sì, è successo.

Anno 499 a.C. Le città greche sulla costa occidentale della Turchia, sospinte da Aristagora, tiranno di Mileto, potente città ellenica di quell’area, si sollevano contro il dominio persiano un po’ a causa dei troppo pesanti tributi a cui erano sottoposte, un po’ per un forte desiderio di libertà.

Le loro forze da sole, però, non erano sufficienti, quindi si rivolsero alla loro antica madrepatria: Aristagora si rivolse inizialmente a Sparta, ma ottenne dal re Cleone un rifiuto; una migliore risposta, invece, la ricevette da Atene ottenendo circa venti navi; Eretria ne inviò cinque.

Tagliando corto sulle vicende belliche della rivolta, nonostante i successi del primo periodo, l’impresa greca si risolse infine con un fallimento, e come tutti i fallimenti ebbe le sue conseguenze.

I persiani, infatti, non si limitarono a ristabilire l’ordine sulle coste ioniche (la parte più occidentale della Turchia dove si trovavano le città greche riottose), ma decisero di organizzare una spedizione punitiva nei confronti delle due città che avevano inviato degli aiuti durante la rivolta. Dopo aver conquistato e dato alle fiamme Eretria, 20 000 persiani sbarcarono sulla piana di Maratona, appena più a nord di Atene.  Dopo molte discussioni sul da farsi, vennero infine inviati 6000/7000 opliti a fronteggiare l’esercito nemico. Successivamente ad alcuni giorni di scontri furono gli ateniesi a vincere, lasciando sul campo solamente 192 uomini, contro le 6400 vittime dei persiani. Tale sconfitta costrinse i persiani alla ritirata, respinti da una singola città. Con questa vittoria dei greci si conclude così la “prima guerra Persiana”.

Nel 485 a.C. Dario re di Persia morì durante i preparativi di una seconda spedizione, che questa volta doveva essere rivolta verso la Grecia tutta, per terminare la faccenda una volta per tutte. Suo figlio Serse (che non era un pelato di 2 metri e 50 muscoloso, completamente glabro, ma un essere umano di statura normale, con dei bei capelli e anche un po’ magrolino come tutti gli aristocratici), ne ereditava il disegno e decise di affiancare ad un esercito sconfinato una altrettanto imponente flotta. Per riuscire a spostare un così enorme quantitativo di truppe Serse dovette disporre le barche della sua flotta sullo stretto dell’Ellesponto, l’odierno stretto dei Dardanelli, a nord-ovest della Turchia, creando così un lunghissimo ponte costituito dalle stesse navi che l’armata attraversò come fosse una normale strada.

Un pericolo tremendo per i greci stava piombando da nord. Quasi la completa potenza militare della Persia era stata messa in campo per questa campagna. Da parte loro, quindi, le città greche si riunirono in un congresso nell’Istmo (lo stretto di Corinto): si proclamò la pace generale tra i Greci, vennero richiamati in patria gli esuli e i messaggeri di Serse vennero rimandati indietro (a Sparta addirittura messi a morte, ma molto probabilmente senza calci e cadute in pozzi profondissimi); solo la città di Argo, nel Peloponneso, rimase ostile a Sparta e alla causa Greca.

 Serse si avvicinava sempre di più. In un primo momento si pensò di stabilire la linea del fronte alle pendici dell’Olimpo, ma ci si accorse in fretta che il monte era facilmente aggirabile. Arretrando e lasciando la Tessaglia nelle mani del nemico senza poter fare nulla, i greci decisero di sfruttare tatticamente lo stretto delle Termopili, un piccolo varco tra il mare e le pendici del monte Eta, anch’esso aggirabile ma solo da chi il territorio lo conosceva a fondo. Ovviamente questo non era il caso dei persiani.

Alle Termopili, sotto la guida di re Leonida di Sparta, vennero inviati 4000 opliti peloponnesiaci, a cui si aggiunsero nel tragitto alle truppe dalla Grecia centrale. Dal mare invece l’esercito veniva accompagnato da un’imponente flotta al comando degli Ateniesi. Anche se i numeri erano largamente a favore dei Persiani, i greci resistettero per un’intera settimana contro le innumerevoli truppe di Serse, fino a quando non vennero traditi da Efialte, che rivelò al nemico l’esistenza di un passo nascosto che permetteva di aggirare la posizione delle truppe di Leonida. Quando nell’esercito greco si apprese la notizia, lo sconforto e il panico ebbero il sopravvento sulle truppe. La fuga fu generale: a difendere il passo, senza alcuna possibilità di vittoria, rimasero 300 opliti spartani, fra cui lo stesso re Leonida, insieme a 700 Tespiesi e altri soldati fino ad un totale di circa 4000 greci. In questo modo, gli spartani “obbedirono alle leggi della loro città”, che proibivano di abbandonare la posizione sul campo di battaglia qualsiasi fosse la situazione. Leonida quindi, insieme ai suoi soldati, morì da “spartano” e forse da “greco”, sacrificandosi non solo per la sua città ma per la libertà della Grecia tutta.

Superate le Termopili i persiani arrivarono in Attica, dominio di Atene. Gli ateniesi presero la decisione di abbandonare la città e di rifugiarsi nell’isola di Salamina, ad Egina e soprattutto a Trezene nel Peloponneso. Nell’agosto del 480 i persiani devastarono Atene. Con un ultimo impeto, in settembre la flotta greca si riadunò vicino a Salamina e grazie alla maggiore velocità delle navi, una migliore conoscenza del territorio e delle correnti, inflisse una durissima sconfitta marittima a Serse, che osservava sconcertato la scena dal trono che aveva fatto allestire sulla costa per assistere alla battaglia. L’inverno inoltre impose alle truppe persiane di terra di ritirarsi negli accampamenti più a nord. Nell’estate successiva, dopo una seconda devastazione di Atene, i greci affrontarono a Platea il nemico. I numeri questa volta erano i seguenti: 50 000 greci, provenienti a quasi tutte le città-stato, contro un nemico di forze doppie. Eppure, grazie all’abilità dei generali, i greci ebbero la meglio, anche se è da sottolineare il fatto che tutta la strategia greca stava per saltare dato che gli spartani si rifiutarono, proprio durante la battaglia, di operare un movimento arretrante poiché era contrario alle leggi di Sparta.

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