Non è un paese per giovani

La nuova crisi economico-sanitaria ha fatto luce su uno scenario tristemente presente nel nostro paese da trent’anni e anche di più: i giovani vengono costantemente dimenticati. Infervorati da rabbia e frustrazione si trovano a dover fare ancora una volta i conti con una politica che sembra averli abbandonati, o quanto meno lasciati da parte.

Le nuove generazioni nel nostro paese sono le prime vittime, in ambito sociale quanto lavorativo, vittime delle riforme sull’istruzione e le grandi assenti dell’agenda del lavoro. Dati allarmanti che la recente crisi dovuta dalla pandemia ha rimarcato, sottolineando la situazione precaria dei giovani in italia.

Dopo la fase di compromesso keyensiano post-seconda guerra mondiale e il quarantennio di neoliberismo inaugurato con le politiche della Tatcher e Ragan siamo entrati in una nuova fase della società moderna, un periodo ‘in cui il vecchio muore e il nuovo non può nascere’, per utilizzare la frase fin troppo citata ma assai efficace di Antonio Gramsci.

La situazione universitaria

La prima grande sfida riguarda le università, storico trampolino di lancio per i giovani. Dopo trent’anni di riforme scellerate, oggi l’università italiana sta vivendo un vero e proprio processo di dequalificazione e smantellamento dovuto alla privatizzazione e mercificazione dell’istruzione. Lo snaturamento delle università non ha colore o partito, non dipende da destra o sinistra, ma dipende da un più grande quadro nazionale di cui le riforme sono solo i tasselli costituenti. Un quadro volto a smantellare quella che è l’università pubblica e spingere verso un’elitarizzazione e privatizzazione sempre maggiore. A subire questa deriva dell’istruzione sono in primo luogo i giovani. La recente crisi sanitaria ha sottolineato ancora una volta come al primo posto vengano le imprese commerciali e poi dopo le università e le nuove generazioni. Mentre sono state riaperte discoteche ed imprese nel tentativo di arrestare l’affondamento dell’economia del paese gli studenti sono permanentemente assenti dagli atenei. Solo poche eccezione per quelle Università che si possono permettere nuovi ed ampi spazi attraverso i quali garantire tirocini e laboratori ai propri studenti .

Verrebbe da chiedere cosa è rimasto del diritto allo studio per tutti?

Il mondo lavorativo

Affacciandoci in ambito lavorativo la situazione non migliora, sembra anzi peggiorare. È vero anche che a livello quantitativo l’occupazione prima del covid sembrava dovesse tornare a quella pre-crisi 2008, ma a livello qualitativo si è osservato un progressivo spostamento dalla struttura occupazionale stabile verso lavori precari e malpagati.

Tutto ciò dipende da una serie di trasformazioni del nostro mondo lavorativo che spingono verso precarietà e disoccupazione: dapprima l’aumentare dell’età lavorativa che comporta l’impossibilità per i giovani ti entrare fisicamente nel mondo del lavoro. Trascinata ai massimi l’età delle pensioni ( privilegio del quale i giovani faranno sicuramente a meno) entra in gioco il blocco del turn-over nei settori pubblici, il quale ha nuovamente impedito ai giovani l’accesso al lavoro. E quando finalmente sembra essere arrivato il momento delle nuove generazioni, ecco che esse diventano ‘giovani pigri, senza esperienza e senza le skills necessarie’. Ora la miglior offerta alla quale si può andare in contro è un tirocinio non pagato per fare esperienza, un contratto a tempo determinato o atipico, ma sicuramente sottopagato rispetto alle capacità e alla formazione del giovane.

Ed è così che l’italia ancora una volta è terra di primati: nei giovani compresi tra 15 e 29 anni siamo primi in EU per numero di NEET (Not in Employment, Education or Training, persone che non studiano, non lavorano e non si specializzano ) con il 29,7%, contro la media media Ue del 14,25% (nel 2019 la media italiana al 22,2%); e abbiamo uno dei tassi di occupazione giovanile tra i più bassi in europa e in continuo calo, a livello solo di Spagna e Grecia.

Ciò che non funziona nei progetti di vita è ancora pienamente attivo, considerato che l’età media del primo figlio (una tappa fondamentale nella transizione all’età adulta) è in continuo aumento e si trova ai livelli più alti in Europa. Anche il rischio di povertà assoluta degli under 35 con una propria famiglia e figli risulta in Italia raddoppiato rispetto agli over 65.

L’andamento è dunque drammatico, dalla riduzione di giovani in Italia, passando per un restringimento di possibilità sia in ambito di istruzione che di lavoro. Si arriva a una revisione a ribasso dei propri progetti di vita e professionali, che porta a una minor crescita economica, aumento delle disuguaglianza sociali e degli squilibri demografici. Un quadro che rischia di peggiorare ulteriormente con le conseguenze indirette dell’emergenza sanitaria. Ad aggiungersi al problema in Europa/Italia vi è il gravissimo allarme climatico di un mondo alla deriva prossimo all’autodistruzione.

Cosa fa lo stato?

La risposta dello stato sotto forma di investimenti e aiuti non rappresenta un aumento della spesa pubblica generalizzato, ma si tratta di investimenti mirati che riescono ad accaparrarsi solo alcuni poli competitivi, lasciando indietro gli altri. Questo è esattamente quello che sta accadendo tanto nelle imprese quanto nelle università italiane, dove il gap tra università d’elìte e università di ‘serie B’ continua a crescere anche a causa di investimenti statali mirati a migliorare ed allargare solo i cosiddetti poli d’eccellenza.

E ancora una volta il governo italiano sembra non voler investire sui giovani. Programma infatti di stanziare solo l’1% del Recovery Fund (Next Generation in Europa), il maxi prestito nato in teoria per investire sul futuro del paese. Chi meglio dei giovani è il futuro del Paese?

Ci addentreremo più specificatamente in questi temi nei prossimi articoli, cercando di capire cosa manca a noi giovani oggi, e cosa possiamo fare per ottenerlo domani.

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