NON E’ TUTTO ORO QUEL CHE LUCCICA

“Ho letto millanta storie di cavalieri erranti,
Di imprese e di vittorie dei giusti sui prepotenti
Per starmene ancora chiuso coi miei libri in questa stanza
Come un vigliacco ozioso, sordo ad ogni sofferenza.
Nel mondo oggi più di ieri domina l’ingiustizia,
Ma di eroici cavalieri non abbiamo più notizia;
Proprio per questo, Sancho, c’è bisogno soprattutto
D’uno slancio generoso, fosse anche un sogno matto”.

Don Chisciotte, Francesco Guccini

In apertura, occorre una precisazione: l’articolo che seguirà è legato alla storia della letteratura, un ramo della materia storica più generale. L’obbiettivo è raccontare un episodio di coraggio, dimostrato durante il nostro umanesimo dal grande letterato romano Lorenzo Valla. Oltre all’avvincente storia di questo intellettuale, gli eventi che lo riguardano riportano alcune delle tappe che hanno portato la Chiesa di Roma a diventare, nei fatti, una grande potenza.

Sul concetto di “verità”, moltissimi pensatori, filosofi, letterati, hanno ragionato. Per quanto riguarda la politica, si può cadere in errore affermando con certezza che ci sia una veritas, in base alla quale prendere le decisioni, dato che in politica appunto quello che facciamo è confrontare i nostri vari punti di vista, i quali a loro volta si rifanno alla morale, ovvero la verità personale e soggettiva di ognuno di noi riguardo al modo di condurre la nostra esistenza. Ovviamente, ognuno ha i suoi parametri per stabilire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, e quello che l’altro al massimo può fare è tentare di far ragionare il suo interlocutore sulla base, invece, delle proprie convinzioni.

Ciò che invece è indubbio, è l’evidenza del nostro bisogno di verità riguardo alle cose del mondo. L’essere umano tende sempre a voler definire e capire ciò che lo circonda dato il suo altissimo grado di coscienza di sé e di ciò che ha in torno a sé. Istintivamente, ricerchiamo una risposta al perché delle cose.

Vi sono state negli anni persone che hanno rischiato tutto, fino a perdere la propria vita, per difendere i sinceri ed alti ideali che li muovevano, e che sapevano rappresentare la verità delle cose del mondo. Di uno di questi grandi oggi vogliamo raccontare la storia, che si conclude, per una volta, con qualcosa di simile ad un lieto fine.

L’umanista Lorenzo Valla, nacque a Roma nel 1407, e la sua formazione fu in buona parte autodidattica dato che rimase lontano dalle grandi scuole dell’epoca, anche se comunque ebbe dei contatti con Poggio Bracciolini e Leonardo Bruni. Mantenne, sin dagli inizi della sua carriera, la convinzione che nonostante gli anni e gli accadimenti, il latino fosse ancora il perno di un ordine culturale che l’Italia (e Roma), esercitavano sul mondo civile Europeo. Una convenzione questa che fissò nelle pagine delle Elegantie: la parola di una civiltà è il primo mezzo tramite cui gli uomini possono agire sulla realtà coordinandosi; una degenerazione della lingua e dei dialoghi, produce una conseguente ed ovvia degenerazione della società. Niente di più attuale.

Questo amore per il latino non gli permise di ignorare un documento che al suo orecchio filologico, che si stava sempre più raffinando muovendosi verso la ricostruzione perfetta della lingua della classicità, pareva nascondere qualcosa, qualcosa profondamente infondato. Si tratta della cosiddetta Constitutum Constantini (Donazione di Costantino). Secondo tale scritto, nel 30 marzo del 315 d.C. L’imperatore Costantino I, guarito dalla lebbra e convinto del fatto che il merito di ciò fosse del papa Silvestro I, decise di donare a quest’ultimo e a tutti i suoi successori i seguenti riconoscimenti: il primato della chiesa romana su tutte le chiese patriarcali d’Oriente, quindi quella di Gerusalemme, di Alessandria D’Egitto, di Antiochia (famosa e antica città della Turchia), e di Costantinopoli; la superiorità del Papa rispetto a tutti i sacerdoti delle aree del mondo cristianizzate; la superiorità della Basilica del Laterano su tutte le altre chiese del mondo; ed ultimo, ma chiaramente non meno importante, la superiorità del ruolo e del potere del Papa rispetto a quello dell’Imperatore. Questo documento sanciva la vittoria finale del cristianesimo sul paganesimo, e definiva buona parte delle caratteristiche della Chiesa Cristiana che noi Europei ben conosciamo. Oltretutto, sempre secondo questo documento, alla Chiesa veniva assegnata la giurisdizione e facoltà amministrativa sulla città di Roma, sull’Italia e su tutti i territori dell’Impero d’Occidente. Era quindi il documento su cui i papi dell’epoca basavano la legittimazione del suo potere temporale e del loro strapotere spirituale.

Alcuni secoli dopo, Dante, nel suo De Monarchia, pur non ritenendo falsa la donazione, ne negava però il suo valore giuridico, in quanto con essa l’imperatore aveva recato danno all’Impero Romano, compiendo in tal modo un atto contrario ai propri doveri istituzionali. Infatti, agli occhi dei discendenti della vecchia aristocrazia romana, o di chi la storia di Roma l’aveva studiata e la conosceva, poteva sembrare come minimo strano, se non surreale, che un imperatore facesse di sua sponte una donazione di questo tipo ad un ente religioso, anche se si trattava della Chiesa cattolica, e che quindi consegnasse l’eredità e il sogno politico della città eterna nelle mani di una guida religiosa.

Ed anche a Valla, esponente di spicco di quel nuovo movimento che si prefiggeva di andare a recuperare la cultura e l’esperienza della grandiosa società antica, sembrò un documento quantomeno sospetto. E’ da ricordare che in quel periodo, e anche per i molti anni che seguirono, chiunque decideva di opporsi alla Chiesa di Roma e ne metteva in discussione il ruolo o la legittimità, andava incontro con buona probabilità ad una condanna a morte. Nonostante ciò, Lorenzo Valla decise che se quel documento era falso, allora la verità doveva essere portata alla luce a prescindere dalla fine che lui stesso avrebbe fatto dopo tale dimostrazione.

Nel 1440 con l’aiuto e la protezione del re di Spagna Alfonso V d’Aragona e durante il pontificato di papa Eugenio IV, tramite un lavoro filologico e di ricostruzione storica molto meticoloso, studiando e confrontando i vari tipi di grafia a lui contemporanei con quelli dell’epoca a cui, secondo la Chiesa, il documento era databile e con quelli tipici della tarda antichità, riuscì a produrre le prove della falsità della Constitutum Costantini. Il documento risultava essere stato scritto intorno alla metà dell’VIII secolo, ben 400 anni dopo gli anni del principato di Costantino. Come ci si può ben immaginare, alla Chiesa questo non piacque, né tantomeno era disposta ad ammetterlo. Valla venne chiamato a presenza dal tribunale dell’Inquisizione Cattolica, (ai tempi era un bruttissimo segno per quanto riguarda la propria incolumità) alle cui condanne riuscì a sottrarsi solamente grazie alla tempestiva protezione di re Alfonso. Nel 1444 tentò di tornare a Roma, ma si accorse che ormai rimanere nella sua casa era per lui troppo rischioso: per salvarsi la vita si dovette travestire, in modo da passare inosservato, e una volta scappato si trasferì a Barcellona; da lì poi si ritrasferì a Napoli. Con la morte di Eugenio IV nel 1447 riuscì finalmente e contro ogni aspettativa a tornare a Roma, dove diventò professore di retorica quando al soglio pontificio vi era il più indulgente papa Niccolò V. Vi morì il primo agosto del 1457, e venne sepolto, per ironia della sorte, proprio nella Basilica del Laterano.

Se la storia dell’uomo è segnata da innumerevoli discese fino al punto più basso del suo animo, altrettante sono le dimostrazioni della forza e della nostra grandezza, come quella che abbiamo appena riassunto. Ogni generazione ha i suoi eroi e i suoi martiri, che inseguono quell’ideale di giustizia volendolo realizzare; anche senza stare a cimentarsi in enormi imprese, che il più delle volte ci capitano e che di sicuro non avevamo deciso né programmato, nella vita di tutti i giorni è fondamentale non lasciarsi convincere dalle apparenze e dal senso comune o dalle mode,  ma prendere posizione, anche se questo vuol dire esporsi ed andare contro a molti: altrettante persone saranno pronti a sostenervi nelle vostre lotte.

“Mi vuoi dire, caro Sancho, che dovrei tirarmi indietro
Perché il Male ed il Potere hanno un aspetto così tetro?
Dovrei anche rinunciare ad un po’ di dignità,
Farmi umile e accettare che sia questa la realtà?

Il Potere è l’immondizia della storia degli umani
E anche se siamo soltanto due romantici rottami,
Sputeremo il cuore in faccia all’ingiustizia giorno e notte:
Siamo i “Grandi della Mancha”,
Sancho Panza… e Don Chisciotte!”

Francesco Guccini, Don Chisciotte

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