Marielle Franco, la voce delle favelas

“Noi dobbiamo occupare tutti gli spazi nei quali siamo protagoniste.”

Marielle Franco nasce nel 1979 nel Complexo do Marè, uno degli agglomerati di Favelas più povero e popoloso di Rio De Janeiro, abitato da più di 130 mila individui. In Brasile nascere nelle favelas significa avere un destino già segnato; il governo lascia queste zone nella più totale indigenza, prive dei servizi fondamentali, molti bambini non vengono nemmeno registrati all’anagrafe. Il sistema è quello di uno stato che non dà valore né dignità alla persona. Solo i volontari e le Onlus rappresentano un aiuto concreto per i favelados, tra queste anche molte associazioni italiane, come quella di AVSI, contribuiscono a ricostruire un tessuto socio-urbano fortemente degradato.

Marielle cresce in questa realtà e il fatto di essere donna, nera e povera renderà la sua vita una battaglia continua per la sopravvivenza e il riscatto sociale.

Gli anni passano e Marielle non può ignorare la forte situazione di disagio che la circonda, si accorge che quella in cui vive è una realtà ingiusta; anche solo il tragitto da casa a scuola è drammatico e vedere le vittime della violenza nelle strade è ormai la consuetudine per lei e la sorella Anielle. Un forte sentimento di giustizia inizia a farsi strada dentro lei e non la abbandonerà mai, fino alla morte.

Nelle Favelas la scuola non ha finanziamenti e il numero di ragazzi che si iscrivono all’università e inferiore allo 0,6%. Marielle dall’età di 11 anni inizia a lavorare per aiutare la famiglia, ma non rinuncia all’istruzione e ,dopo qualche anno, riesce a passare il test d’ammissione per la facoltà di Sociologia.

Poco prima di iniziare gli studi accademici Marielle rimane incinta, nel 1998 tenta di convivere con il padre della bambina, ma, a causa dei suoi comportamenti violenti, la ragazza si ritrova da sola a crescere la figlia. Dopo due anni grazie ad una borsa di studio Marielle entra all’Università, qui, anche di fronte alle sue abilità, i colleghi si complimentano con lei solo per il fatto di essere lì, lei ed un’altra ragazza sono infatti le uniche donne nere all’interno dell’ Ateneo, i cui iscritti sono per la maggior parte uomini bianchi che con le favelas non hanno mai avuto alcun contatto.

Dopo la laurea nel 2004 Marielle torna a Marè e lavora in una ONG che si occupa di preparare i ragazzi ai test di ammissione per le Università. Contemporaneamente fa la catechista in una parrocchia cattolica e, durante una gita fuori porta con i ragazzi, conosce Mônica Tereza Benício; tra le due ragazze nasce un amore che durerà 14 anni. In un Brasile dove l’unica coppia possibile è quella eterosessuale il coming out di Marielle e Monica diventa anche una scelta politica e coraggiosa. Le donne lesbiche nel paese Sud Americano sono frequentemente vittime di stupri e violenze perpetrati da una società di uomini che vede in loro un rifiuto al potere maschile, una minaccia. Non appena il loro amore diventerà pubblico le rispettive famiglie saranno le prime a prendere le distanze dalle due donne.

Marielle e Monica

Negli anni successivi Marielle si dedica sempre di più alla politica e nel 2016 si candida come consigliera comunale con il partito Socialismo e Libertà, non solo è l’unica donna a farlo, ma i voti che prende, più di 46 mila, risultano essere il più grande risultato elettorale della città. Gli “ultimi”, che da lei si sentivano rappresentati nella loro totalità, sono i primi a darle un così forte appoggio.

Inizia a definirsi la figura di Marielle come quella di un’attivista intersezionale, che si batte per i diritti  sociali dei poveri, delle donne, della comunità nera e di quella LGBTQ+ . Facendo parte di tutte queste categorie discriminate diventa un chiaro segnale politico in opposizione a tutto quello la società brasiliana impone come “giusto”.

“Essere una donna nera vuol dire resistere e lottare di continuo per sopravvivere.”

A segnare il destino di Marielle però sarà la forte critica nei confronti della violenza della polizia nelle favelas.

Già dal 2009 le forze armate avevano occupato ciclicamente le zone più calde di Rio per limitare la criminalità; tuttavia i casi di violenza da parte dei militari sono all’ordine del giorno e i numeri dei civili innocenti uccisi negli scontri aumentano sempre di più con il passare degli anni. Dal 2009 al 2016 le vittime ammontano a 22.000, di queste più del 76% faceva parte della comunità nera, e l’82% aveva un’etá compresa tra i 12 e i 29 anni.

Nel 2018 l’ex presidente del Brasile, Michel Temer, per la “Garanzia della Legge e dell’Ordine” ricorre all’intervento militare federale; una scelta estrema messa in atto per la prima volta dopo l’entrata in vigore della Costituzione Brasiliana nel 1988. I militari, nello svolgere tutti i compiti che spetterebbero alla polizia, nelle favelas più problematiche non risparmiano la forza per sedare proteste e criminalitá, rendendo la situazione ancora più grave di prima.

In questi anni così cruenti Marielle lavora nel Consiglio municipale, presiede la commissione per la difesa delle donne e diventa membro di una commissione incaricata di monitorare l’azione militare nelle strade. A causa delle frequenti accuse di abusi verso le forza armate Marielle è sempre più esposta. Il 13 marzo 2018 scrive a proposito dell’uccisione di Matheus Melo, di soli 23 anni, che era assistente di un sacerdote:

Il giorno dopo, alle 21:30, mentre stava per tornare a casa, dopo una riunione di lavoro per discutere della violenza contro le donne nere, la sua auto viene affiancata da un’altra con dei sicari che avevano atteso per ore che Marielle uscisse; tredici proiettili la colpiscono alla testa e con lei viene ucciso anche il suo autista, Anderson Pedro Gomes. Marielle aveva solo 38 anni.

Le indagini confermeranno che i proiettili facevano parte di una partita di munizioni della polizia. Tuttavia il governo farà ricadere la colpa sulle bande di criminali di Rio de Janeiro.

Nel 2019 Ronnie Lessa, 48 anni, agente in pensione e Elcio Vieira de Queiroz, ex poliziotto cacciato dal corpo, 46 anni, sono stati arrestati per l’omicidio. Ronnie Lessa abitava nello stesso condominio del presidente in carica Jair Bolsonaro, ma forse è solo una coincidenza.
In ogni caso le indagini sono in balia di continui cambi di opinioni e scontri tra i diversi corpi di polizia impegnati. Rimane l’incognita sui possibili mandanti dell’omicidio e il loro legame con le forze di polizia.

Anche dopo la sua uccisione molti sminuiscono l’operato di Marielle, che continua ad essere definita “difenditrice dei criminali” o “attivista ideologica e capricciosa”. Queste accuse provengono soprattutto dalla parte più ricca e reazionaria del Brasile, sostenitrice di una polizia che con le armi tiene i problemi della periferia lontano dai loro occhi.

L’occupazione militare, nata per combattere gang criminali e narcotrafficanti, non ha diminuito la violenza nelle favelas. Il numero di morti è cresciuto dal 2009 (anno in cui le truppe sono state disposte nelle periferie).

Tuttavia, le lotte e le denunce di Marielle si basavano su una realtà concretamente drammatica; tutta la sofferenza del suo popolo l’aveva vissuta sulla sua pelle. Solamente grazie alla sua posizione politica era riuscita a porre davanti all’attenzione pubblica i soprusi e la violazione dei diritti fondamentali della popolazione carioca.

Marielle poi credeva che, così come ci era riuscita lei, tutti gli abitanti di Marè avessero la forza e il potenziale per sollevarsi dalla loro condizione. Grazie al suo operato sono nate numerose associazioni e strutture fondamentali per il territorio, che tutt’ora aiutano la comunità della favela a rialzarsi e riscoprire il suo valore.

Mônica Tereza Benício e Amnesty International oggi si mobilitano perché la verità sulla morte di Marielle venga a galla, e, di fronte ad un potere che ha cercato di eliminare una donna che costituiva una “minaccia”, continuano a ribadire con maggiore forza le idee di Marielle. La sua memoria è una speranza per chi vive nelle favelas e il suo messaggio continua a dare voce alle donne, agli attivisti per i diritti civili, alla comunità nera e LGBTQ+, ai familiari delle vittime dello stato e di un sistema giudiziario selettivo ed ingiusto.

In viale Krasnodar, a Ferrara, è stato dipinto un murale per ricordarla. Nel 2019, la sua compagna Monica Benicio lo ha visitato ed ha ricordato la figura di Marielle.
(Progettato e dipinto da Alessio “Bolo” Bolognesi, del collettivo artistico ferrarese Vida Krei.)

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