Un’anticonformista dietro la macchina da presa: Věra Chytilová

Una tra le più grandi registe del ‘900, ha rotto gli schemi della tradizione, affermandosi prepotentemente in un mondo prettamente maschile.

Per il pubblico italiano è un nome per lo più sconosciuto, ma Věra Chytilová negli anni ’60 era straordinariamente famosa in tutto il mondo, per i suoi film che abbracciano una poetica completamente nuova e anticonvenzionale, ma anche per il suo rapporto con la madre patria, la Cecoslovacchia, che all’epoca era un regime di stampo comunista con un sistema di censura molto rigido.

Nata a Ostrava nel 1929, negli anni ’60 si laureò presso la Scuola di cinema e TV dell’Accademia delle arti dello spettacolo di Praga, dove collaborò con il famoso regista Otakar Vavra. Dal punto di vista della Storia del cinema, Vera si colloca nella cosiddetta Novà vlna, cioè “Nuova onda”, che prende ispirazione dalla “Nouvelle Vague” francese risalente proprio al periodo della sua formazione (1959-1962). La Novà Vlna in realtà si colloca in un panorama più ampio, perché a differenza della corrente francese, che si presenta come un gruppo di giovani critici che prendono le distanze dal cinema commerciale di quegli anni, la “nuova onda” cecoslovacca abbraccia sia ideali artistici, ma anche ideali politici, ponendosi in netto contrasto con il regime cecoslovacco instauratosi nel 1948 attraverso la cinematografia: il loro obiettivo era quello di rendere la popolazione consapevole di vivere in un regime di oppressione, liberticida. Non a caso, fondamentale sarà il contributo di questi registi nella famosa “Primavera di Praga” del 1968, un periodo di libertà di espressione, seguito però da un nuovo inasprimento della censura.

Fin da subito la Chytilovà si trova in netto contrasto con il governo, non sarà mai nella lista nera degli artisti, ma dopo il suo grande successo, Le Margheritine, del 1966, le sarà proibito di lavorare in Cecoslovacchia fino alla metà degli anni ’70. In realtà riuscirà a girare con il nome del marito, nonostante dopo la primavera di Praga fosse molto difficile lavorare per questi artisti. Il film, infatti, che riscosse l’interesse della critica a livello internazionale, seppur finanziato in parte dallo Stato, fu censurato a causa degli sprechi di produzione (facendo riferimento ad un banchetto che viene interamente distrutto).

Le margheritine, 1966

Il film in realtà, deve essere censurato per il contenuto innovativo e controcorrente, per le scene eversive rispetto alla morale imposta dal regime. Le Margheritine sono due ragazze, entrambe di nome Marie che sono sfrenate, frenetiche, anticonformiste. Viene spezzato ogni legame con la tradizione, ogni gesto è una rivoluzione dei costumi. Sostanzialmente la narrazione è inesistente, gli eventi sono esigui o privi di un carattere decisivo: è un vero e proprio atto di trasgressione, in cui le protagoniste sono la metafora del nichilismo, in una vita in cui nulla accade e nulla può accadere, ma allo stesso tempo distruggono ogni certezza che l’autoritario governo impone, e ogni schema profondamente borghese, consumista che pesa tanto al carattere ribelle di Vera Chytilovà. Quest’ultima non trova senso nella vita, ed è per questo che le due margheritine si prendono gioco della loro, lasciandosi andare a comportamenti talvolta surreali. Il suo obiettivo è quello di destare scompiglio nello spettatore, di colpirlo da quel succedersi di scene apparentemente prive di nessi logici che rivoluzionano la tecnica narrativa e tecnico-stilistica tradizionale.

Le margheritine, 1966

Questa caratteristica permane in tutti i suoi film precedenti e successivi tra cui ricordiamo, Qualcosa d’altro (1962), Il frutto del paradiso (1969), Il gioco della mela (1976), caratterizzando lo stile personale della cineasta. Ma sicuramente, quel che più colpisce dei suoi film sono i personaggi, sono le donne protagoniste di cui riesce a penetrare nella psiche, descrivendo gioie, emozioni, sfaccettature caratteriali insolite e in continuo divenire. Le donne descritte sono di ceti diversi, di età diverse, svolgono lavori diversi e hanno temperamenti talvolta incompatibili, ma sempre personaggi provocatori, opposti rispetto alla figura della donna glorificata dal regime e dagli usi.

Utilizzando una tecnica stilistica fuori dagli schemi e proiettando nella produzione questo tipo di pensiero, le sue pellicole sono uno dei prodotti più originali dell’assurdo e del surrealismo, rendendo la Vera Chytilovà una delle registe più geniali della seconda metà del XX secolo.

Jean Rivette, intervistando la regista negli anni ’60, per Les Cahiers du Cinéma, rivista cinematografica in cui scrivevano numerosi esponenti della Nouvelle Vague, rimase talmente tanto colpito dal carattere dall’audacia e dall’irriverenza da celebrarla in uno dei suoi film (Céline e Julie vanno in barca, 1974). Ritenuta ineguagliabile nel panorama europeo, in particolare per le descrizioni accurate dei personaggi femminili in campo cinematografico, si è spenta nel 2014, nella città in cui ha vissuto gran parte della sua vita, Praga,

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