LA CADUTA DEGLI DEI

Il 26 gennaio il mondo è scosso dalla notizia della morte di Kobe Bryan, ex stella NBA. Il “Black Mamba” dei Los Angeles Laker, considerato uno tra i migliori della storia dell’NBA, era a bordo del suo elicottero privato, un Sikorsky S-76, con sua figlia tredicenne ed altre sette persone, si schiantò a Calabasas, LA, dopo quaranta minuti di volo e prese fuoco. Le indagini successive rivelarono che il pilota stava salendo di quota per evitare le nubi e precipitò ad elevata velocità su una collina di difficile accesso. Perirono tutti quel giorno. Kobe era accompagnato anche da persone conosciute nell’ambiente sportivo universitario e scolastico americano come John Altobelli, allenatore dell’Orange Coast College e Christina Mauser, assistente allenatrice di pallacanestro della Harbour Day School.

Dopo il suo ritiro, nel 2016, i Lakers ritirano le sue due maglie, la 8 e la 24. Passò vent’anni della squadra della città degli angeli dove vinse 5 campionati NBA, 2 MVP finali e un MVP della Regular Season nel 2008. Diciottesimo ai Draft 1996, un evento in cui le trenta squadre NBA possono scegliere nuovi giocatori provenienti dai college. Comparso 15 nel All Star Team, 12 nella All-Defensive Team, “capocannoniere” per due stagioni, ha partecipato 18 volte nei 20 di carriera alla All-Star Game, una gara tra i migliori della Western Conference contro i migliori della East Conference.

Dopo il successo della prima pellicola Space Jam (1996) con protagonista Michael Jordan, si vociferava la partecipazione anche di Kobe, a fianco del “King” LeBron James, nel sequel Space Jam: A New Legacy (2021) cosa che non accadde per il rifiuto del giocatore nel 2018.

Sicuramente Diego Armando Maradona è stato un dio per l’Argentina e per Napoli e l’ombra su Lionel Messi, costantemente paragonato a lui. Dopo un mese dal suo sessantesimo compleanno, a Buenos Aires morì la Mano de Dios per un edema polmonare in seguito a insufficienza cardiaca. Napoli, in piena zona rossa causa COVID-19, scese nei due luoghi simbolo del Pibe de Oro: i Quartieri Spagnoli, davanti al suo murales, e lo Stadio San Paolo (dal 5 dicembre Stadio Diego Armando Maradona) luogo che ha visto le sue meraviglie.

Iniziò la sua carriera in Argentina, negli Argentinos Juniors, per poi passare al Boca Juniors. Nel 1982 esordì in Europa, nel calcio che conta, a Barcellona dove però non si espresse al meglio e due anni più tardi per la cifra di 13 miliardi di lire approdò sotto il Vesuvio. Nei 7 anni a Napoli vinse due scudetti, gli unici della storia partenopea, una Coppa UEFA, una Coppa Italia ed una Supercoppa Italiana. Segnò 115 gol, primato infranto due volte: da Hamsik nel dicembre 2017 (121 gol totali) e Dries Mertens nel giugno 2020 (attualmente 130). Dopo Napoli, la quale ritirò la maglia n.10, finì al Siviglia nella stagione 1992-1993 per poi tornare in patria ai Newell’s Old Boys, la squadra del cuore di Messi, e finire la carriera al Boca nel 1998.

Con la Nazionale albiceleste conquistò il mondiale messicano del 1986 con la doppietta memorabile ai quarti di finale contro l’Inghilterra, la mano de Dios e il dribbling da metà campo. Un’altra doppietta in semifinale contro il Belgio, mancò il timbro nella finale dell’Estadio Atzeca contro la Germania Ovest. Nel 1990, Italia 90, quasi un mondiale casalingo per lui, perse in finale contro la Germania, che intanto si era riunita dopo la caduta del muro di Berlino.

Nel 2010 condusse l’Argentina ai quarti di finale del Mondiale sudafricano da CT, allenando il suo naturale erede: la stella del Barcellona Lionel Messi, già al suo secondo mondiale dopo Germania 2006.

Un altro eroe degli anni ’80 ci ha lasciato, l’eroe del Mundial ’82, Paolo Rossi, ribattezzato Pablito. Guidò l’attacco azzurro in quella meravigliosa Coppa del Mondo di Spagna e ne diventò il capocannoniere con 6 reti. Memorabili le gesta contro l’Argentina di Maradona, la tripletta contro il Brasile di Zico, doppietta in semifinale alla Polonia di Boniek, e la finalissima del Santiago Bernabeu di Madrid contro la Germania Ovest di Rummenigge. Nello stesso anno, durante la militanza nella Juventus, vinse il Pallone d’oro. Enzo Bearzot lo convocò contro tutto e tutti, era tornato dopo un’assenza di due anni causa squalifica legata alle scommesse.

Deve il suo successo di attaccante puro dopo la trasformazione da ala, durante la sua permanenza al Vicenza, operata da una figura cara alla Ferrara sportiva: Giovan Battista Fabbri, meglio noto come Gibì Fabbri. Attirò molte attenzioni su di lui tanto che nell’estate 1978 il presidente della città del Palladio Farina offrì ben oltre due miliardi e mezzo di lire al presidente Boniperti per trattenerlo.

Chiuse la sua carriera da calciatore nel 1978 dopo Juventus, Milan e Hellas Verona. Conta un palmares formato da una Serie B (1976-1977), due scudetti bianconeri (1981-1982 e 1983-1984), una Coppa Italia (1982-1983), una Coppa delle Coppe (1983-1984), una Supercoppa UEFA (1984) e una Champions League (1984-1985), oltre due volte capocannoniere di Serie B e Serie A (1976-77 e 1977-78) con la maglia del Lanerossa Vicenza.

Rimase legato a Vicenza e nel 2018 fu membro indipendente del consiglio di amministrazione della rifondata L.R. Vicenza Virtus, nonchè suo ambasicatore. Inoltre, fu candidato nel 1999 alle elezioni europee nella circoscrizione del Nord-Est per Alleanza Nazionale di Fini. Fu volto conosciuto per essere un giornalista ed opinionista di Sky Sport, Mediaset Premium e Rai Sport.

Nella vita non hai mollato, nemmeno di fronte al tumore al polmoni, come dice sua moglie, la giornalista Federica Cappelletti, ma muore all’età di 64 anni la sera del 9 dicembre all’ospedale Le Scotte di Siena.

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