Rossana Rossanda, una vita in lotta.

E’ stata soprannominata “la ragazza del secolo scorso” e questo soprannome le si addiceva così tanto che la sua autobiografia pubblicata nel 2005 è così intitolata. Rossana Rossanda ha affrontato la sua vita all’insegna della falce e del martello, pronta a combattere le ingiustizie delle classi operaie e in generale dei più deboli, con determinazione e un bagaglio culturale senza eguali.

Nata a Pola nel 1924 in una famiglia borghese, Rossana Rossanda ha vissuto la sua infanzia e adolescenza tra Venezia e Milano, dove frequentò il liceo e successivamente la facoltà di filosofia presso la Statale. Con la caduta del Fascismo, nel 1943 si aggiunse alle file di partigiani con il nome di Miranda e nel 1947 si iscrisse al Partito Comunista.

Proprio nelle file del PCI si contraddistingue per il suo talento, la sua tenacia e la sua cultura inestimabile, tanto da essere nominata nel 1962 responsabile della politica culturale del Paese da Palmiro Togliatti, allora segretario del partito. L’anno successivo viene eletta alla Camera dei deputati. I suoi estimatori erano numerosi, sia in Italia che all’estero, ricordando tra loro alcuni dei più importanti intellettuali dell’epoca con cui strinse una forte amicizia: Pier Paolo Pasolini, Milan Kundera, Jean Paul Sartre, Simone De Beauvoir.

“La ragazza del secolo scorso” che non ha mai voluto essere un mito, ma solo se stessa, si è distinta per il suo spirito combattivo negli eventi più importanti del ‘900, dapprima la Resistenza, poi le lotte studentesche, e soprattutto il caso Moro, fu infatti l’unica giornalista, all’epoca dei fatti(?), che riuscì ad intervistare Mario Moretti (capo delle Brigate Rosse). Fino all’ultimo è rimasta fedele al marxismo, nonostante fosse stata radiata dal PCI nel 1969 con l’accusa di frazionismo. Infatti, a causa della linea politica sempre più divergente da quella dettata dalla dirigenza del Comitato Centrale, specialmente sull’occupazione della Cecoslovacchia da parte di paesi del Patto di Varsavia (a cui il manifesto non risparmiò dure parole di netta condanna), Rossana Rossanda fu radiata unitamente a tutta la sua corrente Ingraoiana (a sostegno di Pietro Ingrao), nonostante il parere contrario del futuro segretario nazionale Enrico Berlinguer, durante il XII Congresso nazionale del Partito svoltosi a Bologna nel 1969.

Lucio Magri, Rosanna Rossanda, Eliseo Milani e Luciana Castellina nella redazione del Manifesto

Se nelle interviste affermava l’amarezza che le provocava questo evento, dall’altro è innegabile che fu anche una svolta decisiva nella sua vita: assieme ad Aldo Natoli, Luciana Castellina, Lucio Magri, Luigi Pintor, passò per l’esperienza del Pdup, Partito di Unità Proletaria per il comunismo, ma soprattutto fondò con Pintor, Magri e Valentino Parlato,  il manifesto, un giornale, un collettivo che dava voce alle idee di questi giovani politici. Dapprima rivista, nel 1972, il manifesto divenne quotidiano e anche partito alle elezioni, dove ottenne solo lo 0,8%.

Un gruppo di comunisti liberi e critici, che pagarono di persona la loro scelta, rinunciando a ruoli importanti e a un futuro brillante, si avventurò dunque nell’impresa pazzesca di fondare prima una testata giornalistica senza soldi, senza partito, senza padroni. Un’impresa incredibile, ma questa scelta non fu un fallimento, tutt’altro, fu la vittoria di una ideologia che può stare in piedi anche senza un partito alle spalle. Una decisione coraggiosa calibrata sul temperamento di intellettuali realmente interessati alla politica e che credevano davvero nella loro lotta, nella trasformazione dell’Italia Repubblicana in un Paese più democratico, dove gli studenti e gli operai potessero far sentire la loro voce. Rossana Rossanda nella sua autobiografia risponde a chi le dice che non si può essere così ostinatamente comunista senza un partito alle spalle, senza cariche, sottolineando quanto una idea possa essere più forte della politica, a cui spesso si è rivolta con sguardo critico e talvolta anche con disapprovazione.

«Nel partito comunista – che forse era ancora il luogo migliore in cui stare per una donna – quando ci si trovava a dover nominare una commissione su una certa direttiva, si faceva una lista di nomi e venivano fuori sempre Pajetta, Ingrao, Rossanda e poi, dicevano, “ci vuole una donna”. E io timidamente facevo notare che ero una donna. “No, no, ci vuole una donna vera” era la risposta». Così, racconta ad “Inchiesta” nel 2008, rilevando il fatto che nonostante fosse donna, nonostante ci fosse la parità sancita costituzionalmente tra uomo e donna, lei non era considerata una vera donna, perché anche nel partito che più di tutti proclama uguaglianza e libertà, la donna è l’angelo del focolare, la moglie, la madre.

In una delle sue ultime interviste, a Repubblica nel 2018, afferma di avere dei rimpianti, di cui non vuole parlare, e che crede di non aver fatto abbastanza in alcuni ambiti, come per le donne. Non si è mai dichiarata femminista, ma come dichiarò lei stessa, lo spirito femminista le ha temprato l’anima e infatti, nel 2008 su Il manifesto si mostra preoccupata per il rapporto tra la politica e il sesso femminile, proponendo che “le Camere siano composte metà di uomini e metà di donne. Almeno finché esiste in Italia, e non si schioda da oltre mezzo secolo, una democrazia che discrimina il genere. Insomma il maschio politico italiano è ancora un bel passo indietro rispetto alla semplice emancipazione” (http://www.universitadelledonne.it/rossanda31.htm). Così, con queste dure parole Rossana Rossanda giudica la politica italiana, con la quale, in ogni caso è indissolubilmente legata la sua vita: non si può parlare di vera emancipazione se le donne sono ancora tendenzialmente escluse dalla vita politica. La nostra Presidente della Camera è una donna, anche capi gruppi parlamentari di alcuni partiti sono donne, ma una Presidente della Repubblica donna o un Presidente del Consiglio donna non ci sono ancora stati. Non si può parlare di uguaglianza di genere in politica, se esistono ancora le quote rosa per “incentivare” la partecipazione femminile.

Nel 2018 dichiarò: “mi dispiacerebbe morire per i libri che non ho letto e i luoghi che non avrò visitato ma confesso che non ho più nessun attaccamento alla vita”, fedele sempre alla razionalità che l’aveva contraddistinta e consapevole della vita e della morte, che d’altronde è compresa nella vita stessa. Rossana Rossanda, mente brillante del ‘900 ci ha lasciati lo scorso settembre a 96 anni, lucidamente cosciente del suo operato, dei suoi fallimenti e di un secolo vissuto a 360°, cercando in ogni caso di apportare alla società il cambiamento in cui credeva ostinatamente.

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