50 anni dalla legge sul divorzio. Com’è cambiata la società italiana?

Nilde Iotti affermò: “Per quanto siano forti i sentimenti che uniscono un uomo e una donna, essi possono anche mutare”.

I terremotati della Valle del Belice durante una manifestazione a Piazza Montecitorio per il diritto alla casa e al lavoro, Roma 11 novembre 1970. Durante la protesta anche cartelli a favore del divorzio. ANSA

La legge che cambiò la società italiana.

Il primo dicembre 1970 la Camera approvò la legge sul divorzio, attesissima e temutissima da due diverse correnti politiche, quella più riformista e quella conservatrice. Era già successo che una proposta simile giungesse alle Camere, e la prima volta, risaliva quasi al secolo precedente, precisamente ai tempi del governo Zanardelli, nel 1902, durante il Regno d’Italia.

Come si è più volte ripetuto negli anni, quel che maggiormente impediva l’approvazione di tale legge è il legame con la Chiesa, e in generale il legame con la morale cattolica, che intende il matrimonio come un legame indissolubile. A ciò si aggiunsero i Patti Lateranensi e l’ideologia della famiglia fascista, che non ha fatto altro che ritardare l’approvazione di una legge sul divorzio, presente nella maggior parte dei Paesi europei già a partire dagli anni Venti e Trenta del ‘900.

La proposta di legge approvata nel 1970, fu dapprima presentata nel 1965 dal parlamentare socialista Loris Fortuna e fu sostenuta dal PCI e dal PCS, mentre fu ostacolata da monarchici e democristiani. Nel 1969 la legge che ricevette poi, l’approvazione delle due Camere, fu rielaborata riunendo in un unico disegno di legge la proposta considerata rivoluzionaria di Fortuna e quella più moderata del liberale Baslini. Durante i lavori alle Camere, Nilde Iotti, partigiana da sempre al fianco delle donne per la conquista dei diritti, pronunciò un discorso rimasto alla storia (https://www.ilpost.it/2020/12/01/la-legge-sul-divorzio-ha-50-anni/?fbclid=IwAR0wqzyzbcw0ZgwRuoBhYrCm8rzAjwo-VkhcbI2WWGxFfEe-OqzKOTrQ5-E):

“Nel passato la famiglia ha costituito essenzialmente un momento di aggregazione della società umana, basato su motivi molto diversi, l’accasamento particolarmente per le donne, la procreazione dei figli, la trasmissione del patrimonio. Questi erano i motivi fondamentali che portavano alla costituzione della famiglia; la famiglia, cioè, ha risposto, in qualche modo, alla ricerca di collocazione sociale degli individui. (…) A noi pare che ciò che nel mondo moderno spinge le persone al matrimonio ed alla formazione della famiglia, ciò che rende morale nella coscienza popolare la formazione della famiglia, sia in primo luogo l’esistenza di sentimenti. (…) Questa, io credo, è oggi la base morale del matrimonio. (…)

(…) Vedete, onorevoli colleghi: per quanto siano forti i sentimenti che uniscono un uomo e una donna – in ogni tempo, ma soprattutto direi, nel mondo di oggi – essi possono anche mutare; e quando non esistono più i sentimenti, non esiste neppure più, per le ragioni prima illustrate, il fondamento morale su cui si basa la vita familiare. Abbiamo dunque bisogno di ammettere la possibilità della separazione e dello scioglimento del matrimonio.

(…) Certo, noi sappiamo molto bene che quando una famiglia si dissolve la condizione dei figli diviene estremamente grave; noi non possiamo disinteressarcene, come se questo fatto non esistesse. Ma credo che vi sia un fatto che precede questo e che non possiamo dimenticare, e cioè che i figli sono sì importanti nella vita di un nucleo familiare, ma i protagonisti della famiglia non sono i figli: sono il padre e la madre. Sono questi ultimi a determinare la vita familiare ed il livello morale di essa; non la presenza dei figli.”

La legge fu poi sottoposta a referendum abrogativo indetto dal quotidiano cattolico l’Avvenire il 2 dicembre 1970, ma la notte del 12 maggio 1974 la vittoria dei favorevoli al divorzio, sancita nel primo storico referendum dell’Italia repubblicana, dal 59,3% dei favorevoli contro il 40,7% dei contrari, fu schiacciante. Fu una grande vittoria per la società italiana, ancora legata ai retaggi del passato e per le donne.

Com’è cambiata l’Italia.

Considerando i dati di Eurostat e di Istat del 2018 (https://www.corriere.it/cronache/20_novembre_30/legge-divorzio-italia-ha-50-anni-f32e5e30-3343-11eb-af7b-c18cb439eaf5.shtml), possiamo delineare un attuale quadro italiano che appare diversificato al suo interno e anche diverso rispetto agli altri Paesi Europei. Infatti, in Europa i Paesi più propensi al divorzio, considerando un campione di 1000 abitanti, sono quelli del Nord o i Paesi Baltici, dove il tasso oscilla tra il 3,1 e il 2,4, mentre l’Italia ha una media del 1,53 contro una media europea del 1,9. Allo stesso tempo, in Italia i matrimoni sono in calo, e così siamo tra i primi cinque nella Ue per divorzi per numero di matrimoni, ben 47,9, dopo Paesi Bassi (50,9), Finlandia, Repubblica Ceca e Danimarca. In Italia, infatti, i matrimoni sono in netto calo.

Grafico sull’età degli sposi e il numero di matrimoni del 2015. Fonte ISTAT

All’interno della penisola vi è una diversificazione: al Sud vi è un maggiore percentuale di matrimoni a rito religioso, e probabilmente per questa ragione vi sono meno divorzi rispetto al Nord. Il boom dei divorzi è stato raggiunto nel biennio 2015-2016 incentivati dall’approvazione del cosiddetto divorzio breve, infatti il tasso su 1000 abitanti è drasticamente salito (da 0,9 a 1,4). La novità introdotta dal divorzio breve invece sta nel consentire di giungere dalla separazione al divorzio non più in tre anni, ma in sei mesi, se la separazione è consensuale, e in 12 se c’è contenzioso. Negli anni la tipologia di procedimento prevalente si è rivelata quella consensuale: nel 2017 si sono chiuse con questa modalità l’85,5% delle separazioni e il 73,3% dei divorzi; quota che risulta molto stabile nel tempo per le separazioni e leggermente in crescita per i divorzi.

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