legge sulla securite globale: piazze in lotta

La legge sulla “sècuritè globale” approvata il 24 novembre punisce chi riprende le violenze della polizia. Una manovra per rinforzare un sistema repressivo e rendere i cittadini più esposti al pericolo di un abuso di potere da parte della polizia.

Il mandante del progetto di legge appena approvano in senato è il ministro dell’Interno francese Gerald Darmian. Il politico dell’equipe Macroniana maschera questa nuova limitazione del diritto di informazione come una tutela fisica e psicologica per le forze dell’ordine, le quali riceverebbero minacce e ritorsioni continue. La nuova legge punisce con una sanzione fino a 45mila euro e un anno di prigione la diffusione dell’ “immagine del viso o di ogni altro elemento di indentificazione” di un poliziotto o gendarme, in quanto il solo scopo di questo gesto secondo i sindacati della polizia è “attentare all’integrità fisica e psichica”. Oltre al “ventiquattresimo criminale” (così chiamato l’articolo 24 della nuova legge) anche altri articoli fanno molto discutere l’opinione pubblica: il 21 e 22 vogliono deregolamentare l’uso delle telecamere durante le manifestazioni e legalizzare la sorveglianza attraverso l’utilizzo dei droni in qualsiasi situazione, due norme che stringono molto il cappio intorno alla privacy e la libertà dei cittadini.

L’intero provvedimento mostra la pericolosa deriva autoritaria che sta prendendo la Francia da ben prima dell’arrivo di Macron all’Eliseo. Si potrebbe dire che affonda le sue radici almeno dai tempi di Sarkozy (presidente della repubblica francese dal 2007 al 2012) con l’introduzione di strumenti repressivi sempre più sofisticati e pericolosi, protetti da norme giuridiche che garantiscono una sempre maggiore impunità per le forze di polizia. Negli ultimi anni la situazione si è aggravata e ha determinato una torsione autoritaria: il tutto inizia con lo stato d’emergenza in seguito agli attentati al Bataclan nel 2015, da qua cresce e si rafforza esplodendo in risposta ai cicli di lotte contro la loil travil e contro i gilet gialli. La lista di riforme che seguono questa corrente è lunga, dovuto anche a una rinnovata islamofobia a seguito del tragico omicidio del professore Samuel Party.

manifestante con la bandiera francese, sullo sfondo gli scontri

La pratica di filmare la polizia in questi ultimi anni si è largamente diffusa come arma di difesa contro gli abusi : tanto nelle manifestazioni, come nei quartieri popolari, o ancora in occasioni sempre più frequenti di violenza da parte delle divise. Una pratica di autodifesa diffusa ormai a livello mondiale, ma di vitale importanza in quei paesi come l’America e la Francia, dove l’eccesso di violenza è all’ordine del giorno. La polizia francese è considerata la più violenta d’Europa, e i numeri parlano chiaro: in poco più di metà anno tra 2018 e 2019 si contavano già 23 manifestanti che avevano perso un occhio a causa degli spari di flashballs, altre 5 persone hanno perso una mano a causa delle granate di dispersione sparate ad altezza uomo e una donna a Marsiglia è rimasta uccisa da un tiro di lacrimogeno mentre chiudeva le imposte del suo appartamento. La situazione diventa ancora più critica nel momento in cui si includono anche i quasi 1200 casi in cui le lesioni non sono state gravi: numerose le vittime che hanno subiti violentissimi pestaggi e hanno riportato tagli e ossa rotte a causa delle flashball, soprattutto nel contesto dei gilet gialli, costantemente criminalizzati dai media ufficiali, ma vittime di una violenza incontrollata.

Nonostante sia sempre più invisibilizzata, la violenza poliziesca si muove su più fronti, primo tra tutti quello razziale soprattutto nei quartieri a prevalenza araba. Si delinea anche come una forte repressione nei confronti di studenti, universitari e anche liceali, come mostra l’ormai famoso video girato da un poliziotto il 6 dicembre 2018 a un gruppo di 152 studenti del liceo arrestanti per aver cercato di occupare lo stesso. Dopo aver subito violenza fisica e soprattutto psicologica, numerose infatti le intimidazioni e minacce, i ragazzi sono rimasti inginocchiati con le mani dietro la nuca per ore mentre il poliziotto scherzava sul fatto che quella fosse “una classe che si comporta bene”, una situazione che fa paurosamente da eco al caso Diaz.

studenti arrestati durante l’occupazione

Ma sindacati, cittadini, famiglie di vittime e collettivi hanno denunciato questa nuova legge come liberticida e domenica 29 centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza in ogni città della Francia nell’occasione della marcia per la libertà. Il corteo parigino ha avuto una partecipazione particolarmente di massa. Prima della partenza ufficiale della manifestazione, le famiglie delle vittime dei crimini commessi dalla polizia, sindacalisti e attivisti si sono alternate nel prendere parola dietro lo striscione “La polizia mutila, la polizia assassina”, ricordando lo sgombero in Place de La République e anche il pestaggio gratuito del produttore musicale Michel Zecler nel 17esimo arrondissement. Le famiglie si sono poi disposte a diverse altezze del corteo, alcuni più avanti con Amal Bentounsi del Collettivo Urgence Notre Police Assassine, altre dietro un enorme striscione “Siamo in marcia per le nostre libertà”, dove vi erano tra gli altri il Comitato per Adama, il Collettivo delle Vite Violate, o ancora il Collettivo Lotta per Olivio Gomes – Collectif Oliv’Vit’Haut. Altri ancora dietro lo striscione “Darmanin vedrai sfocato”. Scoppiano a breve violenti scontri con la polizia, che vede coinvolte centinaia di persone che non accennano ad indietreggiare o arrendersi. Gli scontri durano per ore e vedono diversi feriti sia tra manifestanti che tra le forze dell’ordine.

La marea umana che si è riversata in strada è una risposta mossa dal malcontento e disagio sociale sempre più soffocante nel paese transalpino. Evidenzia l’importanza di continuare a filmare le forze dell’ordine come unica arma per combattere la sempre più pressante repressione. Da parte del governo la risposta è stata immediata, annunciando una decisiva modifica alla legge, ma ciò non basta per una nazione che chiede il totale annullamento di tale provvedimento.

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