MARADONA, FIGLIO DI NAPOLI

Era un periodo particolarmente difficile per Napoli: il terremoto del 1980 sembrava l’ennesima catastrofe per una città che non riusciva a rialzare la testa; l’economia ristagnava, il lavoro non c’era, e la gente soffriva. Erano gli anni in cui ai napoletani veniva ordinato dalle tifoserie avversarie di “lavarsi”, in cui il colera veniva accostato al nome della città, in cui per molti più al nord Napoli era “la vergona dell’Italia intera”. In questo clima, una mattina cominciò a circolare per le vie, passando da balcone in balcone, la notizia che il dio del calcio, erede, come molti già lo definivano, di Pelè, aveva posato il suo sguardo sul golfo. L’arrivo di Maradona fu come un anestetico per la città. Tuttavia, molti non riuscivano ovviamente a spiegarsi il motivo per il quale il miglior giocatore al mondo avesse scelto una squadra come il Napoli; una squadra che stava a metà della classifica e si avvicinava alla retrocessione. Quando Maradona fu interrogato su questo argomento la sua risposta fu molto chiara:

“A Napoli cerco tranquillità e rispetto. Due cose che a Barcellona non ho trovato. Al Barcellona bisognava essere forti e basta. Importava vincere qualcosa. non essere qualcosa.”

Diego Armando Maradona

Fu una festa generale; tutti lo aspettavano per le strade per salutarlo e 86 mila persone erano già sedute sulle tribune dello stadio San Paolo, ansiose di vederlo per la prima volta sull’erba di quel campo. Maradona salì vestito con una maglietta bianca neutra gli scalini dello stadio, fece qualche palleggio e poi lanciò dietro di sé il pallone verso la folla.

Dentro lo stadio non si trovava posto, eravamo tutti lì a vedere non si sa cosa; non era una partita, non era un incontro: era una persona. Lui quando è entrato nel campo guardava, guardava la gioia delle persone”.

Testimonianza in Maradonapoli, Netflix

Quando cominciammo a vincere grazie a Maradona, diventammo tutti più buoni. Ci siamo dimenticati il terremoto, la fame, tutto. Hai capito com’era.”

Testimonianza in “Maradonapoli”, Netflix

Per i napoletani, soprattutto per quelli più poveri, era una rivalsa, un sentirsi importanti e considerati; l’unica ricchezza per molti era proprio Maradona. Dava quella spinta a coloro che vivevano in quartieri disagiati, quella convinzione che ce la possono fare anche quelli che vengono da basso. Tutti infatti conoscevano già la sua storia. Nato a Villa Fiorito, un “partido” a sud della Gran Buenos Aires, era tra gli ultimi, tra i più poveri di questo mondo. In quella favela correva insieme agli altri bambini, sentiva suo padre falegname svegliarsi alle 4 di mattina per lavorare e cercava, per quanto fosse possibile ad un bambino, di alleggerire i lavori di sua madre. Un bimbo come tanti in quel quartiere, ma che tutti avevano già visto palleggiare da solo negli spiazzi tra le vie mostrando un talento fuori dal comune già in una così tenera età.

Un personaggio mondiale di quel calibro che si dichiarava Napoletano, che si batteva per la città e che era tra i pochi a parlare della squadra come un profondo fenomeno sociale, ebbe un forte eco politico. Maradona svolse un ruolo da capitano del popolo.

“Ovunque andavamo al Nord, ci urlavano “Lavatevi”. Era uno spettacolo terribile. Sentivo di rappresentare una parte d’Italia che non contava nulla”.

Diego Armando Maradona

L’argentino si ritrovò a giocare in una squadra con una mentalità diversa rispetto al Barcellona. Tutti erano già proiettatati al risolvere i problemi che un’eventuale retrocessione avrebbe presentato alla società,; mentre lui, in quanto campione, aveva deciso di trasferirsi a Napoli per trovare sì, un po’ di tranquillità e piacere di vivere, ma aveva firmato quel contratto anche per vincere, vincere tutto. E così fu. Dopo un breve periodo di adattamento alla maggiore fisicità del calcio italiano, il Napoli cominciò a risalire la classifica e l’argentino a detenere la testa della lista marcatori europei: la squadra divenne campione d’Italia dell’87, vincitrice della coppa UEFA nell’89 e ottenne di nuovo uno scudetto nel ’90. In poco tempo il Napoli era diventato imbattibile. Un periodo quello che è rimasto nei cuori di tutti i partenopei. Maradona tutt’ora è un testamento familiare che ogni cittadino trasmette ai propri figli: i bambini di adesso sanno benissimo chi è Maradona, e gridano il suo nome come fece chi festeggiò tutte quelle vittorie.

Il suo rapporto con l’Italia non ebbe una conclusione felice. Dopo la vittoria nel campionato mondiale giocato in Messico nell’86 (noto anche come Messico ’86), Maradona disputò anche il successivo, ospitato quella volta dall’Italia nel 1990. La nostra nazionale di quell’anno era molto forte e preparata, ma per ironia della sorte venne eliminata in semifinale proprio dall’Argentina. Sembrò quasi che fosse stato tutto organizzato da un regista con uno spiccato senso dell’umorismo: la scelta (per molti sbagliata) della Federazione Italiana Calcio per cui la partita si giocò proprio al San Paolo, decidere il vincitore ai rigori e il fatto che l’ultimo tiro toccò proprio a lui. Il gol ci fu, ed arrivò insieme a questo anche l’insensata arrabbiatura degli Italiani. La nostra tifoseria infatti, dimostrò di avercela con Maradona proprio per quel rigore, ed arrivò addirittura a fischiare l’inno nazionale argentino fino a coprirlo prima dell’inizio della finale, che si disputò a Torino. Se si guardano le riprese della partita, nel labiale di Maradona si distinguono chiaramente insulti rivolti al pubblico italiano, che stava profondamente offendendo la sua nazione. Quella finale vide infine vittoriosa la Germania. Un episodio davvero infelice che non ci rese assolutamente onore dal punto di vista sportivo, oltre alle successive dichiarazioni, protratte negli anni, di un Maradona che rivelava la corruzione nella gestione delle partite internazionali operata dai quadri dirigenti della FIFA, dagli scommettitori e dalla mafia. Il grande calciatore è infatti stato uno dei pochissimi a rivelare al mondo, senza riserve, la profonda criminalità che interessava il mondo del calcio, dimostrando la sua indole senza timori a dire le cose come stanno se interrogato su questioni scottanti.

Nessuno lo dice, però io sì. Delle partite truccate a livello mondiale, per favorire tanta gente che con il potere chiude un occhio. Io non chiudo un occhio. Io voglio due squadre in campo che si giocano la vita sportivamente per far vincere la loro squadra. Non voglio più partite truccate”.

Maradona, Report 11/10/2015

Maradona ebbe però problemi con il fisco italiano, a causa di errori commessi da parte dell’allora presidente del Napoli Calcio, riguardo alla sua dichiarazione dei redditi e per un’iniziativa dello stesso e del commercialista del calciatore relativa ad una società fondata a suo nome nel Liechtenstein, con il fine di evadere i controlli del fisco italiano. Benché assolto dalla Corte di Cassazione, dovette pagare 5 milioni di euro come multa. Precedentemente era stato arrestato per detenzione ed uso di cocaina, sostanza questa della quale era diventato fortemente dipendente proprio durante il suo periodo come giocatore al Napoli Calcio e che lo aveva portato, insieme ad altre motivazioni di carattere sociale legate all’importanza della sua figura, a entrare in contatto con la famiglia, riconosciuta da tutti e dalle autorità come mafiosa, dei Giuliano.

Il 25 novembre 2020, il dio del calcio si è spento. Se il rapporto con l’Italia e le sue istituzioni si era incrinato, quello con la città di Napoli rimase immutato negli anni. Le celebrazioni che tutta la città ha organizzato nei giorni scorsi lo hanno dimostrato chiaramente.Tutti, con le lacrime agli occhi, ricordano come Maradona abbia fatto sognare la città e di come l’abbia sempre difesa

“A me piace che la gente viva; se ho creato tutto questo lavoro sono contento, sono contento che la gente guadagni con me; non sopporto invece che il miliardario diventi ancora più ricco con Maradona. Questo proprio non lo sopporto. Adesso vi ricordate di Napoli e dei Napoletani; ma prima e dopo questa partita non li avete considerati e non li considererete “

Diego Armando Maradona

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