COSA FA L’UE PER IL CLIMA?

stavoltavoto: tutto quello che senza l'Unione Europea non avremmo mai avuto  - TGS Eurogroup

Di recente si sono svolte le elezioni presidenziali statunitensi e, com’è noto ai più, esse hanno rappresentato uno snodo fondamentale per iniziare a trattare la crisi climatica in atto con le dovute politiche ambientali. Più in generale, le lotte per una svolta green sono sempre più presenti nelle piazze, nelle città, nei ‘luoghi sociali’ di tutto il mondo.

Ma cosa fa l’Unione Europea per il clima?

La Commissione Europea ha presentato giovedì 17 settembre il suo piano per ridurre le emissioni di gas a effetto serra dell’UE almeno del 55% rispetto ai livelli del 1990. “Questo livello di ambizione per il prossimo decennio porrà l’UE su un percorso equilibrato per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050″ scrive l’esecutivo guidato da Ursula Von Der Leyen.

Nello specifico che cosa ha chiesto e delineato la Commissione:

  • ha proposto una modifica della proposta di legge europea sul clima per includere l’obiettivo di ridurre le emissioni almeno del 55 % entro il 2030 quale prima tappa verso l’obiettivo della neutralità climatica entro il 2050;
  • ha delineato le proposte legislative da presentare entro giugno 2021 per attuare il nuovo obiettivo, tra cui: la revisione e l’ampliamento del sistema di scambio di quote di emissione dell’UE; l’adeguamento del regolamento sulla condivisione degli sforzi e del quadro per le emissioni connesse all’uso del suolo; il potenziamento delle politiche in materia di efficienza energetica e di energie rinnovabili; il rafforzamento delle norme in materia di CO2 per i veicoli stradali.
Chi è Ursula von der Leyen la nuova presidente della Commissione Ue

Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione europea, ha dichiarato: “Stiamo facendo tutto quanto in nostro potere per mantenere la promessa fatta agli europei: rendere l’Europa il primo continente al mondo a impatto climatico zero entro il 2050. L’Europa uscirà ancora più forte dalla pandemia di coronavirus investendo in un’economia circolare efficiente sotto il profilo delle risorse, promuovendo l’innovazione nelle tecnologie pulite e creando posti di lavoro verdi.”

Per la Commissione Europea il nuovo obiettivo climatico per il 2030 contribuirà alla ripresa economica dell’Europa dalla pandemia. Stimolerà gli investimenti in un’economia efficiente sotto il profilo delle risorse, promuovendo l’innovazione nelle tecnologie pulite, rafforzando la competitività e creando posti di lavoro verdi. Gli Stati membri potranno attingere al fondo per la ripresa “Recovery Plan” (chiamato anche Next Generation EU) da 750 miliardi di euro e al prossimo bilancio a lungo termine dell’UE per questi investimenti nella transizione verde. Sono sei i capitoli principali contenuti nella bozza del piano: digitalizzazione, innovazione e competitività del sistema produttivo, rivoluzione verde e transizione ecologica, infrastrutture per la mobilità, istruzione/cultura e scienza, equità sociale, salute. Un piano di investimenti che permetterà un rinnovamento totale della società, se utilizzato con coscienza.

Verso Next Generation EU. Istruzione e formazione priorità negli  investimenti”, webinar in diretta il 23 ottobre

Proprio il Recovery Plan rappresenta un’occasione irrinunciabile per salvare il pianeta Terra. Dei 750 miliardi di euro che verranno destinati agli Stati membri, almeno il 37% dovrà essere impiegato per il clima.

Recovery Fund che sembra quasi far rima con ‘progresso responsabile’, inteso come un percorso di innovazione in cui, a differenza del passato, lo sviluppo dovrà essere coscienzioso, riflessivo, dovrà necessariamente essere critico e attento riguardo alle conseguenze sociali, ambientali ed economiche che causerà, abbandonando l’obsoleto modello del business as usual.

Purtroppo però, non è tutto oro ciò che luccica. Recentemente è stata approvata dalla Commissione Europea la PAC (Politica Agricola Comune), una delle più importanti politiche dell’Unione: impegna 1/3 dei bilanci EU, quasi 390 miliardi di euro nei prossimi sette anni. Essa non è in linea con l’Accordo di Parigi, distrugge la biodiversità, promuove l’allevamento intensivo e l’agricoltura industriale, ed ha per questo suscitato le proteste di molte associazioni ambientaliste che ne chiedono il ritiro.

Se l’esempio sopracitato è un chiaro segno di come la strada intrapresa dall’UE sia ancora lunga, è doveroso tuttavia ricordare che il nuovo piano per il clima proposto dalla stessa Unione è il più ambizioso al mondo. Un transizione ecologica necessita il ripensamento dell’intera società, delle politiche, dell’economia e dei nostri stessi stili di vita. È quantomeno ingenuo pensare che il cambiamento possa avvenire dall’oggi al domani; sembra più logico intravedere in essa un faro di speranza per il futuro.

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