Un dialogo con Amnesty International di Ferrara

Siamo nel mezzo della seconda ondata, che significa, tra le molte cose, nessuna possibilità per ora di organizzare convegni ed eventi dal vivo. Eppure, il mondo continua ad andare avanti, nel bene e nel male, con problemi e ingiustizie che devono necessariamente rimanere al centro del dibattito sociale. Ed è questo l’obiettivo del gruppo di Amnesty International di Ferrara: continuare ad operare per sensibilizzare la società sul grande tema dei diritti umani, cercando di dare voce a chi voce non ne ha. Nelle ultime settimane, ogni domenica ha organizzato degli incontri online per parlare di temi attuali, ma soprattutto per dare spazio a racconti concreti di vite che hanno conosciuto discriminazioni e ingiustizie. Ne parliamo con Francesca Mazzotti, attività e responsabile del gruppo Amnesty International di Ferrara e vice responsabile della circoscrizione dell’Emilia Romagna.

Da dove siete partiti? Qual era il vostro progetto iniziale?

Eravamo partiti mesi fa con un progetto ben chiaro in mente, quello de “La Biblioteca vivente”. Si sarebbe trattato di un incontro, ovviamente in presenza, con ospiti attivi sul fronte dei diritti umani, ma soprattutto che hanno vissuto discriminazioni sulla loro pelle, che avrebbero reso la loro testimonianza preziosa ad un pubblico (in carne ed ossa). Il titolo, “Biblioteca vivente”, è per noi molto significativo: si basa sull’idea che ogni persona sia un libro, che merita di essere letto e raccontato. Questo per noi è importante perché come Amnesty International cerchiamo di essere in prima linea per diventare il megafono di queste storie che spesso faticano a trovare uno spazio per essere ascoltate.

Con la chiusura di meeting e convegni, cosa avete deciso di fare?

Ovviamente tutto si è dovuto annullare, e, a quel punto, ci siamo chiesti se un progetto del genere dovesse [potesse] attendere la fine della pandemia (o almeno di queste restrizioni) oppure si potesse fare in versione online. Certo è che l’effetto non sarebbe stato lo stesso, perché con le dirette online si perde quell’intimità e quel coinvolgimento che una testimonianza dal vivo può dare. Tuttavia, abbiamo sentito la necessità di continuare questo progetto, perché abbiamo sentito l’urgenza che queste storie fossero raccontate, che si continuasse ad affrontare di certi temi così fondamentali affinché questi non spariscano dall’attenzione pubblica.

Cos’è che caratterizza questi incontri?

In questi incontri trattiamo dei temi importanti, non solo da un punto di vista teorico, ma anche pratico, in quanto sono presenti attivisti di Amnesty che intervengono per fare il punto su certi temi e per spiegare la nostra posizione a riguardo. Il momento centrale è quello della testimonianza, per dare spazio a persone che possano raccontare il loro vissuto, donandoci una prospettiva anche diversa da quella che ci si può aspettare. Infatti, quello che notiamo sempre più è che sia i media che i social trattano questi argomenti sensibili, ma raramente è il discriminato a parlare della sua discriminazione in maniera diretta, anzi talvolta si fugge a ciò per evitare di uscire dalla nostra “comfort zone”, per evitare di sentire com’è la realtà in maniera dura e scomoda. Anche inconsapevolmente, rischiamo di perpetrare degli stereotipi e delle convinzioni errate, e queste devono essere combattute attraverso la conoscenza; per questo riteniamo che questi incontri, in cui cerchiamo di sollecitare un’interazione del pubblico, possano aiutare le persone ad informarsi e a chiarirsi dei dubbi, per prendere maggiore consapevolezza riguardo queste ingiustizie.

Quali sono i temi di cui avete parlato e di cui avete intenzione di parlare nei prossimi incontri?

Nel primo incontro abbiamo parlato dei diritti dei romanì, soprattutto con riguardo alla situazione italiana (i rom, i sinti e i caminanti). Pensiamo sia un tema di cui si discute poco [non abbastanza], e aver avuto con noi un’attivista che è rom è stato sicuramente un momento importante per capire dalla sua voce e dalle sue parole forti le ingiustizie che ha subito. Nel secondo incontro, abbiamo discusso del tema dei migranti, dei rifugiati e il problema della cittadinanza. Nei prossimi, parleremo di Ungheria, di Polonia, soprattutto delle proteste che emergono per le leggi anti aborto e anche per la situazione politica che vi imperversa, nonché questa domenica parleremo dei diritti delle donne, anche perché mercoledì è stata la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. Sarà un incontro molto interessante, in cui sarà presente l’influencer Benedetta Lo Zito, che sta portando avanti una campagna (Suns-End Rape Culture), nata per fornire assistenza e sostegno alle vittime di violenza sessuale, per educare sulla cultura dello stupro e su come combatterla. Oltre alla sua preziosa presenza si tratteranno diversi aspetti di questa problematica, come il revenge porn e di come sia trattato a livello giuridico, il problema del “victim blaming”, cioè della colpevolizzazione della vittima sia a livello mediatico sia addirittura all’interno del processo. Si parlerà poi di responsabilità maschile, di femminismo online, che sta diventando davvero una risorsa preziosa per sensibilizzare su questa tema in più contesti, e della concezione di stupro e del consenso.

 Amnesty International è molto attiva su questo campo, vi sono delle campagne che state portando avanti attualmente?

Da tempo, stiamo portando avanti la campagna “Io lo chiedo”: si tratta di una campagna che per noi è particolarmente importante, per contrastare tutti i pregiudizi e le false convinzioni che girano intorno a questo tema, ma anche per cercare di sollecitare la politica a prendere delle decisioni a livello normativo che possano davvero portare un cambiamento. L’idea è che ormai dovrebbe essere chiaro a tutti che il sesso senza consenso sia stupro, a prescindere dal modo in cui questo consenso sia dato e a prescindere dalla presenza di violenza fisica nell’atto. Eppure, questo concetto è ancora sfuggevole, soprattutto a livello di normative. Infatti il nostro Codice penale si basa ancora su una definizione dello stupro “a modello vincolato”, cioè ritenendo violenti solo quegli atti sessuali in cui sono presenti elementi coercitivi. L’articolo 609-bis punisce la condotta di chi, con violenza o minaccia, costringa l’altra persona a subire atti sessuali. Quello che chiediamo è che l’Italia si allinei ad altri Paesi europei (come Islanda, Svezia, Grecia, Regno unito, Irlanda, Lussemburgo, Germania, Cipro, Belgio e Portogallo), in cui la legislazione considera reato qualsiasi tipo di atto sessuale nel quale manchi il consenso valido della persona offesa. È un adeguamento che ci richiede l’Unione Europea, e che dobbiamo anche rispettare in quanto abbiamo aderito alla Convenzione di Istanbul. Il quadro nazionale ed europeo è davvero inquietante: secondo recenti ricerche, 1 donna su 20 di età pari o superiore a 15 anni è stata stuprata (sono circa 9 milioni di donne) e 1 donna su 10 ha subito qualche forma di violenza sessuale. Sono numeri assurdi che fanno capire la gravità della situazione e la necessità che a noi donne siano dati dei mezzi concreti per difenderci e un ordinamento, uno Stato, che davvero ci protegga.  

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