LE DONNE MUIONO DUE VOLTE

<< Questa volta è avvenuto nel ________ . L’uomo, un ________ di ________ colto da un raptus omicida ha ucciso la compagna a seguito di una lite, dopo che la donna aveva manifestato la volontà di separarsi >>

<< Uomo di ________ anni uccide a coltellate la moglie. Aveva chiesto il divorzio >>

Si potrebbe andare avanti così a lungo, cambiando ogni volta modalità usata dall’assassino, luogo del delitto, nome, età, città di vittima e carnefice.

Solo due cose sono ricorrenti: un uomo che uccide una donna, con cui spesso ha un rapporto intimo, e lo schema scelto dai notiziari per raccontare l’omicidio.

Parole, parole amare che oramai siamo così abituati a sentire che spesso registriamo la notizia senza porci domande, o magari evitiamo proprio di farlo.

D’altronde, chi vuole pensare alla morte? Chi vuole sapere cosa scatta nel cervello di un essere umano per arrivare a compiere un gesto di simile atrocità?

Eppure, le donne lo fanno continuamente, è innegabile: quando escono di notte ma devono raggiungere il centro da sole a piedi o in metro, quando vanno a correre la mattina in un parco, quando semplicemente escono per strada e si ritrovano accostate da una macchina, il finestrino si abbassa e l’uomo alla guida si masturba mentre lascia vagare lo sguardo sul corpo di lei.

In questi momenti, che scandiscono le azioni quotidiane di una donna per tutta la durata della sua vita, parole associate ad un mix confuso e potente di emozioni compaiono nella sua mente: umiliazione, vergogna, stupro, morte

Umiliazione, vergogna, stupro, morte

Umiliazione, vergogna, stupro, morte

E via così, in una spirale infinita che descrive un evento che non ha un inizio né una fine, perché è sempre lì, nascosto nelle segrete del palazzo della mente di una donna, dimenticato finché una particolare situazione non fa cigolare i cardini della porta e il rumore sordo arriva alle orecchie, il cervello si mette all’opera, valuta e scarta ipotesi.

A volte, però, la porta cede e il mostro all’interno viene liberato.

Questo mostro si chiama femminicidio.

Tutti ne hanno sentito parlare, ma la maggior parte della gente si ferma all’atto fisico dell’omicidio quando in realtà c’è molto di più.

Un femminicidio rappresenta qualsiasi forma di violenza esercitata sulle donne allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne la soggettività sul piano psicologico, simbolico, economico e sociale, fino alla schiavitù e alla morte.

Il femminicidio accompagna ogni donna, dalla più giovane alla più anziana.

Un femminicidio è quando, invitata dal solito gruppo di amici ad uscire la sera, ti provi una gonna, ti guardi allo specchio e la scarti, non perché non ti stia bene, ma perché “I ragazzi del mio gruppo potrebbero fare battute. E i passanti? Per non parlare degli uomini alla guida di una macchina. La metterò la prossima volta, stasera è meglio di no” e poi quella gonna rimane nell’armadio per giorni, settimane, mesi, magari rivedrà la luce solo per una cerimonia o un compleanno di 18 anni, chissà.

Un femminicidio è quando una donna sta parlando e un uomo, che pensa che l’argomento lui lo maneggi con più cura perché le femmine sono emotive e vanno istruite, la interrompe davanti a tutti senza darle possibilità di intervenire.

Un femminicidio è quando un uomo dice zoccola ad una ragazza che non ci è stata e ad una che lo ha fatto.

Un femminicidio è quando una donna dice << Come possiamo essere credibili, noi donne, se cerchiamo un amante occasionale? >>

Un femminicidio è quando di una donna si parla esclusivamente in termini di bellezza, tralasciando i meriti e la carriera.

Un femminicidio è quando, sul posto di lavoro, una donna viene coercisa, costretta da un collega a stare al gioco, con la minaccia che aleggia nell’aria di perdere il posto, ma lei ha dei figli a cui dare da mangiare a casa e non può permettersi di essere licenziata.

Un femminicidio è quando, nel momento in cui una donna accetta di stare al gioco, gli altri colleghi dicono << Vedi che puttana! Aveva una scelta, è stata colpa sua >>.

Un femminicidio è quando una donna evita di fare una battuta di doppio senso.

Un femminicidio è quando una donna rimane in silenzio o cerca di trovare un punto di incontro quando un uomo o un’altra donna compiono uno dei femminicidi sopra descritti.

Un femminicidio è quando è stato presupposto che sarebbero state le donne, le madri, quelle che dovevano restare a casa a badare ai figli durante la prima ondata di COVID-19 e non gli uomini, i padri.

Un femminicidio è quando una donna viene trattata con gentilezza perché fa parte del gentil sesso e non perché è un essere umano.

Un femminicidio è quando scrivi su OpenOffice un articolo sul femminicidio e il termine viene sottolineato come errato.

Un femminicidio è quando i telegiornali si rifiutano di dire la parola femminicidio.

Tra le tante notizie che si sentono alla tv, se si affina l’udito e si sceglie di analizzare il racconto parola per parola, si fa una scoperta agghiacciante: la parola femminicidio non esiste.

E’ piuttosto sostituita da parole come raptus o furia omicida o, ancora, impeto di rabbia.

Tuttavia, ciò è che più raccapricciante è il modo in cui viene data la notizia, lo schema ricorrente mirato a inculcare nel cervello degli spettatori una ed una sola cosa: la donna ha sbagliato e l’uomo ha reagito.

L’obiettivo? Instaurare in maniera inconscia, nella mente dell’ascoltatore, il binomio causa-effetto quando si parla di un uomo che abusa o uccide una donna.

Perché? Forse perché altrimenti si metterebbe in discussione l’intero sistema patriarcale in cui ancora oggi la nostra società affonda le sue radici.

Tornate nella parte in alto dell’articolo, se non siete troppo annoiati, e rileggete le prime frasi con attenzione.

Se notate qualcosa di strano, siamo a buon punto. Se invece non vedete alcunché di preoccupante, lasciate che le prossime parole vi illuminino.

Quando viene data la notizia di un omicidio vengono comunicati anche tutta una serie di dettagli ed informazioni, tra cui anche la probabile motivazione dietro cui l’assassino si nasconde, come ad esempio un passato da spacciatore di droga, un regolamento di conti e così via.

Nel caso in cui un uomo uccida o molesti una donna l’unica motivazione di un tale gesto così estremo è da ricercare nell’indottrinamento patriarcale a cui bambini e bambine sono sottoposti fin dall’inizio della loro educazione, indicando come un giocattolo sia meglio acquistarlo per l’uno piuttosto che per l’altra o viceversa, oppure arrivando a negare alla ragazza di fare un qualcosa che è invece permesso al fratello, con il risultato di ammantare ancora di più certe azioni di significati negativi se compiute dalla donna.

L’educazione patriarcale va mano nella mano con quella possessività che vede le donne come oggetti da possedere che, se non più funzionali al loro scopo, possono essere benissimo scartati via.

Nell’uomo è da sempre stato instillato il pensiero per cui uno dei poteri di cui si può avvalere, in quanto superiore alla donna, è quello della sottomissione.

Di conseguenza, complici sempre gli esempi vissuti durante la loro educazione, ci saranno uomini convinti che le donne siano bambole da usare a loro piacimento, che devono sottostare ai loro comodi in ogni momento.

Sono queste le circostanza dietro un femminicidio, inteso come omicidio di una donna in quanto donna.

Eppure, i canali di comunicazione si ostinano a raccontare una menzogna.

L’ennesima coltellata.

<< Uomo stupra una ragazza di sedici anni. Era ubriaca >>

<< Uomo stupra una ragazza. Stava tornando a piedi da sola dopo una serata in discoteca >>

<< Uomo uccide la compagna. “Voleva lasciarmi” >>

<< Uomo uccide la moglie. Lei lo tradiva >>

Quando viene data la notizia di un femminicidio non viene mai fatta parola del sistema patriarcale e delle molte colpe ad esso riconducibili, ma piuttosto viene collegato l’omicidio ai pretesti addotti dal carnefice.

Per mezzo di un uso subdolo della comunicazione, la notizia di un femminicidio viene comunicata alterando il reale stato delle cose ma soprattutto, e ancora peggio, la capacità di giudizio dello spettatore.

Lo scenario, come si dovrebbe intuire, è sconvolgente: il risultato è quello di legittimare un atto, quello dell’omicidio, e di delegittimare la gravità del gesto compiuto di fronte a quelle che vengono in questo modo presentate come colpe della donna, che va punita.

Queste colpe sono le più disparate: un tradimento, una gonna un po’ più corta del solito ed una che arriva sotto il ginocchio, slip di pizzo, comportamenti sospetti, un’uscita tra amiche la sera o la mattina, la volontà di chiedere il divorzio e così via.

Sono tutte azioni che una bambola, un oggetto inanimato sotto il pieno controllo del suo possessore, non può compiere.

E così arriva il momento di disfarsi della bambola, psicologicamente o fisicamente parlando.

In fondo, le bambole rotte non piacciono a nessuno.

Conseguenza? Il rafforzamento dell’istruzione di stampo patriarcale delle donne, incoraggiato anche da coloro che dovrebbero denunciare tale situazione.

È in questo modo che alle donne viene ancora oggi insegnato ad accettare l’umiliazione, ad autolimitarsi, con lo scopo di fargli capire che questo mondo non appartiene a loro: la loro parola vale sempre meno rispetto a quella di un uomo, tanto che se subisce una molestia o si sente minacciata ecco che termini come pazza e paranoica vengono accostati alla sua persona.

In fondo, quante volte si sente la frase << Era solo una battuta per ridere. Non prenderla sul serio! >>.

A quanto pare non è solo la possibilità di autodeterminarsi ad essere preclusa alla donne, ma anche il diritto di vivere le proprie emozioni nei modi e nei tempi che sono loro più congeniali.

Quante volte una ragazza si è sentita dire << Non piangere. Se lo fai, come pensi di poter essere presa sul serio? >>

Pretendere la libertà di voler essere chiunque si voglia, di poter svolgere qualsiasi lavoro si voglia: solo pochi anni fa vi erano leggi in America che proibivano ad una donna di fare straordinari, pilotare un aereo, avere una carta di credito a suo nome; diritti considerati privilegi.

Il mondo sembrava essere andato avanti, ma è accaduto l’opposto.

Il motivo? Perché anche la vita è diventata un privilegio per le donne, oggi più che mai: si comprende nel momento in cui la maggior parte delle vittime sono state lasciate senza protezione, anche dopo la denuncia di comportamenti violenti da parte di mariti, compagni, figli; viene affermato con prepotenza quando gli assassini si nascondono dietro la scusa di essere sotto l’effetto di stupefacenti al momento dell’atto; viene ricordato dai dati, che denunciano che la metà delle assoluzioni dei carnefici sono state concesse per incapacità di intendere e di volere.

Le donne muoiono due volte: la prima morte ha il colore del sangue che schizza sulle pareti, macchiandole di rosso, mentre la seconda è invisibile, ma non per questo meno reale, ed assume l’aspetto cacofonico di tante voci assieme, il cui eco è purtroppo difficile da estinguere.

Voci che feriscono, voci che dilaniano.

Voci che uccidono.

Sì, le donne muoiono due volte.

Chiara Casalanguida

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