La presidenza Biden sarà un (difficile) gioco di incastri

Dopo un serrato conteggio che ha tenuto letteralmente tutto il mondo con il fiato sospeso ed ha visto gli occhi puntati su alcuni Stati che sono risultati decisivi e protagonisti di ribaltamenti mozzafiato, gli Stati Uniti d’America hanno finalmente il loro 46esimo presidente: il candidato democratico Joe Biden, già vicepresidente sotto Obama. Di fatto presentatosi come personaggio agli antipodi rispetto a Trump, tanto nella visione politica e sociale quanto nella personalità e nell’atteggiamento, Biden ha promesso un mandato caratterizzato da una sostanziale e radicale discontinuità rispetto al precedente. Le questioni lasciate pendenti dal tycoon sono numerose e spinose, dalla situazione epidemiologica alla problematica climatica, dalle tensioni mai sopite con la Cina al difficile iter di pacificazione del Medio Oriente, passando per un confronto con la Russia quanto mai ambiguo e contraddittorio.

Senza alcuna pretesa di esaustività e rimandando all’articolo di Francesca Baldo sul confronto fra i programmi politici dei due sfidanti (https://wordpress.com/post/lariosteo.wordpress.com/1543), possiamo individuare alcuni punti focali del “nuovo corso” di Biden: sul piano delle politiche interne è intenzione del nuovo inquilino dello studio ovale condurre una lotta serrata contro la pandemia da SARS-CoV-2 istituendo un nuovo comitato scientifico che sia libero da influenze politiche, aumentando le risorse a livello nazionale e locale destinate al contact tracing, prevedendo il libero accesso a test, trattamenti ed eventuali vaccini per tutti i cittadini. Sul piano dell’assistenza sanitaria è altresì intenzione del neopresidente ripristinare e potenziare l’Obamacare, riforma voluta dall’omonimo presidente volta ad allargare l’accesso alla health incurance anche ai cittadini meno abbienti. Sul piano economico è da evidenziare il proposito di riformare in senso estensivo il sistema dell’unemployement insurance tramite forme di payroll support e wage replacement, abbozzando così un meccanismo che può vagamente ricordare i sistemi previdenziali europei a sostegno dei lavoratori (ad esempio, la nostra cassa integrazione). Ma è sul piano della politica estera che l’impatto dovrà essere più pesante: rinnovata fiducia nelle istituzioni internazionali e collaborazione con Paesi liberal-democratici, sia nell’ottica di contrastare la pandemia sia di arginare il protagonismo di Turchia, Russia ed altre autocrazie, prosecuzione delle difficili trattative fra Israele e Stati limitrofi nella definizione della interminabile questione Israele-palestinese, infine, il tanto atteso e sperato ritorno all’Accordo di Parigi in tema di contrasto al cambiamento climatico.

La presidenza Biden dovrebbe in particolar modo comportare un rinnovato protagonismo degli USA all’interno della NATO, giudicata “obsoleta” da Trump

Le carte in tavola sono tante, e chi auspica invece un rinnovato atteggiamento diplomaticamente disinteressato e “protezionistico” manca di pragmatismo: per quanto la prospettiva di un’Unione Europea che si ponga finalmente come attore geopolitico unitario e definito nei suoi intenti ed interessi sia allettante e desiderabile, semplicemente mancano i presupposti politici (e, se permettete, anche istituzionali), tanto più se si tiene conto dell’imminente ritiro a vita privata della cancelliera tedesca Angela Merkel, la quale è fra i leader europei più longevi, stabili e capace di allineare Paesi dalle posizioni assai diverse, come ha fatto nell’ambito delle faticose trattative sul Recovery Fund. E’ necessario quindi poter contare sul sostegno e sull’affidabilità degli Stati Uniti, almeno per il momento.

Sennonché i piani di Biden e le prospettive di un fronte comune euro-americano rischiano di scontrarsi e di infrangersi su alcuni seri ostacoli di carattere politico ed istituzionale, a partire dagli stessi risultati di queste elezioni. Contestualmente alla scelta del proprio presidente, gli americani sono stati infatti chiamati ad esprimersi sul rinnovo sia della Camera che del Senato, le cui composizioni avranno un peso decisivo nell’attuazione delle riforme proposte da Biden. E se tutto sommato la Camera resta saldamente nelle mani dei democratici, il Senato d’altra parte conserva la maggioranza repubblicana, anzi, vede fare ingresso esponenti della compagine complottista di QAnon (movimento di origine virtuale avente come obiettivo apparentemente quello di sostenere Trump in una fantomatica battaglia contro il male rappresentato da satanisti e pedofili come Hillary Clinton) come l’imprenditrice Marjorie Taylor Greene. Ciò significa che Biden dovrà tenere conto di questi precari equilibri nello scegliere i membri del governo la cui nomina dovrà essere approvata. Parimenti i procedimenti deliberativi sulle proposte di riforma che richiederanno l’adozione di una legge federale si prospettano faticosi o quantomeno necessariamente improntati ad una logica di compromesso al ribasso. Non a caso qualcuno ha prospettato l’inevitabilità di un programma politico centrista.

L’altro tassello problematico è la Corte Suprema, i cui giudici vengono nominati dallo stesso Presidente e restano in carica a vita. Evidentemente però le tempistiche si sono rivelate nefaste dato che Trump ha potuto nominare ben 3 giudici, portando la composizione a 6 giudici di orientamento repubblicano-conservatore e 3 democratici. La recente nomina di Amy Coney Barrett, definita come cattolica, conservatrice e saldamente antiabortista, è stata evidentemente funzionale a minare il mandato dello sfidante democratico in caso di vittoria. Ai fini di questo articolo potremmo definire la funzione della Corte duplice: da un lato infatti le sue decisioni costituiscono “precedenti vincolanti” che guidano l’applicazione del diritto da parte di tutte le corti inferiori, dall’altra è sua prerogativa valutare la conformità delle leggi statali e federali alla Costituzione. E’ evidente che l’orientamento di questa “nuova” Corte potrebbe in parte vanificare gli intenti progressisti dei democratici. Si è prospettata in merito la possibilità di adozione di una riforma che aumenti il numero complessivo dei membri così da neutralizzare la maggioranza conservatrice con nuove nomine, ma l’operazione si presta ad una duplice critica: innanzitutto anche in questo caso il progetto di riforma, e soprattutto le successive nomine, dovrebbero passare per il Senato, in secondo luogo significherebbe certificare ufficialmente che la Corte Suprema è nella disponibilità del Presidente, che può quasi manipolarne la composizione. Alla faccia dell’indipendenza del potere giudiziario!

La neo giudice della Corte Suprema Amy Coney Barrett, finita sotto i riflettori per le tempistiche della sua nomina e le sue posizioni definite da alcuni ultraconservatrici

Non è però detta l’ultima parola. Alcuni analisti infatti osservano come l’uscita di scena di Trump possa indurre nella compagine repubblicana una fase di “riflessione” e di riformulazione del proprio approccio politico, rigettando gli estremismi dell’ingombrante tycoon ed abbracciando, invece, un atteggiamento quantomeno di formale costruttività con Biden, il quale può anche vantare buoni rapporti con alcuni esponenti del partito. In secondo luogo, nonostante l’apparente contraddittorietà del sistema giudiziario americano, bisogna riconoscere che nel corso della sua storia la Corte Suprema ha sempre evitato di assumere un atteggiamento di protagonismo politico ed i suoi giudici si sono mostrati genuinamente all’altezza del loro compito, assumendo anche decisioni in aperto contrasto con i propositi del Presidente che li aveva nominati.

Insomma, è difficile fare previsioni per questo mandato che comunque segna una tappa importante nella storia degli Stati Uniti e mondiale: dalle prossime mosse di Biden dipenderanno la rigenerazione del tessuto sociale americano, le sorti dell’economia mondiale e gli equilibri geopolitici. Non ci resta che osservare.

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