Nuova Zelanda: un modo democratico per combattere il virus

La temuta seconda ondata è arrivata. E ha travolto gli Stati europei in modo più o meno inaspettato. Tracciamento saltato, ospedali in via di saturazione, distanziamento fisico non sempre rispettato, un’estate che è sembrata più un ritorno al passato che un tentativo di convivenza con il virus: in poco tempo il sistema di controllo sta sempre più implodendo, e i Paesi, non più capaci di anticipare misure effettive, si trovano ancora una volta ad inseguire questa ondata con restrizioni più o meno dure, se non addirittura con nuovi lockdown. Proprio nel momento in cui l’economia stava cercando di recuperare i colpi sofferti in primavera, come attestano i dati Istat del PIL del terzo trimestre del 2020 (che vedono per l’Italia un inaspettato +16%, in linea con le stime di un calo del 9% del PIL per quest’anno), ora gli sforzi potrebbero vanificarsi in vista di nuove possibili chiusure. Tuttavia, dall’altra parte del mondo, le cose sembrano andare differentemente. In Cina, le immagini della folla di turisti nella cosiddetta “settimana d’oro” del 1° ottobre sembravano appartenere ad un’altra epoca. Inoltre, seppur da prendere con cautela, i dati che arrivano dall’ufficio nazionale di statistica di Pechino attestano un cambio di rotta per l’economia cinese: dal -6,8% del primo trimestre, il PIL è gradualmente cresciuto (+3,2% nel secondo trimestre e +4,9% nel terzo), portandolo addirittura ad un +0,7% rispetto ai primi mesi del 2019. Tuttavia, non è tutto rose e fiori. Oltre alla questione della attendibilità dei dati provenienti dall’Oriente, c’è da chiedersi soprattutto se sia replicabile il modello di restrizioni e di controlli adottato non solo in Stati non democratici, come la Cina, ma anche in Paesi retti da democrazie, come la Corea del Sud, nei quali tuttavia è presente un modello di società e di vita profondamente diverso dal nostro e dove certe libertà e diritti hanno vincoli meno stringenti. Basti pensare ai sistemi di tracciamento degli spostamenti dei cittadini mediante app e mediante l’accesso da parte del governo ai dati di carte di credito e telefoni ed alle registrazioni delle telecamere di sorveglianza, che non possono non destare perplessità e critiche a causa della sistematica violazione dei diritti di privacy. Siamo quindi bloccati in una secca dicotomia tra due modelli infungibili oppure esiste una terza via? C’è, in realtà, uno Stato che attualmente sembra essere diventato Covid-free, il quale però si avvicina maggiormente alle democrazie occidentali: la Nuova Zelanda.

STORIA DI UN LOCKDOWN

Fresca di vittoria dalle ultime elezioni parlamentari di metà ottobre, Jacinda Ardern, prima ministra del Partito Laburista, è stata acclamata come leader carismatica che è riuscita come pochi a tirare fuori il suo Paese, di poco meno di 5 milioni di abitanti, dalla pandemia. Forte di alti indici di gradimento durante la primavera e trionfatrice alle elezioni: eppure, il suo lockdown è stato considerato come tra i più “decisivi e rigorosi del mondo” (Michael Baker, epidemiologo). Ma cos’è successo esattamente? Già il 2 febbraio, in tempi non sospetti, dopo che nelle vicine Filippine era stato registrato il primo caso Covid, la Nuova Zelanda aveva chiuso le frontiere non solo per chi provenisse dalla Cina, ma anche per chi vi avesse solo transitato. Il primo caso nel paese risale al 28 febbraio. Il 19 marzo, il Governo decide di chiudere le frontiere con qualsiasi Stato estero e si prepara per presentare ai cittadini, qualche giorno dopo, un sistema di allerta in 4 livelli. Ma già il 26 marzo la Nuova Zelanda decide di passare al livello 4 con un lockdown totale e rigoroso (erano aperti solo supermercati, farmacie ed ospedali), e questo quando i contagi ammontavano a 647. Solo un mese dopo si inizia ad allentare le misure, fino alla loro eliminazione l’8 giugno. Tranne per qualche recrudescenza ad agosto, soprattutto ad Auckland, in questi mesi la curva dei contagi si è mantenuta stabile, e dal 23 settembre ogni misura restrittiva è scomparsa, persino quella delle mascherine. Attualmente, i casi totali ammontano a 1912, di cui solo 25 morti. Ma qual è stata la ricetta del successo a livello sanitario e di tenuta sociale del Paese?

GIOCO D’ANTICIPO, LEADERSHIP E COMUNICAZIONE EFFICACE

Come rileva uno studio pubblicato dal Lancet, la reazione delle autorità sanitaria è stata precoce e decisa e si è trattato di un lockdown, sì rigido, ma breve, per limitare i danni economici, e al contempo accompagnato da un sistema di sorveglianza efficace e da test effettuati con rapidità. Sistema di contact-tracing che si è irrobustito nel corso dei mesi, tanto che già a luglio si facevano tra gli 8.000 e i 10.000 test al giorno (in proporzione, è come se l’Italia ne facesse 120.000 al giorno, ma a luglio la nostra quota si aggirava intorno ai 25.000-50.000). Ma non è solo da questo che si possono spiegare i successi di Ardern e, in generale, spesso i fatti, seppur positivi, possono non bastare per definire chi sia un buon leader. Perché, e questo periodo lo ha fatto emergere più che mai, talora non è sufficiente il saper prendere delle decisioni ferme, anche se da esse dipende la vita di migliaia di persone in quanto provocano sconvolgimenti economici, sociali e sanitarie; difatti, talora queste decisioni risultano efficaci solo con la collaborazione delle persone stesse, per cui il successo delle misure dipende dalla capacità di saper convincere la popolazione della ragionevolezza delle stesse, anche se ciò richiede un cambiamento radicale della propria esistenza. Ed è esattamente in ciò che Ardern ha vinto in pieno. Secondo uno studio sul linguaggio dei leader di Jacqueline e Milton Mayfield, la premier neozelandese si è mostrata in linea con tutti i fattori che rendono un capo un buon comunicatore. Ardern ha sempre motivato e reso chiari gli obiettivi perseguiti dalle misure governative e ha invitato i cittadini a restare a casa per salvare vite umane, dando significato e scopo alla sua richiesta. Nell’annunciare il lockdown il 23 marzo, ha cercato di comunicare le regole efficacemente, attraverso un discorso preparato con cura seguito dalle domande dei giornalisti (mentre in Europa spesso i leader imponevano nuove misure drastiche attraverso video registrati o conferenze stampa in orari improbabili). Durante il periodo di chiusura totale, ha saputo gestire le aspettative delle persone, affermando chiaramente che sarebbero servite almeno 2 settimane per capire gli effetti del lockdown, e ha continuato a dare molti messaggi riguardo l’importanza di attribuire rilievo alla salute, attraverso comunicazioni e conferenze stampa dirette alla popolazione e persino ai bambini. Last but not least, il primo ministro, nel riconoscere più volte le difficoltà che comporta lo stare a casa, ha cercato di mostrare empatia e supporto ai suoi concittadini. L’obiettivo centrale infatti è stato quello di aiutare le persone ad accettare dei cambiamenti, facendo in modo che il processo decisionale fosse trasparente ed attribuendo senso a quello che stava succedendo; ad esempio, il sistema di allerta composto in 4 livelli fu lanciato e spiegato alla popolazione giorni prima che fosse annunciato il blocco totale (niente decisioni nel cuore della notte quindi).

UN MODELLO REPLICABILE?

Ardern ha dimostrato che esiste un metodo democratico di affrontare il virus, attraverso il coinvolgimento della popolazione e attraverso una comunicazione trasparente e chiara. Secondo lo studioso Keith Grint, un buon leader deve convincere la collettività ad assumersi la responsabilità dei problemi della società, e la premier ha dedicato parte dei suoi discorsi a fare questo. Davanti a problemi difficili, non ha cercato soluzioni semplice e comode, ma le ha affrontate in maniera complessa, decidendo anche di passare al lockdown in anticipo rispetto ad altri Paesi. Sicuramente la rapidità con cui il paese è riuscito a liberarsi del virus dipende anche da altri fattori, come la sua posizione geografica vantaggiosa. La Nuova Zelanda è un’isola, già di per sé isolata e facilmente isolabile rispetto all’esterno, e ciò dà maggior controllo agli spostamenti degli abitanti e ai confini, ed è caratterizzata da una minor densità della popolazione. Elementi, quindi, diversi dall’Occidente, soprattutto nell’ambito del sistema, quale quello europeo, di libera circolazione delle persone e di grande interconnessione tra le economie. Tuttavia, ciò che è centrale dell’esempio neozelandese non è (solo) il funzionamento delle misure anti Covid, ma risiede proprio nella leadership di Ardern e il modo in cui ha guidato il popolo neozelandese insieme nell’uscire dalla pandemia. La prima ministra neozelandese è riuscita a coinvolgere la popolazione nell’acquisire consapevolezza e responsabilità rispetto alla situazione, garantendo una comunicazione trasparente e continua con riguardo agli obiettivi perseguiti, affinché le persone potessero seguire le regole non tanto perché imposte “dall’alto”, ma in quanto ragionevoli, utili e necessarie. Un modo di combattere il virus, questo, che ha messo al centro la persona in quanto essere razionale e ragionevole, capace di discernere e di unirsi agli altri per affrontare un problema comune; un modo (il solo) per combattere il virus in presenza di una democrazia.

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