Il politically correct davanti alla cinepresa

Le nuove regole della Academy Awards sono oggetto di numerose critiche: ma cosa cambia davvero?

Qualche settimana fa, l’Academy of Motion Pictures Arts and Sciences ha annunciato le nuove regole che i film dovranno seguire, a partire dal 2024, per rientrare nei parametri di ammissione al Premio Oscar come Miglior Film. Regole mirate ad una maggior inclusione nell’attività cinematografica di quelli che vengono definiti “gruppi etnici sottorappresentati” (cioè asiatici, ispanici, afroamericani, nativi americani, nativi del Pacifico, mediorientali) e “gruppi sottorappresentati” (come le donne, gli LGBTQ+ o persone con disabilità), con l’obiettivo, a detta del presidente dell’Academy David Rubin e del ceo Dawn Hudson, di “riflettere l’eterogeneità della popolazione globale” e di realizzare “un cambiamento essenziale e duraturo nel nostro settore”. Tuttavia, questa nuova normativa ha fatto storcere il naso a non pochi artisti, lavoratori e critici del settore, che l’hanno additata come l’ennesima decisione dettata da un eccessivo politically correct che ha invaso il mondo del cinema da qualche tempo: e questo non solo a seguito di scandali e movimenti di protesta all’interno di esso, come la protesta di cinque anni fa degli “Oscars So White”, cioè dei premi Oscar che avevano fatto discutere per l’assenza tra i candidati di rappresentanti di colore, ma anche a causa del posizionamento più o meno esplicito di Hollywood contro l’attuale presidente, Donald Trump, che ha portato, secondo molti, ad una “strumentalizzazione” del cinema per trasmettere dei messaggi di denuncia verso questa presidenza, che siano quindi all’insegna dell’inclusività, della parità e della lotta al razzismo. Ma fino a dove ci si è spinti?

UN PASSO INDIETRO: IL CASO “VIA COL VENTO”

Rossella O’Hara (Vivien Leigh) e Mami (Hattie McDaniel)

Già qualche mese fa il politicamente corretto aveva mietuto una vittima prestigiosa: si tratta del pluripremiato capolavoro “Via col Vento” (8 oscar fra cui quello di attrice non protagonista ad Hattie McDaniel, prima attrice nera nella storia a vincere la statuetta), censurato ed eliminato dal catalogo di HBO Max (ora ripristinato). Decisione spiccatamente politica, giunta infatti dopo due settimane dall’uccisione di George Floyd, il 46enne afroamericano ammazzato a Minneapolis durante un arresto violento. La ragione? È un film che “raffigura pregiudizi etnici e razziali”, che sarebbe irresponsabile mantenere “senza una spiegazione e una denuncia di quelle rappresentazioni”, e che potrà tornare solo con una “discussione sul suo contesto storico e una denuncia di quelle stesse rappresentazioni” (portavoce della HBO Max). Sacrosanta l’idea di contestualizzare e spiegare il contesto storico e sociale dell’epoca per denunciarne la distanza valoriale con il mondo di oggi, ma, molti si chiedono, c’era davvero bisogno di passare attraverso una censura, un atto che rappresenta una limitazione della libertà artistica e che segnala la mancanza di una visione di profondità storica rispetto ad un prodotto figlio della sua epoca (siamo nel 1939), che come tale deve essere considerato, e non stigmatizzato a priori come un’opera razzista? Il razzismo peraltro può essere combattuto attraverso l’educazione, non oscurando un film, cercando di nascondere una storia che invece esiste e con cui bisogna confrontarsi.

I NUOVI PARAMETRI PER I MIGLIORI FILM

Ritorniamo ora agli Oscar. In cosa consistono queste nuove regole così dibattute? Si tratta di quattro standard (A, B, C e D) che investono la totalità del making of di un film e che le produzioni devono rispettare almeno due. Per quanto riguarda le ultime tre, si tratta di assicurare la minima presenza, almeno al 25/30%, dei cosiddetti “gruppi etnici sottorappresentati” e dei “gruppi sociali sottorappresentati” nelle posizioni di leadership creativa, di capi dipartimento o in generale di membri della troupe (per quanto concerne lo Standard B), oppure negli apprendistati o negli stage retribuiti (standard C), o infine nei team di marketing, pubblicità e/o distribuzione (standard D). Ma il vero punto che fa scalpore è lo standard A: per soddisfarlo, si deve prevedere che uno dei protagonisti appartenga a un gruppo etnico sottorappresentato, oppure che almeno il 30% degli attori provenga da gruppi sottorappresentati, o addirittura che la trama, il tema o la narrazione del film siano incentrati su un gruppo sottorappresentato. È evidente con ciò che queste regole non solo riguardano (giustamente) l’eterogeneità delle competenze e delle professionalità che devono essere coinvolte, ma vanno ad incidere (e questo è più discutibile) persino sulle scelte artistiche e narrative dei registi.

UNA DECISIONE “ORWELLIANA”

Una decisione orwelliana, una disgrazia per gli artisti di tutto il mondo” è l’idea dell’attrice Kirstie Alley, che come altri criticano ferocemente questa novità. Forse le critiche, se si osserva meglio questa normativa, possono apparire eccessive, in quanto in realtà ogni film, per essere nominato nella categoria di Miglior Film, deve rispettare solo due di questi standard, e non è difficile pensare che già tutti i film nominati finora agli Oscar li rispettavano, almeno quelli più “tecnici”. Perciò, chi ha affermato che film quali “The Irishman” o “1917”, per restare agli Oscar di quest’anno, non avrebbero potuto essere nominati in quanto “storie di uomini bianchi”, non ha propriamente ragione; sarebbe bastato, infatti, rispettare la rappresentanza etnica e di genere nei reparti tecnici. Tuttavia, la sola presenza di un simile standard, che va a toccare direttamente la trama e i suoi protagonisti, può destare comunque delle perplessità. Il messaggio che sembra veicolare è che non vince chi è più bravo, chi ha più talento, ma piuttosto chi include di più, in nome di un’uguaglianza che rischia però al contrario di esasperare le differenze. Inoltre in tal caso la scelta spontanea di un regista di creare un prodotto cinematografico più inclusivo sarebbe sminuita e vista come un mero “adempimento al dovere”. La critica maggiormente mossa nei riguardi di questa normativa è che non si può accettare una “standardizzazione” di una delle cose più libere e creative, e quindi più insofferenti a quelle catene che tentano di imbrigliarne l’espressione, cioè l’arte. Ogni opera cinematografica, soprattutto se mira a ricevere un premio tanto prestigioso come la statuetta d’oro, è potenzialmente creatrice di arte, e l’arte non deve trasmettere necessariamente un messaggio politico e sociale. Esiste, e deve essere difesa, anche “l’art pour l’art”. Inoltre, il cinema è un’arte complessa, dove non si deve solo tener conto dei suoi contenuti, ma anche delle tecniche proprie, che ineriscono ad esempio alle scelte stilistiche della regia, alla sceneggiatura e alla tecnica narrativa, alla scenografia e alla fotografia, alla colonna sonora e molto altro.  Perché il cinema “è il come, non il cosa. (Alfred Hitchcock).

di Irene Martinolli

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