Appartenenza del passato: quando politica, storia e archeologia si incontrano

A luglio la notizia della riconversione della Basilica di Santa Sofia, oggi Ayasofya, da museo a moschea ha indignato il mondo cristiano, soprattutto quello ortodosso. La decisione del Presidente Erdogan, sancita anche dal consiglio di Stato turco, rovescia una scelta del 1934. Tale disposizione era di Mustafa Kemal Ataturk, padre della Turchia moderna e laica. Il monumento ha subito varie trasformazioni nel corso della storia: inaugurata nel 560, sotto Giustiniano, come una cattedrale greco-cattolica; nel 1453, con la presa di Costantinopoli, divenne una moschea e vennero costruiti i minareti; infine nel 1934 il presidente Kemal la mutuò in un luogo aconfessionale. Da luglio del 2020 cade sotto l’amministrazione di Diyanet, il Ministero per gli affari religiosi che opera sotto la guida dell’ufficio di presidenza della Turchia.

Questa risoluzione fa riflettere su a chi appartenga il passato e se una carica pubblica istituzionale possa decidere la destinazione di un monumento culturale di rilevanza internazionale ad un determinato culto.

Durante il periodo coloniale del XIX e prima metà del XX secolo, quando gli Stati europei dimostravano interesse verso l’archeologia, le Nazioni assoggettate potevano essere derubate del proprio patrimonio culturale. Esempi sono i resti del Partenone oggi esposti, in parte, al British Museum ed al Museo dell’Acropoli di Atene; il Pergamonmuseum di Berlino dove sono esposti gli altari di Zeus (provenienti da Pergamo, Turchia occidentale) e la porta di Ishtar da Babilonia (foto). Oggi i Paesi di provenienza richiedono con forza la restituzione del proprio patrimonio per ricontestualizzare i resti con l’ambiente di provenienza.

Anche l’Italia, da stato colonizzatore, si è appropriata di beni culturali altrui, soprattutto in Libia. La Venere di Cirene, oggi perduta, è copia romana del II secolo d.C. della scomparsa Venere di Cnidio di Prassitele scoperta nel 1913 a Cirene nel santuario di Apollo. Venne importata in Italia nel 1915 per metterla al riparo da eventi bellici e fu conservata nel Museo nazionale romano di Roma, nell’aula ottagona delle terme di Diocleziano. La diatriba sorse perchè nel 1911: Vittorio Emanuele III emanò il decreto regio 1247 (https://www.journalchc.com/2019/12/04/la-venere-di-cirene-la-diatriba-tra-italia-e-libia/) in cui istituì la Cirenaica e la Tripolitania come territorio italiano ma lo divenne effettivamente solo nell’ottobre 1912 con il trattato di pace con l’Impero ottomano. A distanza di 90 anni il ministero per i beni culturali e per il turismo (MIBACT) siglò un accordo con la Libia, mossi da uno spirito di patnership tra i due Paesi, con l’intento di restituire il bene. La consegna venne messa in pratica il 30 agosto 2008 durante un incontro istituzionale tra il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il Presidente libico Mu’ammar Gheddafi. L’Italia agì secondo un principio tale da rivendicare il legame culturale con un determinato bene.

Venere di Cirene (https://www.repubblica.it/2008/05/sezioni/esteri/libia-italia/venere-cirene-scheda/venere-cirene-scheda.html)

Diversa è la sorte del busto di Nefertiti, oggi esposta al Neues Museum di Berlino, trovata il 6 dicembre 1912 nel laboratorio dello scultore Thutmose ad Armarna durante la campagna di scavi condotta dalla Società Orientale Tedesca, sotto la responsabilità di Ludwing Borchardt. A quell’epoca l’Egitto era un protettorato britannico ed il Servizio delle Antichità egizie era sotto egida francese. La spartizione avveniva in parti uguali ed era prerogativa dell’archeologo direttore di scavo. Il busto doveva essere conservato al museo egizio de Il Cairo, ma non venne riconosciuto il valore e perciò portato in Germania nel 1913. Oggi l’Egitto chiede la restituzione trovando opposizione da Berlino.

Busto di Nefertiti (da Wikipedia)

Una restituzione interna ad un Paese è avvenuto in Francia nel mese di settembre 2020 riguardante la Venere di Arles. La statua ritorna nella città sul delta del Rodano dopo 369 anni dalla sua partenza per la Sala degli Specchi di Versailles per ordine di Luigi XIV. Venne rinvenuta nel 1651 tra i resti del teatro romano e venne trasferita alla corte del Re Sole nel 1683, lì vi rimase fino al 1798 quando fu dislocata al Louvre. Il rientro a Arles è stato annunciato dalla nuova Ministra della Cultura Roselyne Bachelot, attuando quella politica culturale più vicina ai territori. Il consiglio comunale, smorzando l’entusiasmo del primo cittadino Patrick de Carolis, valuta un deposito temporaneo data dalla proprietà del Louvre.

Venere di Arles (da Wikipedia)

La cultura è un investimento pubblico non indifferente e motivo di prestigio per il museo che ospita la singola opera. La restituzione o il cambio di utenza di un bene o monumento può inclinare rapporti politici nazionali ed internazionali.

di MATTIA FERRARI

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