Agenzie di rating: cosa dobbiamo farne?

Fitch, Standard & Poor’s, Moody’s. Nonostante non se ne senta più parlare da mesi ormai, vi sono stati periodi, anche recentemente, nei quali l’opinione pubblica e la stampa si sono concentrati sulle dichiarazioni di queste società quasi si trattasse di pronunce oracolari, capaci di determinare la fortuna o la rovina di uno Stato. Esse infatti hanno come unica funzione quella di formulare giudizi sulla solidità e solvibilità di determinati soggetti economici emittenti titoli finanziari sul mercato, ad esempio gli Stati che emettono i relativi titoli di debito per reperire risorse. Tali operatori sono notoriamente definiti “agenzie di rating” ed hanno una rilevanza internazionale, nonché una fama assai controversa.

In realtà la funzione di tali agenzie da una prospettiva economica è assai pregiata. Esse infatti teoricamente contribuirebbero ad eliminare le asimmetrie informative fra investitori privati e soggetti emittenti titoli, evitando ad esempio che i primi vengano fuorviati da comportamenti o dichiarazioni dei secondi volti a nascondere la loro reale capacità di ripagare i debiti. Pubblicando quindi un giudizio nella forma di un punteggio alfanumerico che sintetizza la capacità del soggetto di far fronte alle scadenze, le agenzie di rating permettono agli investitori di compiere scelte informate e consapevoli. Eppure negli anni precedenti non sono mancate situazioni che hanno portato a dubitare fortemente dell’affidabilità di tali soggetti. Più in generale le critiche rivolte concernono presunti deficit di trasparenza circa gli assetti organizzativi interni e le procedure valutative, l’effettiva competenza di tali operatori ad emettere giudizi così delicati, ma soprattutto una forte esposizione a conflitti di interesse.

Non possiamo non partire da uno degli eventi più catastrofici degli ultimi decenni, ossia la crisi globale partita nel 2008 in America: nel giro di poche settimane alcune delle banche più importanti degli States dichiararono bancarotta alla luce dell’impossibilità di riscuotere il pagamento dei titoli subprime, notoriamente ad alto rischio di insolvenza, che però al tempo costituivano un vero e proprio mercato assai profittevole e soggetto a fortissime speculazioni. Sulle stesse banche tuttavia le agenzie di rating si erano poco tempo addietro pronunciate positivamente, assegnando un punteggio di tipo A. Ancora, poco prima del tracollo di colossi come Lehman Brothers e Parmalat, le società di rating si erano espresse assai positivamente. Com’era possibile che soggetti unicamente preposti a tale scopo non avessero contezza dell’instabilità e della precarietà finanziaria di chi valutavano? Una risposta assai poco confortante emerse nelle inchieste del Senato americano condotte successivamente: venne infatti esposta una mail interna di una delle agenzie che testimoniava come in realtà l’esito delle valutazioni fosse strettamente legato alle laute commissioni degli stessi emittenti giudicati. Non proprio un paradigma di imparzialità. In tale occasione vennero sollevate critiche relative altresì ai criteri valutativi, giudicati inidonei, approssimativi ed incapaci di cogliere le specificità di strumenti finanziari pur assai diversi fra di loro ( un’obbligazione emessa da una società non è paragonabile ad un titolo di Stato, le varianti sono numerose e non facilmente prevedibili). Addirittura parte della letteratura scientifica in merito ha espresso riserve anche sull’effettiva utilità dell’operato delle agenzie, affermando come le valutazioni nulla aggiungano in realtà alle informazioni che autonomamente si possono cogliere, ad esempio dallo spread.

La crisi del 2008 fu uno shock epocale per l’economia mondiale, a tal punto che qualcuno iniziò addirittura a prospettare la fine del capitalismo stesso.

La diffidenza nutrita nei confronti di questi operatori è sfociata, per quanto riguarda l’Italia, nella formulazione da parte della Procura di Trani dei capi di accusa di aggiottaggio, manipolazione del mercato ed abuso di informazioni privilegiate a carico di Standard & Poor’s a seguito dei giudizi pubblicati nel 2011. Secondo l’accusa, gli estensori “nell’esercizio dell’attività di rating elaboravano e diffondevano il declassamento/taglio del rating del debito sovrano della Repubblica italiana, confermando l’outlook negativo alla stregua di valutazioni e dati non veritieri, tendenziosi, incoerenti e scorretti (dunque falsi anche in parte, secondo quanto asserito da esperti economisti) nella consapevolezza della concreta idoneità di siffatte false valutazioni a provocare una sensibile alterazione del prezzo di strumenti finanziari, segnatamente dei titoli di Stato italiani“. V’è da segnalare però che successivamente il tribunale di Trani assolse tutti gli imputati.

Fortunatamente le evidenti disfunzioni hanno innescato, almeno sulla carta, un processo quantomeno di revisione della regolamentazione del settore. In primis negli Stati Uniti con l’approvazione del Dodd-Frank’s Act, il quale ha istituito l’Office of Credit Ratings con lo scopo di assicurare il rispetto da parte delle agenzie nell’ambito della loro attività delle regole poste a tutela degli investitori e dell’interesse pubblico, nonché di promuovere l’accuratezza delle valutazioni, prevenire l’influenza illecita dovuta a conflitti di interessi ed assicurare trasparenza, ma anche in ambito europeo si è potuto assistere ad un empowerment degli istituti di controllo e vigilanza. In secondo luogo, sul versante della responsabilizzazione delle agenzie, a fronte di una iniziale sostanziale immunità alcune decisioni giudiziarie invece hanno riconosciuto il diritto al risarcimento in favore degli investitori a fronte di valutazioni rivelatesi errate. Vi sono poi altre ipotesi ancora sul piatto, dall’adozione di provvedimenti tali da rendere il mercato aperto a più soggetti, e quindi più concorrenziale, alla trasformazione del rating in bene privato accessibile solo mediante abbonamento, fino all’eliminazione di tutti quei vincoli che impongono alle banche di detenere soltanto titoli che godano di un certo rating.

Che ci si schieri a difesa o contro le agenzie di rating, che se ne elogi la funzione o la si sminuisca (lo stesso Mario Draghi a suo tempo ammise che “bisognerebbe imparare a vivere senza le agenzie di rating o quanto meno imparare a fare meno affidamento sui loro giudizi“), non possiamo esimerci dal riflettere su come questo fenomeno si inserisca pienamente in quella progressiva erosione della sovranità statale ad opera di soggetti privati che già Zigmunt Bauman in Modernità Liquida aveva ravvisato parlando di una vera e propria punizione di natura economica inflitta a quegli Stati che esercitino la propria libertà (discrezionalità) politica in contrasto con i dettami dello status quo economico globale. L’impressione è quindi che la nostra attenzione e la nostra diffidenza non debbano rivolgersi alle istituzioni sovranazionali, il cui operato è frutto di accordi internazionali che al tempo stesso ne legittimano e limitano l’azione, bensì a soggetti i cui interessi e le cui azioni sono spesso avvolti da una sottile, ma insidiosa coltre di imperscrutabilità.

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