Immigrazione ed Europa: un nuovo compromesso

Un vero cambio di rotta o un compromesso che (non) accontenta tutti? Molti dubbi emergono da alcune settimane riguardo il nuovo Patto europeo sull’immigrazione e sull’asilo, presentato dalla Commissione europea lo scorso 23 settembre, ora all’esame del Consiglio e del Parlamento. Previsto per febbraio, questo testo ha visto la luce dopo mesi di travagliate trattative, rallentate non solo, com’è evidente, dalla pandemia, ma anche della linea dura degli Stati più intransigenti, (Austria, Polonia e Ungheria in primis), che non accettano un meccanismo di solidarietà completo ed eguale per tutti gli Stati, come molti auspicherebbero, in prima linea la Germania. Emblematico in questo senso è il commento del cancelliere austriaco Sebastian Kurz, due giorni prima dell’annuncio del Patto, che ha ribadito la sua opposizione alla ridistribuzione obbligatoria dei migranti, sottolineando invece l’importanza di un rafforzamento delle frontiere esterne, della lotta contro i trafficanti e dell’aiuto sui territori d’origine degli immigrati. Ciononostante, tale testo ha ricevuto sicuramente una repentina accelerata dopo l’incendio avvenuto nel campo di Moria, nell’isola di Lesbo, dove vivevano, stipati e in condizioni spaventose, circa 13 mila migranti, quando la struttura avrebbe potuto ospitarne solo 3 mila. Un nuovo Patto, quindi, affinché situazioni del genere non possano più ripetersi: è davvero così?

Dublino sì, Dublino no

Fino ad oggi, è la cosiddetta Convenzione di Dublino, firmata nel 1990 ma entrata in vigore nel 1997, che regola la materia migratoria, nell’ottica di assicurare a ogni richiedente asilo che la sua domanda sia esaminata nel rispetto della Convenzione di Ginevra sui rifugiati (1951). Essa si basa sul controverso criterio del “primo paese d’ingresso”, per cui grava sullo Stato europeo nel quale per primo i migranti mettono piede il compito di identificarli ed esaminare la loro richiesta d’asilo, trattenendoli entro i propri confini per tutto il tempo necessario ad assolvere a tale compito (che può durare anche anni). Modificato a più battute (nel 2003 e nel 2014) per introdurre alcune misure, come l’ampliamento dei termini per il ricongiungimento familiare, la possibilità di fare ricorso contro un ordine di trasferimento e la previsione di maggiori tutele per i minori, la Convenzione è da anni al centro di critiche feroci, avendo mostrato la sua inadeguatezza soprattutto in occasione della crisi dei rifugiati nel 2015, che ha visto 1.032.408 migranti irregolari arrivare dal Mediterraneo sulle coste europee (o meglio, sulle coste dei Paesi europei affacciati sul Mare Nostrum). Critiche, tra l’altro mosse anche da grandi istituzioni come il Consiglio europeo per i rifugiati e l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), che evidenziano la sua incapacità di garantire adeguate protezioni ai richiedenti asilo, spesso costretti ad aspettare anni prima che le loro richieste siano esaminate, e l’ingiusto fardello economico, sociale e organizzativo che grava sulle spalle dei Paesi di frontiera (Italia, Grecia, Malta) a causa proprio del principio del “primo paese d’ingresso”. È proprio a fronte di questi rimproveri che l’Europa si era decisa di attivarsi: nel novembre 2017, infatti, il Parlamento europeo aveva approvato una proposta che introduceva un meccanismo permanente e automatico di ricollocamento dei richiedenti asilo secondo un sistema di quote, a cui avrebbero dovuto partecipare obbligatoriamente tutti gli Stati dell’Unione. Il finale della storia è quanto meno scontato: tale riforma è completamente naufragata e mai stata adottata.

Nuovi obiettivi

La Presidentessa della Commissione Europea, Ursula Von Der Leyen, difende il nuovo progetto, indicandolo come una “soluzione europea che vuole ricostruire la fiducia tra Stati membri e quella dei cittadini nella capacità dell’Unione Europea di gestire le migrazioni.” Infatti, non è più in questione “la possibilità di supportare la politica migratoria comune o meno, ma di come farlo.” Il primo problema, quindi, è quello di trovare una via di incontro tra le diverse esigenze degli Stati, di trovare “un giusto compromesso tra solidarietà e responsabilità” che possa accontentare tutti. Dello stesso avviso è anche la commissaria per gli affari interni, la socialdemocratica svedese Ylva Johansson, per cui la gestione della migrazione “non consiste nel trovare una soluzione perfetta, ma una soluzione accettabile per tutti […], nel trovare un approccio equilibrato su cui vale la pena lavorare”.

Il secondo punto di particolare attenzione riguarda le domande di asilo e i rimpatri. L’obiettivo, infatti, è quello di contemperare due esigenze: da una lato, accelerare le tempistiche della domanda d’asilo, per evitare che i richiedenti passino anni senza sapere cosa sarà di loro (magari in un campo profughi come quello di Moria), e, dall’altro lato, rispettare i loro diritti, affinché ad ogni immigrato sia assicurato che la sua richiesta venga attentamente valutata per attestare la assoluta idoneità o inidoneità della sua permanenza. Difatti, il problema attualmente emergente, come ricorda Johansson, non risiede nel numero dei migranti che arrivano in Europa (da quel numero esorbitante nel 2015 si è passati a circa 128.000 nel 2019), ma nel fatto che “se nel 2015 quasi la totalità aveva diritto allo status del rifugiato, venendo quasi tutti dalla Siria, oggi circa 2/3 non ne ha diritto”. È necessario perciò intervenire a protezione del diritto d’asilo (e della dignità) della persona, per evitare che si attendano tempi eccessivi senza alcune tutele, nell’ottica di rispettare la Convenzione di Ginevra sui rifugiati e anche la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea (il cui primo articolo statuisce proprio l’inviolabilità della dignità umana di ogni individuo). Ma in che modo?

“Un palazzo di tre piani”

Lo presenta così questo nuovo Piano la vice presidente della Commissione Europea, Margiritis Schinas: una proposta costruita su 3 livelli che abbraccia diversi punti problematici, dal rapporto con Stati terzi alla gestione dei confini interni, dalle procedure di accoglimento e di rimpatrio a nuovi meccanismi di ripartizione.

Il primo piano riguarda il rapporto dell’Europa rispetto agli Stati d’origine o di transito dei migranti: si prevede, quindi, un’intensificazione delle collaborazioni, attraverso degli accordi bilaterali ad hoc soprattutto con i Paesi di maggior presenza di flussi migratori.

Poi, il secondo piano: i nostri confini. Si punta, quindi, alla creazione di un solido sistema di screening alla frontiera che siano obbligatori, rapidi (della durata massimo di 5 giorni) e completi (comprendenti non solo il rilevamento delle impronte digitali, ma anche un controllo identitario e sanitario). L’eventuale rimpatrio, inoltre, dovrà avvenire entro 12 settimane, attraverso un meccanismo comune che passerà attraverso un rafforzamento della Guardia Costiera europea a partire da gennaio 2021 e la nomina di un Coordinatore europeo per i rimpatri. Fondamentale, infine, la realizzazione di un meccanismo di monitoraggio indipendente per accertare eventuali violazioni dei diritti umani ai confini.

Il terzo piano, il vertice di questa scala ideale, riguarda proprio il punto più dibattuto: un nuovo meccanismo di solidarietà. Si tratta peraltro di un sistema di contribuzione “flessibile”, che non prevede l’obbligatorietà del ricollocamento. Gli Stati possono scegliere infatti se accettare il ricollocamento dei migranti dai Paesi di frontiera oppure se contribuire ai cosiddetti “return sponsorship”, cioè facendosi carico degli oneri economici per i rimpatri. Non una vera responsabilizzazione a 360 gradi in capo a tutti gli Stati membri dunque. È la stessa Schinas ad ammetterlo: “Abbiamo dovuto trovare un compromesso”.

Un vento nuovo sul vecchio continente?

Seppur animata da una reale volontà di cambiamento e di rafforzamento delle prerogative dei migranti, questa riforma non sembra segnalare una vera e propria discontinuità rispetto alle scelte del passato. La ong OXFAM, ad esempio, accusa la Commissione di aver “ceduto alle pressioni dei governi europei il cui unico obiettivo è ridurre il numero di beneficiari di protezione internazionale nel continente.” Ciò che manca all’appello, infatti, sembra proprio quel sentimento di solidarietà che dovrebbe essere il collante dell’idea stessa di Unione Europea; una mancanza, quindi, che impedisce di rispondere unitariamente a questa sfida, nell’ottica del rispetto dei principi fondamentali europei, e che porta ad una riforma che rischia, per cercare di accontentare tutti, di non soddisfare nessuno.

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