eSports: un’opportunità professionistica nella nuova Sport Industry

di Moisés Chiarelli

Da semplice passatempo a pura professione lavorativa: è il caso del mondo dei videogiochi online e dei suoi gamers. Un campo questo degli eSports (electronic sports) che muovono ingenti somme di denaro e tanta organizzazione di personale.

Come tanti altri fenomeni elettronici, anche gli eSports sono nati dalla necessità di studenti universitari di voler creare un ulteriore spazio di socializzazione, in questo caso da un gruppo di appassionati di “Spacewar!” presso la Stanford University.
Al tempo il premio in palio era un abbonamento annuale alla rivista “Rolling Stone”, sponsor del torneo. Oggi il giro d’affari di queste competizioni è assai più considerevole, basti pensare che nel 2019, secondo il report Global eSports Market, realizzato dagli analisti di Newzoo, il valore degli sport elettronici ha toccato la cifra monstre di 1,1 miliardi di dollari, superando il fatturato di 865 milioni dell’anno precedente. Una parabola ascendente e costante che non sembra per nulla avere intenzione di fermarsi.
Ad immettere capitali su questo settore sono principalmente gli sponsor di fama internazionale, come ad esempio Coca-cola, Red Bull e Mastercard, ma grosse fette di incasso arrivano anche dai diritti televisivi, dai canali streaming (ad esempio Twitch) e dalla pubblicità che investono sui principali tornei internazionali.
Se da un lato arrivano grossi investimenti, dall’altro lato dello schermo significa che vi è un considerevole numero di giocatori e di telespettatori.
Gli eSports, difatti, esercitano un grande appeal, soprattutto tra i millennial e le generazioni più giovani, un fenomeno questo che non è passato inosservato, tantoché il CIO (Comitato Internazionale Olimpico) guarda con interesse e curiosità questa frontiera per le potenzialità di pubblico che portano con sé.

Ma come si diventa giocatore professionistico di livello nazionale ed internazionale? Come funziona l’apparato che vi sta dietro ad un gamer professionista?
A queste e ad altre domande proverà a dare una risposta Alberto Poltronieri, un ex pro player ritiratosi alla fine del 2019, che per anni ha calcato le passerelle nazionali ed internazionali degli eSports giocando a StarCraft.

StarCraft’s Cup

-Quando ha cominciato ad approcciarsi al mondo degli eSports? E quando è diventato per lei una professione?
Cominciai a giocare online a quindici anni a Starcraft, ma il mio primo torneo remunerato fu a sedici anni ad una fiera a Modena.
Fu però a diciotto anni che divenni a tutti gli effetti un professionista partecipando a tornei di levatura nazionale ed internazionale; ricordo che al tempo fui contattato dai Mouse eSports. Essere contattati da un team di caratura elevata presuppone però che tu sia già ad un livello semiprofessionistico.

-Può darci un’idea più ampia sull’organizzazione che vi sta dietro ad un giocatore professionista di eSports?
Innanzitutto ogni team ha del personale che si occupa di trovare gli sponsor, i quali assumono diversi manager. Queste figure hanno il compito di mettere sotto contratto i giocatori e di seguirli durante tutto il corso del torneo. Tra le loro mansioni possiamo dire ad esempio l’iscrizione al torneo, la prenotazione del viaggio e quella di fungere da interpreti. Quando il giocatore è sotto contratto con un team, tutte le spese correlate al torneo, viaggio, vito e alloggio, sono a carico degli sponsor.

-La sua esperienza come giocatore professionista le ha portato molto in giro?
Sì, oltre alla stanza di casa mia, da cui ho partecipato a diversi tornei, sono stato in diverse città italiane e ho avuto l’opportunità di andare in diverse località oltre confine: sono stato per esempio a Colonia, Darmstadt, Madrid, Siviglia, nell’Oltremanica e a Seul.

-Come mai ha deciso di smettere di giocare a livello professionistico?
Non ho smesso per la questione finanziaria, anche perché a livello internazionale i montepremi, oltre ad essere molto alti, sono già tassati. Basti pensare che all’ultimo torneo a cui ho partecipato, a Seul, il primo premio era di 280 mila dollari e l’ultimo, per chi si posizionava tra il dodicesimo e il sedicesimo posto, era di 8 mila dollari. La ragione per cui ho smesso è stata principalmente perché avevo, ed ho, altri piani per il futuro, come quello di dedicarmi di più agli studi universitari.

-Cosa le manca di più del mondo professionistico degli eSports?
Sicuramente i ragazzi con cui mi sono allenato, sia del mio team che non, e il personale che ho avuto modo di conoscere. L’affiatamento dei tornei internazionali e la competizione sono sicuramente un’altra delle cose che più mi mancano.

-Consiglierebbe ai teenager l’approccio agli eSports?
Sì, ma senza esagerare e con un utilizzo sano dei videogiochi.

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