Peter Norman: “il terzo uomo sul podio”

Se 52 anni fa fossimo stati presenti allo stadio di città del Messico avremmo visto due guanti neri levarsi al cielo e scuotere l’opinione pubblica del mondo intero. E tra loro il volto bianco, a combattere una battaglia non sua.

Città del Messico. Olimpiadi del 1968. Sul podio finale dei 200 metri venivano premiati il 16 Ottobre 1968 Tommie Smith, Peter Norman e John Carlos.

I due atleti afroamericani, rispettivamente Tommie Smith e John Carlos, si presentarono indossando un guanto nero a testa, simbolo del potere e dell’unità dell’America nera. Salirono a piedi scalzi in segno di povertà e al collo il lungo ciondolo fatto di pietre nere, a ricordare tutti gli uomini di colore che avevano combattuto per la libertà ed erano stati uccisi per essa.

L’immagine dei due Afroamericani col pugno alzato e la testa chinata è entrata a far parte dell’immaginario collettivo. La loro storia è stata spesso scritta e raccontata: tornati in America furono sospesi dalla squadra nazionale, ricevettero continue minacce, rivolte sia a loro che alle loro famiglie, ma riuscirono, con l’aiuto della gente che li sosteneva, ad un’avere una vita degna di due atleti olimpionici. Nonostante le minacce ebbero anche tanti riconoscimenti, tutta la popolazione afroamericana fu orgogliosa del gesto dei due atleti, in primis il padre che Smith ricorda in un’intervista: “Ho pianto una volta sola. Tornando a casa da Città del Messico trovai mio padre ad aspettarmi in cucina. Lavorava nei campi, sfruttato da una vita. Parlava pochissimo. Mi allungò la mano e mi disse: so perché l’hai fatto. E sono orgoglioso di te.”

Una foto, quella sul podio, che ha fatto il giro del mondo e rappresenta un momento di lotta unico nello sport. Una foto che inganna. Perché nessuno in quella foto si accorge di Norman, ed è così che la sua figura passò in secondo luogo, sebbene anche lui ebbe il grande coraggio di esporsi al fianco dei due atleti di colore nella loro lotta. L’atleta australiano infatti in solidarietà con la protesta indossava il distintivo dell’Olympic Project for Human Rights, l’associazione che combatteva contro il razzismo nel mondo, soprattutto in America e Africa, di fatti uno degli slogan più sentiti era “Perché dovremmo correre in Messico solo per strisciare a casa?”. Una decisione presa in paio di minuti dall’atleta, come racconta Matt, il nipote di Peter e accompagnata da una semplice frase rivolta agli altri due velocisti sul podio : I’ll stand with you”.

NON SONO MAI STATO PERFETTO, NON ERO PARTICOLARMENTE BUONO O PARTICOLARMENTE CATTIVO, MA QUEL GIORNO CREDO DI AVER FATTO LA COSA GIUSTA. (Peter Norman)

Norman è bianco, è australiano ed ha appena ottenuto un risultato strabiliante, un argento che in pochi sarebbero stati in grado di pronosticare. Avrebbe l’opportunità di tornare a casa da eroe, elogiato pubblicamente da stampa e televisioni, come è consono fare in queste occasioni. Invece decide diversamente: decide di non girarsi dall’altra parte, di condividere quella battaglia anche se non lo riguarda in prima persona ( per quanto sia importante ricordare che in Australia gli aborigeni venivano discriminati e derubati delle loro terre fino a qualche anno prima). Fu questo il gesto di immenso coraggio e umanità dimostrate dall’australiano, schierarsi in prima linea in una battaglia non per i suoi diritti, ma per quelli degli altri, rischiando di rovinare tutto quello che aveva conquistato. E così è stato.

Una volta tornato in patria Norman viene emarginato dalle autorità sportive. Nonostante la qualifica alle olimpiadi nel ’72 per i 100 e i 200 metri (con 5 tempi validi per la prima categoria e 13 per la seconda) non gli viene accordato il permesso dal Comitato Olimpico Australiano (OAC), quell’anno gli australiani pur di non mandare Norman decisero di non partecipare alle gare di atletica. Il OAC non lo invitò nemmeno ai Giochi di Sydney dell’edizione successiva, né in qualità di tedoforo né di spettatore, come se non fosse mai esistito. Eppure è stato il più forte velocista australiano di tutti i tempi. Da allora ha vissuto nell’anonimato, il mondo gli aveva voltato le spalle, appoggiando la protesta dei due americani ma non la sua. Riuscì dopo diversi anni a trovare un posto come supplente e poi insegnante di ginnastica, tra l’odio della gente e le continue minacce di morte.

John Crlos e Tommie Smith portano la bara di Norman

Peter Norman morì solo. Anche se il 6 ottobre 2006 John Carlos e Tommie Smith hanno voluto esserci a portare la pesante bara di legno scuro, come per ringraziare un’ultima volta quell’uomo. Mai si pentì del proprio gesto Norman, nonostante i difficili momenti che dovette passare e una vita di miseria che lo spinse quasi in depressione, non ebbe mai ripensamenti per aver contribuito a quella battaglia. Magari non ebbe mai la luce dei riflettori, eppure di coraggio ne aveva avuto forse anche di più di Smith e Carlos. Perchè ci vuole più coraggio a lottare per i diritti degli altri che per i propri.

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