Social, da metodo di comunicazione a “depressione da pochi like”

Mark Zuckerberg al suo processo, 2018. (Wikipedia).

Nell’aprile del 2018, Mark Zuckerberg, fu convocato dinanzi al Senato degli Stati Uniti per rispondere sulla gestione dei dati degli utenti Facebook. Una delle domande che gli furono poste: ” Mister Zuckerberg, come fa a sostenere un modello di business nel quale gli utenti non pagano il servizio?”. La risposta fu piuttosto ovvia: “Senatore, abbiamo la pubblicità“.

Per troppo tempo, nessuno si è chiesto da dove provenisse la ricchezza dei social network, nessuno ha visto la minaccia nascosta dietro i miliardi di post, di tweet e di stories su Instagram. Abbiamo usato internet come il più intimo dei confessionali, senza mai chiederci chi ci fosse dall’altra parte e quali interessi avesse. E, allo stesso tempo, rivelavamo di preferire il mare alla montagna, ammettevamo che avremmo fatto follie per quella marca di scarpe, o la nostra preferenza politica con annesse argomentazioni, guardavamo centinaia di video su YouTube di gattini piuttosto che di cagnolini.

Sorge spontaneo chiedersi ora, da dove viene la ricchezza dei social? Dalla pubblicità, certo.
Ma come fa una determinata marca ad avere la certezza che ci interessi la sua pubblicità, o sapere che il giorno prima siamo andati nel loro store a vedere i loro prodotti? Dall’altra parte dei nostri schermi troviamo migliaia di computer, di algoritmi, programmati per imparare ed archiviare quali sono tutti i nostri interessi, le opinioni, le idee, i desideri. Tutti questi dati poi vengono usati, riciclati e messi in vendita agli inserzionisti pubblicitari. Non capita spesso, o non capita proprio, di riflettere sul motivo per cui i social sono gratuiti, per cui non paghiamo l’iscrizione, ma in realtà è molto semplice: se non paghiamo per un prodotto, il prodotto siamo noi. Gli inserzionisti pagano per i nostri dati, ossia comprano il nostro interesse, acquistano la certezza che il loro prodotto possa essere venduto; la vendita dei nostri interessi può essere cosa molto pericolosa e soprattutto non sempre veritiera.
A chi non è mai capitato di cercare una notizia di un determinato argomento solo per interesse personale, o per approfondimento anche scolastico? Dopo queste ricerche, ci troviamo pieni di spam di quell’argomento, e questo meccanismo può indurre gli utenti più deboli, come i ragazzi giovani, anche a cambiare idee politiche, a credere a fake news, a partecipare a manifestazioni; o molto più “semplicemente”, a sentirsi sbagliati nella società moderna.

Dal documentario Netflix “The social dilemma”

Oggi, troviamo un notevole abbassamento dell’età dei nuovi iscritti nel social, con una media dagli 11 ai 14 anni. I ragazzi stanno diventando ogni giorno sempre più ossessionati dai likes su Instagram, dal numero di follower, dall’inseguire un modello di bellezza ideale che poi nella realtà non esiste e porta solo al suicidio o a gravi malattie psicologhe e fisiche (depressione, attacchi di panico, ansia, anoressia, bulimia..). Tim Kendall dichiarò in un’intervista per il documentario “The Social Dilemma”: “Quando abbiamo ideato il tasto mi piace, era per diffondere positività, non avremmo mai immaginato si potesse cadere in depressione per pochi like“.

(Da Pinterest)

L’OMS ha analizzato la situazione negli Stati Uniti, e dichiara: “I suicidi tra le giovanissime tra i 10 e i 14 anni sono cresciuti del 12,7% l’anno, a partire dal 2007. Ma il dramma non risparmia i maschi della stessa fascia d’età: per loro, nello stesso periodo, l’aumento dei suicidi è stato del 7,1%”. Dati spaventosi.

L’indagine di EU Kids Online del 2018, fatta dall’Università cattolica del Sacro Cuore su un campione di ragazzi in Italia, fornisce dati raccapriccianti:

  • Il 7% dei ragazzi tra gli 11 e i 17 anni, ha ricevuto messaggi a sfondo sessuale (sexting), problema sempre più vivido soprattutto tra le ragazze, che ogni anno cercano il suicidio come via d’uscita;
  • Il 27% dei ragazzi tra i 9 e i 17 anni, è in contatto nei social con persone che non conosco nella realtà, e ciò causa un allontanamento dalla vita sociale, una chiusura emotiva e paura ad affrontare persone e situazioni nella vita quotidiana;
  • Il 51% dei ragazzi tra gli 11 e i 17 anni, dichiara di essere entrato in contatto con immagini e video violenti, con gruppi di discussioni sul razzismo, con gruppi omofobi e di odio generale per tutto ciò che è considerato anormale. Il 30% di questi ragazzi dichiara inoltre di essere vittima di questi gruppi d’odio, e di sentirsi sbagliati e non accettati dalla società. Cosa potrà innescare tutto questo nella mente di un adolescente? Il 20% dichiara di aver pensato almeno una volta al suicidio e di non vedere un futuro;
  • Il 16% dei ragazzi dichiara di aver avuto dei forti litigi con i genitori a causa del troppo tempo trascorso nei social network, e il 10% hanno dichiarato di provare disagio quando non possono essere online per qualsiasi motivo.

Questi dati portano alla ricerca di una soluzione preventiva, per aiutare le nuove generazioni ad avere una consapevolezza maggiore dei rischi e delle eventuali soluzioni. Soluzioni, che, dovrebbero essere compito in primis dei genitori, delle istituzioni scolastiche e non. Confidare solo nel buon senso dei ragazzi e degli interlocutori che trovano online, finora, non ha portato a nulla di positivo.

Francesca Baldo

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