Virus e disuguaglianze: un dibattito ferrarese

Festival dell’Internazionale particolare quello che si svolge quest’anno a Ferrara: non il solito fitto programma di dibattiti tra esperti e giornalisti provenienti da tutto il mondo, concentrato nel primo weekend di ottobre, bensì un programma “spalmato” in sette weekend che animeranno la città estense fino a maggio dell’anno prossimo. Colpa, ovviamente, del Covid-19, che non ammette le lunghe file e le sale piene che ben ricordano gli habitués di questo Festival. Ed è proprio di questo virus che si è in più occasioni trattato, seppur in maniera trasversale, in diversi dibattiti, come nell’incontro di domenica 4 ottobre, dal titolo “Il virus delle disuguaglianze”. Punto di partenza, tra le numerose idee e proposte concrete emerse, è l’idea che la pandemia ha avuto un impatto devastante, non nel creare, ma nell’acuire quelle disuguaglianze sistematicamente presenti nella nostra società. E se questo mette più carne al fuoco nella già difficile, se non la più difficile, crisi economica moderna che dovremmo affrontare, al contempo ciò fa emergere più che mai che l’incremento delle disuguaglianze è alla base di “un incremento dell’angoscia sociale”, poiché “le diseguaglianze rendono le società più infelici” (Richard Wilkinson e Kate Pickett).

Pre e post-Covid: problemi ed opportunità

Il contesto di profonda diseguaglianza della società non è frutto di per sé della globalizzazione e del cambiamento tecnologico, ma di precise scelte politiche del passato – ne è convinto Fabrizio Barca, economista italiano e parte del comitato “Forum disuguaglianze diversità”, che delinea un quadro preoccupante della situazione lavorativa italiana. Basta pensare ai 6,5 milioni di lavoratori del privato che sono in esubero o con contratti a tempo determinato, alla crescita della disoccupazione del +3,7% nel secondo trimestre del 2020 (+8% per quanto riguarda i giovani) o alla bassa produttività di un quarto delle Piccole e Medie Imprese, che si traduce in lavoratori sottopagati o in nero. Sul versante della scuola, invece, la crisi pandemica ha reso ancor più evidente le disuguaglianze sociali già esistenti alla sua base e che si sono manifestate in maniera nuova, come si è visto nell’impossibilità per molti studenti di avere accesso alle lezioni online per la mancanza di rete o di tecnologie a livello familiare, oppure per l’inoperosità di alcuni docenti. Una strada in salita quindi, che deve passare per un miglioramento del sistema scolastico, recuperando quel rapporto di vicinanza tra famiglie ed insegnanti da tempo leso, per una nuova organizzazione del lavoro, soprattutto per regolamentare il (ri)scoperto “smart working”, e per l’emersione di nuovi valori (la salute, l’interesse per il territorio e per il rispetto di esso) provenienti direttamente dalle persone e non dal mercato.

Lavoro che viene, lavoro che va

Marisa Parmigiani, responsabile della sostenibilità sociale all’interno di Unipol, ha sottolineato i cambiamenti del lavoro al tempo del lockdown, nell’ottica di garantire occupabilità a lungo termine dopo questa fase. Difatti, in questi mesi vi sono stati dei cambiamenti notevoli su molti fronti. Innanzitutto, di quei lavori che venivano considerati umili e poco gratificanti, come il settore degli operatori delle grandi distribuzioni, degli autotrasportatori o degli addetti delle pulizie, se ne è scoperta la loro assoluta importanza. Non esistono, quindi, lavori di serie A e di serie B, perché ognuno ha un proprio valore sistemico, anche se ancora manca un riconoscimento veramente concreto, dato che si tratta di professioni che faticano ad arrivare ad 800€ al mese. Altro tema è la differenza tra lavori che ben possono essere condotti anche a distanza, e quelli invece dove il contatto umano è fondamentale, come nel caso delle maestranze dello spettacolo, tra l’altro privi di adeguati ammortizzatori sociali. Un necessario cambio di paradigma è evidente: la cultura è stata lasciata in secondo piano, invece di essere considerata come elemento strutturale e relazionale della nostra società. Infine, vi sono settori che devono essere totalmente ricreati (non lasciati quindi con semplici sussidi di “sopravvivenza”) con adeguate misure di riqualificazione e di ricollocazione per quei lavoratori che, nel breve e medio termine, il mercato del lavoro non riuscirà ad assorbire: si parla ad esempio della ristorazione, dove si contano 60 mila esuberi, di cui l’80% sono donne, e della mobilità privata a breve raggio.

Non è un Paese per giovani

Il virus non è democratico, perché non ha colpito tutti indifferentemente. Gli effetti peggiori, infatti, sono gravati su certe categorie, già fragili e in difficoltà nel periodo pre-Covid. Paola Vacchina, libera professionista che si occupa di educazione e del sociale, ha indicato innanzitutto quella dei giovani, la cui situazione in Italia è difficile ormai da molti anni. Il nostro Paese, infatti, è sistematicamente ai primi posti nelle classifiche europee per l’abbandono scolastico e per la maggior presenza dei cosiddetti “NEET” (persone di giovane età che non studiano né cercano lavoro) e non riesce ad uscire da una situazione di “dismatch” tra titoli professionali richiesti dal mercato del lavoro ed effettiva presenza di giovani qualificati, per non contare che solo il 40% dei giovani lavoratori under 35 ha un contratto a tempo indeterminato. E la differenza tra lavoratori adulti e giovani adulti è evidenziata dall’incremento della disoccupazione in queste categorie: dal 2019 al 2020, vi è stato un aumento rispettivamente dal 9,5% al 9,7% e dal 26,8% al 32,1% (Eurostat, 2020). Un divario che rischia di diventare un abisso se non vi saranno delle misure ad hoc che partano fin dalla prima educazione.

Questione di genere

E poi ci sono le donne. Coloro che più hanno sofferto in questi mesi di pandemia fatti di smart working e di scuola a distanza, in quanto ancora oggi è sulle loro spalle che maggiormente grava la cura della casa e della famiglia. Purtroppo, rispetto ad altri Paesi UE, l’Italia si trova da anni in ritardo cronico relativamente al tasso di occupazione femminile e alla presenza di donne in professioni di carriera. Alessia Mosca, parlamentare e promotrice della cosiddetta Legge Golfo-Mosca (legge 120/2011), che ha imposto alle società quotate di riservare al genere meno rappresentato almeno un terzo dei posti negli organi di governo, denuncia il rallentamento attuale, se non l’inversione di rotta, rispetto a misure volte a migliorare la situazione. Si deve auspicare, quindi, non singole iniziative che continuino ad avere effetti marginali, ma una strategia complessiva di cambiamento.

Una nuova strategia

Strategia, e non mere “proposte”: per una rinascita globale e trasversale, è necessario un approccio sistemico che permetta di far collaborare tutti i diversi settori. Si parla innanzitutto di una battaglia contro la povertà educativa, per un cambiamento del paradigma pedagogico, più improntato verso nuovi valori emergenti, quali l’attenzione alla natura e al territorio – cambiamento attuabile solo se tra i nuovi indirizzi nazionali e la dimensione delle scuole e delle famiglie sia presente una robusta Pubblica Amministrazione, capace di essere collante e traduttrice di tali nuove esigenze. Strategia educativa che deve continuare anche negli insegnamenti superiori, attraverso ad esempio un maggior sviluppo della filiera professionalizzante, capace di dare la possibilità di una maggior qualificazione del lavoro che il mercato è pronto a ricevere: si è parlato soprattutto di un rafforzamento del cosiddetto “apprendistato formativo” (dove il giovane lavora e al contempo raggiunge degli obiettivi formativi volti a raggiungere il titolo di studio), all’interno della più generale esigenza di bilanciare il sistema di disequilibrio tra titoli richiesti dal mercato e quelli effettivamente presenti. Nel mercato del lavoro, è necessario sviluppare una certa resilienza, cioè la capacità delle imprese ad innovarsi in breve termine, davanti a situazioni dirompenti come quella appena vissuta, per garantire stabilità a lungo termine; capacità sviluppabile solo ricreando un diverso welfare, dove la garanzia del reddito non abbia solo un approccio solidaristico, ma sia capace di dare soluzioni di continuità, cioè non solo di supplire ad un reddito inesistente, ma anche di integrarne uno insufficiente (derivante da lavori a tempo determinato ad esempio), garantendo al contempo la possibilità di una certa mobilità dei lavoratori tra diversi settori lavorativi. Infine, la lotta contro il “gender gap”, che deve attuarsi con diverse misure concrete in tutti i campi: dalle istituzioni, dove bisogna adottare una metodologia, diffusa in molti paesi UE, di valutazione dell’impatto di genere (che consiste cioè nel verificare se gli effetti degli interventi che verranno varati vadano ad aumentare o meno questa disuguaglianza), alle parti sociali, che devono reiventare l’organizzazione del lavoro ai tempi di smart working per impedire una nuova “ghettizzazione” della donna entro le mura familiari, e fino ai privati e alle imprese, che adottino seriamente politiche di genere capaci di dare sostegno all’occupazione e alla carriera femminile, per arrivare finalmente alla parità di reddito. Dibattito concreto, dunque, che ben mette in luce le questioni calde che l’Italia si porta avanti ormai da troppo tempo e che ha adesso, in questo momento storico, proprio a causa e grazie al virus, l’occasione (e i fondi) per mettere a punto una vera e propria strategia di cambiamento di ampio respiro.

Di Irene Martinolli

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