L’Occidente fra vergogna ed iconoclastia

Ricorre oggi 12 Ottobre l’anniversario dello sbarco sulle coste insulari del Centro America da parte dell’ammiraglio genovese Cristoforo Colombo alla guida di una minuta flotta composta dalle tre celeberrime caravelle (Santa Maria, Nina, Pinta). Un’impresa a dir poco pionieristica, le cui reali conseguenze furono in realtà sottovalutate per molto tempo, almeno fino a che non ci si rese davvero conto che i territori scoperti ed esplorati dagli europei non erano “solo” arcipelaghi che annunciavano le opulente regioni dell’Oriente (in realtà separate da un altro immenso oceano!), bensì un Nuovo Mondo. Ci sembrerebbe perciò scontato annoverare Colombo fra i personaggi da ricordare felicemente, se non con orgoglio nel nostro caso.

Eppure nemmeno la figura di Colombo è stata risparmiata dall’ondata di sdegno che, a tratti, ma più che mai negli ultimi mesi, attraversa l’America ogni volta che deve confrontarsi con alcuni fra i suoi problemi atavici più scomodi. Il razzismo, che sia nei confronti della comunità afro-americana o di quella indiana (o meglio, di quel che ne resta oggi…), torna spesso ed a buon ragione nella discussione pubblica statunitense. Un tema che ha infiammato l’opinione pubblica americana, ma che ben presto ha visto coinvolti la maggior parte dei Paesi occidentali, è il trattamento da riservare a statue e monumenti dedicati a personaggi chiave della storia europea ed americana, nello specifico a coloro coinvolti a qualsiasi titolo nelle dinamiche coloniali e schiaviste che per diversi secoli hanno visto protagonisti gli Stati europei. E così i memoriali di Colombo sparsi in molte città statunitensi sono stati trascinati nell’occhio del ciclone della protesta assieme alle figure di generali sudisti, figure presidenziali, schiavisti ecc.
Ci si chiede quindi se davvero Colombo sia stato colui che piantò il seme della violenza in America ed aprì le porte alla schiavitù, allo sfruttamento, al razzismo ed al genocidio delle popolazioni autoctone. Non possiamo perciò prescindere da una fugace digressione sulla persona dell’ammiraglio genovese, sulla sua mentalità, sulle sue azioni ed i suoi misfatti.

Uomo devotissimo e idealmente votato alla causa della ”vittoria mondiale” della cristianità, Colombo non fu mai un dotto o un fine accademico dedito allo studio delle opere filosofiche degli antichi, se non in tema di geografia e cosmografia, anzi, si pensa che fino al suo arrivo nella penisola iberica a 25 anni fosse addirittura analfabeta. Se da un lato questo significa che nella sua formazione culturale non v’è traccia di riflessioni sulla giustificazione naturale della schiavitù (l’adduzione delle argomentazioni di Aristotele sul tema era un classico), dall’altro bisogna evidenziare come l’essersi messo inizialmente al servizio della corona portoghese l’abbia portato ad addentrarsi in un contesto economico e culturale al tempo assai vivace, nel quale l’esplorazione di nuove terre andava a braccetto con la fondazione di basi commerciali e quindi il reperimento, spesso e volentieri con la forza, di risorse locali o di forza lavoro servile. E fu proprio in questi anni che egli concepì il proprio ambizioso progetto: dato che le rotte via terra per l’Oriente sono assai lunghe e tortuose, a maggior ragione dopo la caduta di Costantinopoli in mano agli Ottomani, perché non aprire una nuova rotta via mare circumnavigando il globo? A considerazioni di siffatto tipo si aggiungevano presumibilmente sollecitazioni letterarie e bibliche particolarmente efficaci su un uomo ferventemente credente e strenuamente convinto della fattibilità di un’impresa, come ad esempio il Salmo 19, quinto versetto: “In tutta la terra uscì il loro richiamo, ai confini del mondo le loro parole” oppure Medea, Seneca: “E verrà un tempo in cui le catene dell’oceano si spezzeranno, e un vasto continente sarà rivelato; un pilota scoprirà nuovi mondi e Tule non sarà più l’ultima terra”.

L’incontro con il Nuovo Mondo fu in realtà abbastanza deludente viste le alte aspettative degli europei: non v’era traccia dei maestosi palazzi, dei pregiati tessuti, di spezie o delle scintillanti pietre preziose di cui si alimentava l’immaginario collettivo, bensì certamente un ampio repertorio di panorami suggestivi, ma oltre a ciò la palese arretratezza tecnologica degli indigeni e l’iniziale assenza di tracce di oro non facevano ben sperare. Ciò che invece stupì inizialmente fu l’indole estremamente docile degli indigeni, inclini alla generosità ed alla condivisione, tanto da evocare le mitiche popolazioni dell’Età dell’Oro. Tuttavia, a questo genuino stupore si accompagnò ben presto la maliziosa consapevolezza della facilità con cui si sarebbe potuto approfittare del divario tecnico fra i due Mondi: lo stesso Colombo osservò “quanto sarebbe stato facile convertire questa gente, e indurla a lavorare per noi”, mentre nella lettera di resoconto della spedizione indirizzata ai regnanti si legge che, fra le altre cose, sarebbe stato possibile fornire alla Corona “schiavi, che si sceglieranno tra gli idolatri”. Da qui in avanti gli incidenti e gli episodi di violenza nei confronti delle popolazioni autoctone si moltiplicano, provocati dall’avidità e dal desiderio di prevaricazione dei nuovi arrivati e dalle scarse capacità di amministrazione del territorio e di gestione dei sottoposti da parte di Colombo. Non si possono però trascurare le responsabilità dirette dello stesso Colombo, il quale per venir incontro alle aspettative dei regnanti oltremare attuò un‘aggressiva politica di reperimento dell’oro attraverso alti tributi, i quali ben presto divennero insostenibili per gli indigeni e che portarono presto quest’ultimi alla morte, per indigenza o braccati dagli europei.

Fu quindi Colombo il precursore morale dei conquistadores e delle loro malefatte? Ad un’analisi oggettiva e che tenga conto delle dinamiche messesi in moto dal momento della scoperto del Nuovo Mondo si può serenamente sostenere il contrario, senza perciò minimizzare o fare in alcun modo apologia delle crudeltà perpetrate nei decenni successivi. Abbiamo già osservato come l’esito ideale della missione sarebbe dovuto essere quello di entrare in contatto con le opulente popolazioni dell’Estremo Oriente ed avviare con essi delle trattative commerciali ed aprire così nuove rotte. Invece gli europei entrarono in contatto con popolazioni poco interessate alla “paccottiglia europea” fatta di oggetti brillanti e sfarzosi, mostrandosi invece molto più interessati a cianfrusaglie come berretti rossi, perline di vetro e campanellini. Divenne con il passare del tempo evidente che negli indigeni gli spagnoli non avrebbero trovato alcun partner commerciale stabile e disposto a fornire periodicamente l’oro tanto agognato. Gli spagnoli pensarono bene quindi di procurarsi con la forza ciò che cercavano. A ciò si aggiunga il fatto che i primi coloni stabilmente insediatisi nei territori americani inspiegabilmente non seppero o non vollero sfruttare la ricchezza naturale del territorio adattando il proprio stile di vita ed alimentazione a ciò che la terra poteva offrire, dipendendo così totalmente dai rifornimenti proveniente dalla madrepatria e da ciò che riuscivano ad estorcere dagli indigeni.

Possiamo dunque concludere che cercare singoli colpevoli e riversare su di essi la responsabilità del razzismo in America è operazione alquanto grossolana. Sarebbe più corretto parlare di una responsabilità collettiva di tutte le monarchie e di tutte le società europee che hanno progettato e preso parte a tali imprese nei secoli scorsi: si tratta di prendere consapevolezza della nocività di un assetto culturale e valoriale del passato, elencarne i sintomi e la fenomenologia così da riconoscere i germi di un’eventuale reviviscenza e combatterla.


Colombo ebbe sicuramente le sue gravi colpe, ma – e questo discorso si applica alla gran parte delle figure attualmente oggetto di contestazione e tentativi di rimozione- etichettare un personaggio storico come “razzista” o “assassino” e pretenderne senz’altro la damnatio memoriae è frutto di un’immatura visione manichea che si arroga il diritto di fornire un giudizio lapidario sulla storia secondo coordinate assiologiche e culturali contemporanee. E’ sbagliato pretendere che la Storia sia etica, ancor di più che lo sia secondo i nostri standard. Altrimenti non dovremmo forse pretendere la rimozione di altrettanti simboli di oppressione, violenza e schiavitù? Dovremmo censurare la Divina Commedia per islamofobia? Dovremmo forse censurare l’Iliade perché costellata prevalentemente di uomini che potrebbero benissimo rappresentare emblemi del machismo? Dovremmo pretendere l’abbattimento a Roma della Colonna Traiana, dell’Arco di Tito e del Colosseo in quanto macabri simboli di celebrazione della violenza romana? Risulterebbe ben chiaro a chiunque che di questo passo si finirebbe per attuare una tabula rasa di buona parte della tradizione occidentale.

Nell'opera dantesca, Maometto viene collocato nella nona bolgia dell'ottavo cerchio, luogo di eterna dannazione dei seminatori di discordia.
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Eppure non si possono chiudere gli occhi di fronte al fatto che questi simboli sono in mezzo a noi, nelle piazze, negli edifici pubblici , insomma, nei luoghi di vita sociale e di esperienza collettiva: non rischiano di rappresentare un pessimo esempio? Ma quale è in fondo la funzione di un monumento, architettonico o statuario che sia? Una fugace analisi etimologica ci rivela che il termine deriva dal verbo latino monere, il cui primo significato è indubbiamente ”far ricordare” o ”ispirare”, ma anche “avvertire”. Ecco quindi che un monumento non è solo uno strumento di commemorazione ed esaltazione, ma potenzialmente anche vetrina di vizi e colpe affinché queste siano visibili a tutti. Questa funzione può però essere efficacemente assolta solo se la loro sede rimane luogo pubblico, laddove invece la collocazione in un museo corrisponderebbe alla pretesa di renderli solo artefatti storici o opere d’arte, cosa che spesso non sono neanche lontanamente.

Infangare l’identità e la tradizione occidentale non è quindi la soluzione, anzi, rischia di essere imprudente o ben poco lungimirante in una fase storica in cui si affacciano prepotentemente sullo scenario internazionale nuove forze da parte loro ben poco sensibili ad operazioni di autocritica, basti pensare a come tutt’oggi la Turchia continui a rinnegare la propria responsabilità per il genocidio degli Armeni di inizio secolo scorso o a come la Cina rigetti sfacciatamente le accuse di violenze contro le minoranze etniche nel nord-ovest del Paese. Occorre invece affidarsi al senso critico, all’analisi delle luci e delle ombre del nostro passato, al dibattito democratico e ponderato sul contributo dell’Occidente nel mondo e su quanto ancora può fare per la realizzazione di una società migliore basata sul rispetto dei diritti umani, sulla sostenibilità ambientale, sulla collaborazione fra popoli e sull’uguaglianza degli uomini.

2 pensieri riguardo “L’Occidente fra vergogna ed iconoclastia

  1. Ritengo che l’articolo semplifichi eccessivamente la problematicità della figura di Cristoforo Colombo e dell’intera “questione delle statue”. Colombo non fu sicuramente responsabile del genocidio nelle Americhe, né padre del razzismo contemporaneo ma, come attentamente sottolineato da Tzvetan Todorov, il suo atteggiamento (pienamente inserito nei panni del pioniere che rifiuta di rendere soggetto l’Altro da lui incontrato) permise quella “infatilizzazione” degli indigeni che sarebbe stata per i decenni e secoli a venire fondante nel rapporto che gli europei intrattenevano con essi; tale mentalità infatti avrebbe permeato tanto a fondo i conquistatori che persino anti-schiavisti come Las Casas ne sarebbero stati partecipi, come dopotutto tradito anche nei contenuti delle Leyes Nuevas del 1542. Ma anche abbassando la questione in un piano più pratico, come tu stesso hai ricordato, basti sapere che sempre Colombo, incontrati gli Arawak, riportò nel suo giornale di bordo come i sovrani di Spagna “con una cinquantina di uomini li terranno tutti sottomessi e potranno far fare loro tutto ciò che vorranno”. Mica male per una figura celebrata nelle piazze, nei calendari e raccontata come eroica nelle scuole. Da qui mi richiamerei dunque alla problematica delle statue che esistono, come ricordato nel pieno del dibattito da David Olusoga, non per ricordare un personaggio ma esclusivamente per celebrarlo. Erigere un monumento in onore di un uomo o un avvenimento rappresenta un gesto politico volto a porre questo nel pantheon civile di una certa società onde racchiuderla in un dato sistema valoriale, ragion per cui ad esempio ad oggi in un’Ungheria sempre più nazionalista è possibile incrociare una statua in onore di Attila (mentre vengono rimosse quelle di Lukács).
    Per capire la forza di questa “ingegneria sociale semiotica” non possiamo però evitare un’altra analisi all’azione di Colombo: la scoperta dell’America fu un momento di netta rottura della storia del mondo, quello in cui le piccole e marginali monarchie feudali europee si trasformarono in potenze navali e quindi coloniali, soppiantando in importanza gli imperi territoriali asiatici; questa fase che Pomeranz chiama “la Grande Divergenza” rappresenta una netta cesura nella storia umana e una forte svolta in senso imperialista e colonialista (dunque anche razzista) da cui stiamo uscendo solo da pochissimi anni, pur trovandoci ancora in un chiaroscuro tra questa e il suo opposto (la “Grande Convergenza”) da cui escono i mostri che hai di sfuggita citato quali il neo-ottomanismo di Erdogan e il centralismo revisionismo cinese. Questa digressione per sottolineare come Colombo sia ancora, piaccia o meno, una figura a tutti gli effetti attuale a differenza di Dante o degli imperatori romani, completamente slegati dalla realtà sociale, economica, politica e valoriale della nostra attualità. Lo studio della storia è sempre, come ricorda Paolo Prodi, esercizio di dialettica tra passato e presente e, aggiungo io, ancora di più quando esiste un fondo oscuro fondamentalmente comune tra i mondi in analisi.

  2. Innanzitutto non posso che ringraziarti per l’esaustiva argomentazione e quindi per il tempo speso nel leggere e criticare l’articolo. Mi permetto solamente di fare qualche considerazione ulteriore, evidentemente a difesa delle mie tesi. Citi a ragione il concetto di “infantilizzazione” e rifiuto dell’Altro come soggetto (per chi fosse interessato, l’opera che il lettore cita è “La conquista dell’America: il problema dell’altro” di Cvetan Todorov, non si smette mai di imparare), tuttavia temo che tu ricada in un errore piuttosto comune, ossia individuare il germe di determinati fenomeni in singoli individui e nei loro comportamenti: affermi che “il suo atteggiamento permise quella infantilizzazione degli indigeni che sarebbe stata per i decenni e secoli a venire fondante nel rapporto europei-indios”, ma non mi pare che la successiva condotta degli europei sia riconducibile ad istruzioni di Colombo o che lo stesso abbia funto da esempio per i suoi successori o i suoi stessi sottoposti. Morison, autore della biografia di riferimento per questo articolo, riporta come ben presto i coloni agirono di propria iniziativa, spesso anche disattendendo gli ordini di Colombo. Insomma, Colombo o non Colombo, le dinamiche che citi si sarebbero ugualmente presentate, magari anche immediatamente sotto l’avvallo del capo spedizione. Non possiamo infatti dimenticarci dell’arretratezza tecnologica degli indios e del loro (tendenziale) atteggiamento di venerazione verso i nuovi arrivati. Puoi immaginare il senso di onnipotenza e di impunità conseguente. Ma questo è un aspetto secondario, lo capisco: probabilmente se non fosse stato Colombo, vi sarebbe un’altra personalità al suo posto oggetto di aspre critiche. Il punto è che tali meccanismi non sono direttamente imputabili ai singoli, ma se ne può dare una spiegazione esaustiva solo tenendo conto di tutti gli attori coinvolti, per questo propongo di parlare di una responsabilità collettiva. Detto questo, per quanto riguarda il valore dei monumenti in una società, penso sia utile far un cenno al dibattito sulla controversa statua di Montanelli: fra chi proponeva senz’altro la rimozione o la demolizione e chi invece argomentava per l’assoluzione in toto vi era chi, a mio parere molto più equilibratamente, suggeriva una forma di “riqualificazione” del monumento attraverso ad esempio un’addizione che rappresentasse una bambina africana, simbolo contemporaneamente della violenza coloniale e sessuale perpetrata dal giornalista, oppure più banalmente una targa (poco efficace secondo me). Ecco la direzione. Lasciamo che il dibattito democratico su basi storiche, filosofiche e sociologiche si intrecci con valutazioni pratiche di valorizzazione degli spazi pubblici. Inoltre tu stesso implicitamente testimoni come il tentativo di rimuovere dallo spazio pubblico una figura come Lukàcs non abbia fatto altro che creare un vuoto poi riempito da un’altra figura, un altro idolo. Infine non posso che essere d’accordo sulla necessità di una costante dialettica fra passato e presente, ma, come sai meglio di me, il procedimento dialettico porta ad un quid pluris sia rispetto alle parti singolarmente considerate che alla mera loro somma. Insomma, una riflessione che si arresti all’idea di mera rimozione non mi sembra possa andare molto oltre la semplice antitesi. La dialettica è per sua stessa natura costruttiva.

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